Come è – Mark Strand

Foto di Timothy Greenfield

Il mondo è orribile
E la gente è triste.
Wallace Stevens
         

Sto a letto.
Mi rigiro tutta notte
nel freddo indisturbato abisso
delle lenzuola senza dormire.

Il mio vicino cammina per la sua stanza,
indossa la maschera
lucente di un falco dal grande becco.
Sta alla finestra. Una piuma viola

sale dalla sommità del suo elmo.
La luce della luna
si versa come latte su di lui e il vento sciacqua le bianche
coppe vitree dei suoi occhi.

Con l’elmo in un sacchetto della spesa
siede nel parco, sventola una bandierina americana.
Non lo si sente quando si sposta
dietro alle siepi e alle piante,

sempre sui confini consunti
del paese, e punta una pistola a qualcuno come me. Mi accuccio
sotto il tavolo della cucina, e mi dico
sono un cane, chi ucciderebbe mai un cane?

La moglie del vicino torna a casa.
Entra in salotto,
si spoglia, la chioma le ricade sulla schiena.
Pare che lei guadi

lunghi fiumi placidi d’ombra.
Ha le piante dei piedi nere.
Bacia il marito sul collo
e gli infila le mani nei calzoni.

I miei vicini ballano.
Rotolano sul pavimento, lui le mette la lingua
nell’orecchio, i suoi polmoni
esalano il fetore della broda e del clima dell’inferno.

Per strada c’è gente che si sdraia
ginocchia all’aria, con occhi
colmi di lacrime, ceneri
che penetrano nelle orecchie.

I vestiti gli vengono strappati
di dosso. Hanno le facce estenuate.
Cavalieri gli galoppano intorno, spiegando perché
dovrebbero morire.

La moglie del vicino mi chiama, la bocca schiacciata
contro il muro alle spalle del mio letto.
Dice: «Mio marito è morto».
Io mi giro sul fianco,

sperando che non abbia mentito.
Le pareti e il soffitto di camera mia sono grigi −
il colore della luna visto dalle finestre di un lavasecco.
Chiudo gli occhi.

Mi vedo a galla
sul mar morto del mio letto, risucchiato via,
e chiedo aiuto, ma l’urlo vago
mi si strozza in gola.

Mi vedo nel parco
a cavallo, circondato dal buio,
che conduco gli eserciti di pace.
Le zampe di ferro del cavallo non si flettono.

Lascio le redini. Dove finiranno i disordini?
Flotte di taxi si fermano
nella nebbia, i passeggeri
si addormentano. Della benzina cola

da un tubo di scappamento tricolore.
Chiudendo a chiave le porte,
le persone che escono dagli uffici si stringono l’un l’altra,
raccontando sempre daccapo la stessa storia.

Tutti quelli che si sono venduti vogliono ricomprarsi.
Non si fa nulla. La sera
consuma le loro membra
come una carestia.

Tutto si offusca.
Il futuro non è più quello di una volta.
Le tombe sono pronte. I morti
erediteranno i morti.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Il futuro non è più quello di una volta”, minimum fax, Roma, 2006

∗∗∗

The Way It Is 

The world is ugly
And the people are sad.
Wallace Stevens

I lie in bed.
I toss all night
in the cold unruffled deep
of my sheets and cannot sleep.

My neighbor marches in his room,
wearing the sleek
mask of a hawk with a large beak.
He stands by the window. A violet plume

rises from his helmet’s dome.
The moon’s light
spills over him like milk and the wind rinses the white
glass bowls of his eyes.

His helmet in a shopping bag,
he sits in the park, waving a small American flag.
He cannot be heard as he moves
behind trees and hedges,

always at the frayed edges
of town, pulling a gun on someone like me. I crouch
under the kitchen table, telling myself
I am a dog, who would kill a dog?

My neighbor’s wife comes home.
She walks into the living room,
takes off her clothes, her hair falls down her back.
She seems to wade

through long flat rivers of shade.
The soles of her feet are black.
She kisses her husband’s neck
and puts her hands inside his pants.

My neighbors dance.
They roll on the floor, his tongue
is in her ear, his lungs
reek with the swill and weather of hell.

Out on the street people are lying down
with their knees in the air, tears
fill their eyes, ashes
cover their ears.

Their clothes are torn
from their backs. Their faces are worn.
Horsemen are riding around them, telling them why
they should die.

My neighbor’s wife calls to me, her mouth is pressed
against the wall behind my bed.
She says, «My husband’s dead.»
I turn over on my side,

hoping she has not lied.
The walls and ceiling of my room are gray —
the moon’s color through the windows of a laundromat.
I close my eyes.

I see myself float
on the dead sea of my bed, falling away,
calling for help, but the vague scream
sticks in my throat.

I see myself in the park
on horseback, surrounded by dark,
leading the armies of peace.
The iron legs of the horse do not bend.

I drop the reins. Where will the turmoil end?
Fleets of taxis stall
in the fog, passengers fall
asleep. Gas pours

from a tricolored stack.
Locking their doors,
people from offices huddle together,
telling the same story over and over.

Everyone who has sold himself wants to buy himself back.
Nothing is done. The night
eats into their limbs
like a blight.

Everything dims.
The future is not what it used to be.
The graves are ready. The dead
shall inherit the dead.

Mark Strand

da “Darker: poems”, Atheneum, 1970

La fine e l’inizio – Wisława Szymborska

 

Dopo ogni guerra
c’è chi deve ripulire.
In fondo un po’ d’ordine
da solo non si fa.
 
C’è chi deve spingere le macerie
ai bordi delle strade
per far passare 
i carri pieni di cadaveri.
 
C’è chi deve sprofondare
nella melma e nella cenere,
tra le molle dei divani letto,
le schegge di vetro
e gli stracci insanguinati.
 
C’è chi deve trascinare una trave
per puntellare il muro,
c’è chi deve mettere i vetri alla finestra
e montare la porta sui cardini.
 
Non è fotogenico,
e ci vogliono anni.
Tutte le telecamere sono già partite
per un’altra guerra.
 
Bisogna ricostruire i ponti
e anche le stazioni.
Le maniche saranno a brandelli
a forza di rimboccarle.
 
C’è chi, con la scopa in mano,
ricorda ancora com’era.
C’è chi ascolta
annuendo con la testa non mozzata.

Ma presto lì si aggireranno altri
che troveranno il tutto
un po’ noioso.
 
C’è chi talvolta
dissotterrerà da sotto un cespuglio
argomenti corrosi dalla ruggine
e li trasporterà sul mucchio dei rifiuti.
 
Chi sapeva
di che si trattava,
deve far posto a quelli
che ne sanno poco.
E meno di poco.
E infine assolutamente nulla.
 
Sull’erba che ha ricoperto
le cause e gli effetti,
c’è chi deve starsene disteso
con una spiga tra i denti,
perso a fissare le nuvole.

Wisława Szymborska

(Traduzone di Pietro Marchesani)

da “La fine e l’inizio”, Libri Scheiwiller, 2009

∗∗∗

Koniec i początek

Po każdej wojnie
ktoś musi posprzątać.
Jaki taki porządek
sam się przecież nie zrobi.

Ktoś musi zepchnąć gruzy
na pobocza dróg,
żeby mogły przejechać
wozy pełne trupów.

Ktoś musi grzęznąć
w szlamie i popiele,
sprężynach kanap,
drzazgach szkła
i krwawych szmatach.

Ktoś musi przywlec belkę
do podparcia ściany,
ktoś oszklić okno
i osadzić drzwi na zawiasach.

Fotogeniczne to nie jest
i wymaga lat.
Wszystkie kamery wyjechały już
na inną wojnę.

Mosty trzeba z powrotem
i dworce na nowo.
W strzępach będą rękawy
od zakasywania.

Ktoś z miotłą w rękach
wspomina jeszcze jak było.
Ktoś słucha
przytakując nie urwaną głową

Ale już w ich pobliżu
zaczną kręcić się tacy,
których to będzie nudzić.

Ktoś czasem jeszcze
wykopie spod krzaka
przeżarte rdzą argumenty
i poprzenosi je na stos odpadków.

Ci, co wiedzieli
o co tutaj szło,
muszą ustąpić miejsca tym,
co wiedzą mało.
I mniej niż mało.
I wreszcie tyle co nic.

W trawie, która porosła
przyczyny i skutki,
musi ktoś sobie leżeć
z kłosem w zębach
i gapić się na chmury.

Wisława Szymborska

da “Koniec i początek”, Wydawnictwo a 5, Poznań, 1993

Uno spicchio di luna di miele – Josif Alexandrovic Brodskij

Mario Giacomelli, Gabbiani

a M. B.

Non dimenticare mai
come sgorga l’acqua nella banchina,
e come è elastica l’aria
(come un salvagente).

Accanto i gabbiani gridano,
e i panfili guardano nel cielo,
e le nubi volano in alto,
come uno stormo di anatre.

Possa nel tuo cuore
dibattersi vivo e tremare
come un pesce un frammento
della nostra vita a due.

Possa sentirsi il fruscio delle ostriche,
e restare in piedi un cespuglio.
E possa la passione
che affiora fino alle labbra

aiutarti a capire, senza l’aiuto di parole
come la schiuma delle onde del mare,
per arrivare alla terra,
generi alte onde.

Josif Alexandrovic Brodskij

1963

(Traduzione di Silvia Comoglio)

dall’annuario “Tellus”, n. 29, Editrice LaboS, 2008

∗∗∗

Ломтик медового месяца

Не забывай никогда,
как хлещет в пристань вода
и как воздух упруг —
как спасательный круг.

А рядом чайки галдят,
и яхты в небо глядят,
и тучи вверху летят,
словно стая утят.

Пусть же в сердце твоем,
как рыба, бьется живьем
и трепещет обрывок
нашей жизни вдвоем.

Пусть слышится устриц хруст,
пусть топорщится куст.
И пусть тебе помогает
страсть, достигшая уст,

понять без помощи слов,
как пена морских валов,
достигая земли,
рождает гребни вдали.

Иосиф Александрович Бродский

da “Йосеф Бродский, Форма времени. Т. 1: Стихотворения”, Эридан, 1992

Sulla morte senza esagerare – Wisława Szymborska

 

Non s’intende di scherzi,
stelle, ponti,
tessitura, miniere, lavoro dei campi,
costruzione di navi e cottura di dolci.

Quando conversiamo del domani
intromette la sua ultima parola
a sproposito.

Non sa fare neppure ciò
che attiene al suo mestiere:
né scavare una fossa,
né mettere insieme una bara,
né rassettare il disordine che lascia.

Occupata a uccidere,
lo fa in modo maldestro,
senza metodo né abilità.
Come se con ognuno di noi stesse imparando.

Vada per i trionfi,
ma quante disfatte,
colpi a vuoto
e tentativi ripetuti da capo!

A volte le manca la forza
di far cadere una mosca in volo.
Più d’un bruco
la batte in velocità.

Tutti quei bulbi, baccelli,
antenne, pinne, trachee,
piumaggi nuziali e pelame invernale
testimoniano i ritardi
del suo ingrato lavoro.

La cattiva volontà non basta
e perfino il nostro aiuto con guerre e rivoluzioni
è, almeno finora, insufficiente.

I cuori battono nelle uova.
Crescono gli scheletri dei neonati.
Dai semi spuntano le prime due foglioline,
e spesso anche grandi alberi all’orizzonte.

Chi ne afferma l’onnipotenza
è lui stesso la prova vivente
che essa onnipotente non è.

Non c’è vita
che almeno per un attimo
non sia stata immortale.

La morte
è sempre in ritardo di quell’attimo.

Invano scuote la maniglia
d’una porta invisibile.
A nessuno può sottrarre
il tempo raggiunto.

Wisława Szymborska

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Gente sul ponte”, Libri Scheiwiller, 1996

∗∗∗

O śmierci bez przesady

Nie zna się na żartach,
na gwiazdach, na mostach,
na tkactwie, na górnictwie, na uprawie roli,
na budowie okrętów i pieczeniu ciasta.

W nasze rozmowy o planach na jutro
wtrąca swoje ostatnie słowo
nie na temat.

Nie umie nawet tego,
co bezpośrednio łączy się z jej fachem:
ani grobu wykopać,
ani trumny sklecić,
ani sprzątnąć po sobie.

Zajęta zabijaniem,
robi to niezdarnie,
bez systemu i wprawy.
Jakby na każdym z nas uczyła się dopiero.

Tryumfy tryumfami,
ale ileż klęsk,
ciosów chybionych
i prób podejmowanych od nowa!

Czasami brak jej siły,
żeby strącić muchę z powietrza.
Z niejedną gąsienicą
przegrywa wyścig w pełzaniu.

Te wszystkie bulwy, strąki,
czułki, płetwy, tchawki,
pióra godowe i zimowa sierść
świadczą o zaległościach
w jej marudnej pracy.

Zła woła nie wystarcza
i nawet nasza pomoc w wojnach i przewrotach,
to, jak dotąd, za mało.

Serca stukają w jajkach.
Rosną szkielety niemowląt.
Nasiona dorabiają się dwóch pierwszych listków,
a często i wysokich drzew na horyzoncie.

Kto twierdzi, że jest wszechmocna,
sam jest żywym dowodem,
że wszechmocna nie jest

Nie ma takiego życia,
które by choć przez chwilę
nie było nieśmiertelne.

Śmierć
zawsze o tę chwilę przybywa spóźniona.

Na próżno szarpie klamką
niewidzialnych drzwi.
Kto ile zdążył,
tego mu cofnąć nie może.

Wisława Szymborska

da “Ludzie na moście”, Czytelnik, Warszawa, 1986 

Notte – Alejandra Pizarnik

Alejandra Pizarnik, foto di Sara Facio

Quoi, toujours? Entre moi sans cesse et le bonheur!
G. De Nerval

Forse stanotte non è notte,
dev’essere un sole orrendo, o
altro, o qualsiasi cosa…
Che ne so! Mancano le parole,
manca il candore, manca la poesia
quando il sangue piange e piange!

Potessi essere così felice stanotte!
Se solo mi fosse dato palpare
le ombre, udire passi,
dire «buonanotte» a chiunque
porti a spasso il suo cane,
guarderei la luna, se chiamassi la sua
strana lattescenza, inciamperei
a caso nei sassi, come avviene.

Ma c’è qualcosa che rompe la pelle,
una furia cieca
che scorre nelle mie vene.
Voglio uscire! Cerbero dell’anima:
Lasciami, lascia che penetri il tuo sorriso!

Potessi essere così felice stanotte!
Restano ancora sogni che si sono attardati.
E tanti libri! E tante luci!
E i miei pochi anni! Perché no?
La morte è lontana. Non mi guarda.
Tanta vita Signore!
Tanta vita per cosa?

Alejandra Pizarnik

(Traduzione di Roberta Buffi)

da “L’ultima innocenza”, 1956, in “Alejandra Pizarnik, Poesia completa”, Lietocolle, 2018

∗∗∗

NOCHE
Quoi, toujours? Entre moi sans cesse et le bonheur!
G. De Nerval

Tal vez esta noche no es noche,
debe ser un sol horrendo, o
lo otro, o cualquier cosa…
¡Qué sé yo! ¡Faltan palabras,
falta candor, falta poesía
cuando la sangre llora y llora!

¡Pudiera ser tan feliz esta noche!
Si sólo me fuera dado palpar
las sombras, oír pasos,
decir «buenas noches» a cualquiera
que pasease a su perro,
miraría la luna, dijera su
extraña lactescencia, tropezaría
con piedras al azar, como se hace.

Pero hay algo que rompe la piel,
una ciega furia
que corre por mis venas.
¡Quiero salir! Cancerbero del alma:
¡Deja, déjame traspasar tu sonrisa!

¡Pudiera ser tan feliz esta noche!
Aún quedan ensueños rezagados.
¡Y tantos libros! ¡Y tantas luces!
¡Y mis pocos años! ¿Por qué no?
La muerte está lejana. No me mira.
¡Tanta vida Señor!
¿Para qué tanta vida?

Alejandra Pizarnik

da “La última inocencia”, 1956, in “Alejandra Pizarnik, Poesia completa”, Barcelona: Lumen, 2001