L’estasi – John Donne

Giovanni Prini, Gli amanti, 1913, Galleria d’Arte Moderna, Roma

 

Dove, come un guanciale sopra un letto,
la pregna riva s’alza a riposare
la viola dal capo reclinato,
posammo noi, l’uno cuore dell’altro.

Le nostre mani salde, cementate
da un balsamo tenace che ne sgorga,
i raggi degli sguardi s’incrociavano,
gli occhi infilando su di un refe doppio.

Cosí per ora innestare le mani
fu tutto il nostro modo d’esser uno
e concepire immagini negli occhi
fu nostra sola moltiplicazione.

Come tra eguali eserciti la sorte
sospende incerta la vittoria,
le nostre anime (che per allargare
il campo erano uscite da noi) tra noi s’alzavano:

e mentre là negoziavano le anime,
noi giacevamo, statue sepolcrali:
tutto il giorno immutata l’attitudine,
non dicemmo parola tutto il giorno.

Se alcuno, dall’amore raffinato
sino a intender la lingua delle anime,
fatto dal buon amore tutto spirito,
alla giusta distanza fosse stato,

egli, pure ignorando quale anima parlasse
(poiché a un modo intendevano e parlavano entrambe)
nuova sublimazione avrebbe ricevuto
ripartendo piú puro.

Ogni perplessità discioglie l’estasi
(noi dicemmo) e ci dice quel che amiamo:
da lei sappiamo che non era il sesso,
sappiamo che di ciò nulla sappiamo.

Ma poiché ciascun’anima racchiude
cose mischiate e ignorate, l’amore
quelle anime mischiate mischia ancora
e fa una di due, questa e quella ciascuna.

Trapiantate un’unica viola:
forza, misura, sfumatura, quanto
era dapprima povero e mancante,
tuttavia si raddoppia e si moltiplica.

Cosí quando l’amore una con l’altra
due anime interanima, quell’unica
anima piú compiuta che ne sgorga
vince sulle mancanti solitudini.

E noi che siamo questa nuova anima,
sappiamo ormai di che siamo composti,
ché gli atomi da cui crescemmo sono anime
da mutamento intoccabili.

Ma ahimè, perché cosí a lungo e tant’oltre
negarci ai nostri corpi?
Se anche non noi, pure son nostri. Noi
siamo le intelligenze, essi la sfera.

Dobbiamo loro grazie, ché per primi
cosí ci avvicinarono ed a noi
cedettero le forze e i sensi loro,
lega, e non scoria, a noi.

Non influisce il Cielo sull’uomo se dapprima
nell’aria non lo imprima, sicché l’anima
possa fluir nell’anima, seppure
prima al corpo ripari.

Come il sangue s’ingegna a generare
spiriti quanto può simili ad anime
(ché tali dita debbono annodare
quel fine nodo che ci rende umani)

cosí debbono scendere le anime
dei puri amanti a facoltà ed affetti
che il senso possa cogliere ed apprendere,
o giacerà in catene un grande principe.

Ai corpi dunque ci volgiamo, che i deboli
possano contemplare rivelato l’amore:
i misteri d’amore crescono nelle anime
ma il nostro corpo è il libro dell’amore.

E se un amante, uno come noi,
udisse questo dialogo a una voce,
ci osservi: poco ci vedrà mutare
quando ritorneremo ai nostri corpi.

John Donne

(Traduzione di Cristina Campo)

da “Poesie amorose, poesie teologiche”, Einaudi, Torino, 1971

∗∗∗

The Extasie

Where, like a pillow on a bed,
A Pregnant banke swel’d up, to rest
The violets reclining head,
Sat we two, one anothers best.

Our hands were firmely cimented
With a fast balme, which thence did spring,
Our eye-beames twisted, and did thred
Our eyes, upon one double string;

So, to’entergraft our hands, as yet
Was all the meanes to make us one,
And pictures in our eyes to get
Was all our propagation.

As ’twixt two equal Armies, Fate
Suspends uncertaine victorie,
Our soules, (which to advance their state,
Were gone out) hung ’twixt her, and mee.

And whil’st our soules negotiate there,
Wee like sepulchrall statues lay;
All day, the same our postures were,
And wee said nothing, all the day.

If any, so by love refin’d,
That he soules language understood,
And by good love were growen all minde,
Within convenient distance stood,

He (though he knew not which soule spake,
Because both meant, both spake the same)
Might thence a new concoction take,
And part farre purer than he came.

This Extasie doth unperplex
(We said) and tell us what we love,
We see by this, it was not sexe,
We see, we saw not what did move:

But as all severall soules containe
Mixture of things, they know not what,
Love, these mixt soules doth mix againe,
And makes both one, each this and that.

A single violet transplant,
The strength, the colour, and the size,
(All which before was poore, and scant,)
Redoubles still, and multiplies.

When love, with one another so
Interinanimates two soules,
That abler soule, which thence doth flow,
Defects of loneliness controules.

Wee then, who are this new soule, know,
Of what we are compos’d, and made,
For, th’Atomies of which we grow,
Are soules, whom no change can invade.

But O alas, so long, so farre
Our bodies why doe wee forbeare?
They’are ours, though they are not wee, Wee are
The intelligences, they the spheare.

We owe them thankes, because they thus,
Did us, to us, at first convay,
Yeelded their forces, sense, to us,
Nor are drosse to us, but allay.

On man heavens influence workes not so,
But that it first imprints the ayre,
Soe soule into the soule may flow,
Though it to body first repaire.

As our blood labours to beget
Spirits, as like soules as it can,
Because such fingers need to knit
That subtile knot that makes us man:

So must pure lovers soules descend
T’affections, and to faculties,
Which sense may reach and apprehend,
Else a great Prince in prison lies.

To’our bodies turne wee then, that so
Weake men on love reveal’d may looke;
Loves mysteries in soules doe grow,
But yet the body is his booke.

And if some lover, such as wee,
Have heard this dialogue of one,
Let him still marke us, he shall see
Small change, when we’are to bodies gone.

John Donne

da “Songs and Sonnets”, E. K. Chambers, 1896

La casa – Roberto Deidier

Foto di Boris Smelov

 

Il sole scende dietro i piatti sporchi.
Il lavandino è un porto di liquami.
E nella penombra nuova
L’occhio inventa le sagome
Di chi un tempo è passato in queste stanze.

Sono stata spesso ostile ai miei inquilini.
Mi sono aperta di crepe
Come fossi la faccia della morte.
Ho lasciato che le luci si spegnessero
Senza riaccendersi. I letti erano freddi
E al mattino nascondevo tutta l’acqua.

L’agente illustra i pregi,
Ampiezza metratura posizione.
Prezzo accomodante, eppure avverto
Arrendevolezze inospitali,
La fatica che costa appartenere.

Questa casa, sono stato questa casa.
Un tempo, una volta, una vita.

Roberto Deidier

da “Solstizio”, “Lo Specchio” Mondadori, 2014

Album – Seamus Heaney

Foto di Henri Cartier-Bresson

I

La caldaia a gasolio si ridesta adesso
brusca, sonnolenta come il crollo puntuale
di un albero segato, mi pare di vederli

d’estate, deve essere stata quella la stagione,
e il luogo, ora mi ritorna in mente,
forse Grove Hill prima del taglio delle querce,

stavo spesso là con loro certe domeniche ariose
affondato tra le campanule in cima alla collina, gli occhi
verso i quattro campanili di Magherafelt, in distanza.

Troppo tardi, ahimè, ora per la citazione adatta
a un amore comprovato da uno sguardo saldo
non l’uno verso l’altra bensì nella stessa direzione.

II

Quercus, la quercia. E Quaerite, Cercate,
tra foglie verdi e ghiande a mosaico
(l’insegna della nostra scuola sormontata da columba,

colomba della chiesa, del sacro boschetto di Derry)
il motto strusciato di passi resisteva indelebile:
Cercate anzitutto il regno di Dio… Retto

me ne stavo nell’atrio dei locali per matricole
un grigio occhio si volgerà indietro
scorgendo in loro una coppia, lo vedo ora,

per la prima volta, ancora di più insieme
perché costretti a voltarsi, andare via, tanto vicini
nel partire (o più vicini) quanto nel giungere.

III

Inverno e sono andati al mare
per il pranzo nuziale. Io siedo al tavolo
non invitato, ineluttabile.

Stridio di gabbiani. Odore di pesce che cuoce.
Pingue argento dormiente. Silenzio spiaggiato. Lacrime.
La cameriera in pettorina scoperchia un piatto tintinnante

e a quello li lascia, sotto i lampadari
e a tutti gli anniversari di quel giorno
che mai celebreranno

o perfino nomineranno negli anni a venire.
E ora l’uomo che li ha condotti lì in auto
li riporterà indietro e per sera saremo a casa.

IV

Avessi dovuto abbracciarlo da qualche parte
sarebbe dovuto accadere sulla riva del fiume
l’estate prima della scuola, lui nel fiore degli anni,

io che allora non pensavo si sentisse in dovere
di venire con me perché presto sarei partito.
Avrebbe dovuto essere la prima, non accadde.

La seconda sì, a New Ferry una sera
che era ubriaco fradicio e gli servì una mano
per abbottonarsi i pantaloni. E la terza

sul pianerottolo, la sua ultima settimana
mentre lo portavo in bagno, il braccio destro
a farsi carico del palmato peso sottobraccio.

V

Un nipote, ci volle, che trovasse il modo giusto,
il balzo su di lui in poltrona
e un blitz d’attacco al collo

dimostrando così la sua vulnerabilità al piacere.
Prova che giunge come spesso per le grandi prove
con improvvisa eccezione seguita dal chiarirsi costante

di qualunque cosa erat demostrandum.
Proprio quando un istante prima, i tre tentativi di un figlio
di abbracciarlo in Elisio

risalirono sin nel vero delle braccia, dentro e fuori
dalla radice latina, il fantasmatico
verus sgusciato fuori da “vero”.

Seamus Heaney

(Traduzione di Luca Guerneri)

da “Catena umana”, “Lo Specchio” Mondadori, 2011

***

Album

I

Now the oil-fired heating boiler comes to life
Abruptly, drowsily, like the timed collapse
Of a sawn down tree, I imagine them

In summer season, as it must have been,
And the place, it dawns on me,
Could have been Grove Hill before the oaks were cut,

Where I’d often stand with them on airy Sundays
Shin-deep in hilltop bluebells, looking out
At Magherafelt’s four spires in the distance.

Too late, alas, now for the apt quotation
About a love that’s proved by steady gazing
Not at each other but in the same direction.

II

Quercus, the oak. And Quaerite, Seek ye.
Among green leaves and acorns in mosaic
(Our college arms surmounted by columba,

Dove of the church, of Derry’s sainted grove)
The footworn motto stayed indelible:
Seek ye first the Kingdom… Fair and square

I stood on in the Junior House hallway
A grey eye will look back
Seeing them as a couple, I now see,

For the first time, all the more together
For having had to turn and walk away, as close
In the leaving (or closer) as in the getting.

III

It’s winter at the seaside where they’ve gone
For the wedding meal. And I am at the table,
Uninvited, ineluctable.

A skirl of gulls. A smell of cooking fish.
Plump dormant silver. Stranded silence. Tears.
Their bibbed waitress unlids a clinking dish

And leaves them to it, under chandeliers.
And to all the anniversaries of this
They are not ever going to observe

Or mention even in the years to come.
And now the man who drove them here will drive
Them back, and by evening we’ll be home.

IV

Were I to have embraced him anywhere
It would have been on the riverbank
That summer before college, him in his prime,

Me at the time not thinking how he must
Keep coming with me because I’d soon be leaving.
That should have been the first, but it didn’t happen.

The second did, at New Ferry one night
When he was very drunk and needed help
To do up trouser buttons. And the third

Was on the landing during his last week,
Helping him to the bathroom, my right arm
Taking the webby weight of his underarm.

V

It took a grandson to do it properly,
To rush him in the armchair
With a snatch raid on his neck,

Proving him thus vulnerable to delight,
Coming as great proofs often come
Of a sudden, one-off, then the steady dawning

Of whatever erat demonstrandum.
Just as a moment back a son’s three tries
At an embrace in Elysium

Swam up into my very arms, and in and out
Of the Latin stem itself, the phantom
Verus that has slipped from ‘very’.

Seamus Heaney

da “Human Chain”, Faber and Faber Ltd, 2010

da «Sul Golfo del Bengala» – Giuseppe Conte

Roberto Nespola, Ostia, settembre 2016

NON SIAMO SIMILI
You, you are all unloving, loveless, you
D. H. Lawrence, The sea

Non siamo simili, mare,
né amici né fratelli,
tu ricco, profondo, infinito
tu il primo tra i sogni di Brahma
quando sognò la trama
della materia vivente
tu arido, rubescente, iniziale,
tu indifferente a tutto, ai lutti, ai naufragi
specchio del sole e della luna.
Io povero, io niente, una
creatura sottoposta alle leggi
della nascita e della mortalità,
uno di quelli che la vita ha
stremato con troppa gioia e troppo dolore.
Perché ho gioito, mare, a te lo posso dire,
anche sul Golfo del Bengala stasera.

Le donne in sari vanno e vengono
sulla Promenade e l’accendono
e io seduto da qui mare ti guardo
e mi confondo, mi perdo.

Non ho conosciuto il mestiere
della colpa e della santità.
Sono come te, mare.
Mi sono sempre sentito innocente,
almeno in questo ti somiglio.
Sono stato per troppo tempo figlio
di una gioia senza nome
fatta sempre di meraviglia e amore
di alberi azzurri e di aurore.
E ho sofferto tanto per l’incolore
ansia che strangola e non sai perché
per i vortici di stravolte domande
su Dio, come posso toccarlo, dov’è?
Ero un bambino voluto, curato, amato,
nella casa di via Carducci 3
quando avevo paura di te, mare,
e vedevo la sera che veniva
mentre tornavo dal campo di gioco
e si accendevano le luci alle finestre
e le stelle sui tetti a poco a poco:
perché c’era la sera? c’era il cielo?
E tutto si nascondeva dentro il velo
di un senso che non capivo.
Per questo ancora adesso sono qui e scrivo.
Ma ora, mare, io mi fido
di te. Sono solo di fronte a te
e so che dai vita e distruzione
so che sei necessario, sei vero
e sei maya, illusione.
La vita mi ha punito.
Ha fatto di me uno zero.

Le donne in sari vanno e vengono
sulla Promenade e l’accendono
e io seduto da qui mare ti guardo
e mi confondo, e mi perdo.

Sono solo più di tutti, mare, persino di te.
Tu sei arido, celibe, rude
ma sei ricco, profondo, infinito
io un fragile figlio di donna
una medusa spiaggiata, un ramo sfiorito.
Nessun potere, nessuna ricchezza
una meta ignota e cercata invano
come qualcuno che con la mano
volesse raccoglierti, mare,
e portarti con sé lontano.
Ininterrotte adolescenze amare.
Nessuna certezza, nessun colpo d’ala.
Solo, qui, sul Golfo del Bengala
a parlare con te come fanno i dementi
con te, mare, vincitore brutale
con te che schiumi ingravidato dai venti
e che non ami e non ricevi amore.
Io fragile figlio di donna,
perdente nato, sballottato, rifiuto.
Eppure ancora sempre innamorato.

TU MARE NON AMI
You are celibate and single, scorning a comrade even
D.H. Lawrence, The sea

Tu mare non ami nessuno
e io invece amo, amo lei,
lei, sempre lei, ne sono sicuro,
amare è la mia essenza
amare la mia ossessione
è questa la differenza
più inconciliabile tra noi.
Perché tu vai bene al di là
dell’amore com’è tra gli umani
tu te ne lavi le mani
sei calmo quando sei calmo
mosso quando sei mosso
solitario, sterile, puro
bastevole a te stesso.
Io cosa vuoi che sia
un povero essere umano
uno che vive scisso, di solitudine,
giorno per giorno come un’abitudine.
Eppure io amo, mare, amo lei
ne ho bisogno, ne sono sicuro,
amare è la mia essenza
e se tu non ci credi
mi dispiace per te.

Le donne in sari vanno e vengono
sulla Promenade e l’accendono
e io seduto da qui mare ti guardo
e mi confondo, mi perdo.

Chi sei, essere oscuro, indifferente
alla grazia, all’amore, al perdono
chi sono queste donne che vanno e vengono
con vesti di luce, chi sono?

Parliamone qui stasera
in questo dicembre tropicale
dammi una risposta sincera
dimmi se faccio male:
io amo, al contrario di te,
io sono eternamente innamorato.
Per noi esseri umani
limitati per definizione
privi di coralli e correnti
privi di riflessi e di venti
per noi c’è questo abisso
più profondo dei tuoi, mare.
Il baratro, il precipizio
senza fondo dov’è l’io,
dov’è Dio, il sesso.
Questo cieco bisogno di amare,
di amare senza sapere
perché né chi, ma sempre
amare, anche adesso.

MARE NON HAI CHIESE
Antes que el sueño (o el terror) tejiera
Mitologías y cosmogonías,
Antes que el tiempo se acuñara en días,
El mar, el siempre mar, ya estaba y era.
J.L. Borges, El mar

Tu mare non hai chiese
non hai sacerdoti, sacramenti,
non hai preghiere, monumenti
né riti né elemosine,
e non hai mai avuto pietà.
Eppure sei sacro, divino.
Ti somigliano certe cattedrali al mattino
in Liguria, tutte riflessi azzurri
mobili per i soffi dei tuoi venti
ti somigliano le moschee
con i loro minareti e i lamenti
ondeggianti dei muezzin,
ti assomiglia Jama Masjid
dal cortile sconfinato, assolato
colore di un tappeto di alghe
e di porpora
che milioni di piedi hanno calpestato
ti assomigliano i templi dei sikh
come quello di Guru Sahib
dalle cupole d’oro, dai porticati bianchi.
Ma più di tutti ti assomigliano
i gopuram dei templi indù
con la loro rincorsa trapezoidale
verso l’alto del cielo, lo zenit,
simile alla tua rincorsa quando un temporale
un vento di libeccio o di levante
ti scuote in mille onde
che si alzano frementi.
E ti ricorda che la tua culla
fu lo spazio infinito
e ti protendi verso il nulla
che noi uomini non possiamo
reggere, mare, e non lo puoi
neppure tu
tanto che dobbiamo pregare,
insieme scalare il cielo,
credere nelle ombre
di Shiva e di Visnu.

Le donne in sari vanno e vengono
sulla Promenade e l’accendono
e io seduto da qui mare ti guardo
e mi confondo, mi perdo.

Chi sei, essere oscuro, indifferente
alla grazia, all’amore, al perdono?
Chi sono queste donne che vanno e vengono
con vesti di luce, chi sono?

Giuseppe Conte

Pondichery, New Delhi, dicembre 2011

da “Inediti”, in Giuseppe Conte, Poesie (1983-2015)”, Mondadori, 2015

Le tre poesie qui riportate (Non siamo simili, Tu mare non ami, Mare non hai chiese) fanno parte di una suite più lunga scritta fra New Delhi e Pondichery dove ero invitato per tenere conferenze e letture dall’Institut Français nel dicembre del 2011. (Giuseppe Conte)

Il sogno – John Donne

Foto di Jennifer B Hudson

 

Per nessun altro, amore, avrei spezzato
questo beato sogno.
Buon tema alla ragione,
troppo forte per la fantasia.
Fosti saggia a destarmi. E tuttavia
tu non spezzi il mio sogno, lo prolunghi.
Tu cosí vera che pensarti basta
per fare veri i sogni e le favole storia.
Entra fra queste braccia. Se ti parve
meglio per me non sognar tutto il sogno,
ora viviamo il resto.

Come il lampo o un bagliore di candela,
i tuoi occhi, non già il rumore, mi destarono.
Pure (giacché ami il vero)
io ti credetti sulle prime un angelo.
Ma quando vidi che mi vedevi in cuore,
sapevi i miei pensieri oltre l’arte di un angelo,
quando sapesti il sogno, quando sapesti quando
la troppa gioia mi avrebbe destato
e venisti, confesso che profano
sarebbe stato crederti qualcos’altro da te.

Il venire, il restare ti rivelò: tu sola.
Ma ora il levarti mi fa dubitare
che tu non sia piú tu.
Debole quell’amore di cui piú forte è la paura,
e non è tutto spirito limpido e valoroso
se è misto di timore, di pudore, di onore.
Forse, come le torce che debbono esser pronte
sono accese e rispente, cosí tu tratti me.
Venisti per accendermi, vai per venire. Ed io
sognerò nuovamente
quella speranza, ma per non morire.

John Donne

(Traduzione di Cristina Campo)

da “Poesie amorose, poesie teologiche”, Einaudi, Torino, 1971

***

The dream 

Dear love, for nothing less than thee
Would I have broke this happy dream;
It was a theme
For reason, much too strong for fantasy,
Therefore thou wak’d’st me wisely; yet
My dream thou brok’st not, but continued’st it.
Thou art so true that thoughts of thee suffice
To make dreams truths, and fables histories;
Enter these arms, for since thou thought’st it best,
Not to dream all my dream, let’s act the rest.

As lightning, or a taper’s light,
Thine eyes, and not thy noise wak’d me;
Yet I thought thee
(For thou lovest truth) an angel, at first sight;
But when I saw thou sawest my heart,
And knew’st my thoughts, beyond an angel’s art,
When thou knew’st what I dreamt, when thou knew’st when
Excess of joy would wake me, and cam’st then,
I must confess, it could not choose but be
Profane, to think thee any thing but thee.

Coming and staying show’d thee, thee,
But rising makes me doubt, that now
Thou art not thou.
That love is weak where fear’s as strong as he;
‘Tis not all spirit, pure and brave,
If mixture it of fear, shame, honour have;
Perchance as torches, which must ready be,
Men light and put out, so thou deal’st with me;
Thou cam’st to kindle, goest to come; then I
Will dream that hope again, but else would die.

John Donne

da “Songs and Sonnets”, edited by E. K. Chambers, 1896