«Ho tanta fede in te» – Eugenio Montale

Foto di Anja Bührer

a C.

Ho tanta fede in te
che durerà
(è la sciocchezza che ti dissi un giorno)
finché un lampo d’oltremondo distrugga
quell’immenso cascame in cui viviamo.
Ci troveremo allora in non so che punto
se ha un senso dire punto dove non è spazio
a discutere qualche verso controverso
del divino poema.

So che oltre il visibile e il tangibile
non è vita possibile ma l’oltrevita
è forse l’altra faccia della morte
che portammo rinchiusa in noi per anni e anni.

Ho tanta fede in me
e l’hai riaccesa tu senza volerlo
senza saperlo perché in ogni rottame
della vita di qui è un trabocchetto
di cui nulla sappiamo ed era forse
in attesa di noi spersi e incapaci
di dargli un senso.

Ho tanta fede che mi brucia; certo
chi mi vedrà dirà è un uomo di cenere
senz’accorgersi ch’era una rinascita.

Eugenio Montale

da “Altri versi e poesie disperse”, “Lo Specchio” Mondadori, 1981

«Sí, al di là della gente» – Pedro Salinas

Foto di Nina Ai-Artyan

[III]

Sí, al di là della gente
ti cerco.
Non nel tuo nome, se lo dicono,
non nella tua immagine, se la dipingono.
Al di là, piú in là, piú oltre.

Al di là di te ti cerco.
Non nel tuo specchio
e nella tua scrittura,
nella tua anima nemmeno.
Di là, piú oltre.

Al di là, ancora, piú oltre
di me ti cerco. Non sei
ciò che io sento di te.
Non sei
ciò che mi sta palpitando
con sangue mio nelle vene,
e non è me.
Al di là, piú oltre ti cerco.

E per trovarti, cessare
di vivere in te, e in me,
e negli altri.
Vivere ormai di là da tutto,
sull’altra sponda di tutto
—per trovarti —
come fosse morire.

Pedro Salinas

(Traduzione di Emma Scoles)

da “La voce a te dovuta”, Einaudi, Torino, 1979

***

[III]

Si, por detrás de las gentes
te busco.
No en tu nombre, si lo dicen,
no en tu imagen, si la pintan.
Detrás, detrás, más allá.

Por detrás de ti te busco.
No en tu espejo, no en tu letra,
ni en tu alma.
Detrás, más allá.

También detrás, más atrás
de mí te busco. No eres
lo que yo siento de ti.
No eres
lo que me está palpitando
con sangre mía en las venas,
sin ser yo.
Detrás, más allá te busco.

Por encontrarte, dejar
de vivir en ti, y en mí,
y en los otros.
Vivir ya detrás de todo,
al otro lado de todo
—por encontrarte—,
como si fuese morir.

Pedro Salinas

da “La voz a ti debida”, Madrid, Signo, 1933

Prigione – Margherita Guidacci

Patty Maher, She Whispers to the Wind, 2007

 

Se il muro fosse di pietra e non d’aria,
se attraverso il muro non si toccassero gli alberi,
se le alte sbarre d’ombra che ti rigano l’anima
fossero l’ombra di vere sbarre a cui potersi aggrappare,
se ricordassi lo scatto d’una porta che si chiude
alle tue spalle e il tintinnìo delle chiavi
alla cintura del carceriere che si allontana:
quale sollievo ne avresti nell’orrore!
Perché ciò che si chiude può tornare ad aprirsi,
la rocca più imponente può essere distrutta.
Ma dove sei non è porta, e nessuna porta s’aprirà.
E non è muro: nessun muro sarà abbattuto.
Le sbarre d’ombra sono le vere sbarre,
non saranno divelte. Tu confini con l’aria,
tocchi gli alberi, cogli i fiori, sei libera,
e sei tu stessa la tua prigione che cammina.

Margherita Guidacci

da “Neurosuite”, Neri Pozza, Vicenza, 1970

«I tuoi occhi di ceramica, le tue membra lussuose» – Amelia Rosselli

Amelia Rosselli, foto di Dino Ignani

 

I tuoi occhi di ceramica, le tue membra lussuose
la tua vigliacca pelle fanno di me il più forte
degli schiavi d’amore. Impertinente fu la mia
vita finché si scontrò con la tua lussuria, tetto
coniugale con tutte le carte in ordine. Il disordine
della mia passione attirò il tuo petto di brace
le mie sconvolgenti frasi d’imploro commossero
i tuoi occhi pieni di lacrime, cibo preferito
degli dei scanzonati. Una canzone avvolse la
mia mira nella tua rete; tu la rompesti,
avvolgendola nel tuo cuore di uomo con tutte le
carte in un disordine tipico del tuo cuore senza
amore. Amare frasi andai ripetendo finché non ti
rintracciai sul tuo trono di viande e disperazioni.
Due azioni mi portarono vicino a te: la tua frase
ignorante e il tuo cuore di tufo, seppellito
oramai nelle mie lunghe braccia trionfanti
d’amore e di lussuria regina della notte e delle
stelle.

Amelia Rosselli

da “Variazioni belliche”, 1964, in “Amelia Rosselli, Le poesie”, Garzanti, 1977

Cartografie del silenzio – Adrienne Rich

Wolfgang Sievers, Berlin, 1938

1.

Una conversazione inizia
con una menzogna. E chiunque

parli la cosiddetta lingua comune avverte
lo spaccarsi dell’iceberg, la deriva

come impotente, come contro
una forza della natura

Una poesia può iniziare
con una menzogna. Ed essere strappata.

Una conversazione segue altre leggi
si ricarica con la propria

falsa energia. Non può essere
strappata. Ci si infiltra nel sangue. Si ripete.

Con la sua punta irreversibile incide
l’isolamento che nega.

2.

Il programma di musica classica
che per ore e ore risuona nell’appartamento

il sollevare e risollevare
e sollevare ancora il telefono

le sillabe che scandiscono
ora e sempre il vecchio soggetto

la solitudine del bugiardo
che abita la rete convenzionale della bugia

gira i comandi per affogare il terrore
sotto la parola non detta

3.

La tecnologia del silenzio
I rituali, il bon ton

la confusione di termini
silenzio non assenza

di parole o musica o persino
suoni grezzi

II silenzio può essere un piano
rigorosamente eseguito

la cianografia di una vita

È una presenza
ha una storia         una forma

Non confonderlo
con alcun tipo di assenza

4.

Quanto calme, quanto inoffensive queste parole
cominciano a sembrarmi

se pure iniziate in dolore e rabbia
Posso sfondare questa pellicola di astrazione

senza ferire me o te?
Qui c’è abbastanza sofferenza

È per questo che suona la stazione classica o jazz?
Per dare una base di senso alla nostra sofferenza?

5.

Il silenzio che denuda:
nella Passione di Giovanna d’Arco di Dreyer

la faccia di Falconetti, capelli tosati, una vasta geografia
silenziosamente percorsa dalla cinepresa

Se esistesse una poesia in cui ciò potesse accadere
e non come spazi bianchi o parole

stese come una pelle sui significati
ma come il silenzio che viene alla fine

di una notte che due persone hanno passato
parlando fino all’alba

6.

L’urlo
di una voce illegittima

Ha smesso di sentirsi, e quindi
si chiede

Come riesco a esistere?

Questo era il silenzio che volevo rompere in te
con domande, ma non avresti risposto

con risposte, ma non le avresti utilizzate
Tutto vano per te e forse per altri

7.

Era un vecchio tema anche per me:
Il linguaggio non è onnipotente –

disegnalo sui muri dove
i poeti morti riposano nei loro mausolei

Se a un cenno del poeta la poesia
potesse trasformarsi in una cosa

un fianco di granito messo a nudo, una testa alzata
accesa di rugiada

Se potesse semplicemente guardarti in faccia
con le cornee nude, inchiodandoti

fino a quando tu – e io che sogno questa cosa –
fossimo finalmente fatti luce insieme nel suo sguardo

8.

No. Lasciami questa polvere,
queste nubi esangui cupamente sospese, queste parole

che si muovono con la feroce precisione
delle dita del bambino cieco

o della bocca dell’infante
violenta per la fame

Nessuno può darmelo, già da tempo
ho assunto questo metodo

della crusca fuoriuscita dalla trama del sacco troppo larga
o della fiamma blu del gas al minimo

Se di tanto in tanto invidio
le pure epifanie allo sguardo

la visio beatifica
se di tanto in tanto sogno di voltarmi

come lo ierofante eleusino
con la sua semplice spiga di grano

per tornare al mondo concreto e immortale
quello che in fondo continuo a scegliere

sono queste parole, questi sussurri, conversazioni
da cui di tanto in tanto la verità erompe umida e verde.

Adrienne Rich

1975

(Traduzione di Maria Luisa Vezzali)

da “Il sogno di un linguaggio comune”, in “Cartografie del silenzio”, Crocetti Editore, 2000

“Dreyer”. Il regista danese, autore di La passione di Giovanna d’Arco (1928), con Renée Falconetti (1893-1946) nella parte della santa.

∗∗∗

Cartographies of Silence

1.

A conversation begins
with a lie. And each

speaker of the so-called common language feels
the ice-floe split, the drift apart

as if powerless, as if up against
a force of nature

A poem can begin
with a lie. And be torn up.

A conversation has other laws
recharges itself with its own

false energy. Cannot be torn
up. Infiltrates our blood. Repeats itself.

Inscribes with its unreturning stylus
the isolation it denies.

2.

The classical music station
playing hour upon hour in the apartment

the picking up and picking up
and again picking up the telephone

The syllables uttering
the old script over and over

The loneliness of the liar
living in the formal network of the lie

twisting the dials to drown the terror
beneath the unsaid word

3.

The technology of silence
The rituals, etiquette

the blurring of terms
silence not absence

of words or music or even
raw sounds

Silence can be a plan
rigorously executed

the blueprint to a life

It is a presence
it has a history        a form

Do not confuse it
with any kind of absence

4.

How calm, how inoffensive these words
begin to seem to me

though begun in grief and anger
Can I break through this film of the abstract

without wounding myself or you
there is enough pain here

This is why the classical or the jazz music station plays?
to give a ground of meaning to our pain?

5.

The silence that strips bare:
In Dreyer’s Passion of Joan

Falconetti’s face, hair shorn, a great geography
mutely surveyed by the camera

If there were a poetry where this could happen
not as blank spaces or as words

stretched like a skin over meanings
but as silence falls at the end

of a night through which two people
have talked till dawn

6.

The scream
of an illegitimate voice

It has ceased to hear itself, therefore
it asks itself

How do I exist?

This was the silence I wanted to break in you
I had questions but you would not answer

I had answers but you could not use them
This is useless to you and perhaps to others

7.

It was an old theme even for me:
Language cannot do everything—

chalk it on the walls where the dead poets
lie in their mausoleums

If at the will of the poet the poem
could turn into a thing

a granite flank laid bare, a lifted head
alight with dew

If it could simply look you in the face
with naked eyeballs, not letting you turn

till you, and I who long to make this thing,
were finally clarified together in its stare

8.

No. Let me have this dust,
these pale clouds dourly lingering, these words

moving with ferocious accuracy
like the blind child’s fingers

or the newborn infant’s mouth
violent with hunger

No one can give me, I have long ago
taken this method

whether of bran pouring from the loose-woven sack
or of the bunsen-flame turned low and blue

If from time to time I envy
the pure annunciations to the eye

the visio beatifica
if from time to time I long to turn

like the Eleusinian hierophant
holding up a simple ear of grain

for return to the concrete and everlasting world
what in fact I keep choosing

are these words, these whispers, conversations
from which time after time the truth breaks moist and green.

Adrienne Rich

1975

da “The Dream of a Common Language”, 1974-1977, W. W. Norton & Co, 1978