«C’è nella vita vegetativa di un poeta» – Sergej Gandlevskij

Foto di Josef Sudek

 

C’è nella vita vegetativa di un poeta
Un periodo malefico, nel quale
Egli fugge la luce del cielo
E teme il giudizio degli uomini.
E dal fondo di un pozzo cittadino
Spargendo il miglio ai colombi
Con un orribile giuramento promette
Di vendicarsi alla prima occasione, ma,

Grazie a Dio, sulla veranda della dacia,
Dove il gelsomino arriva alla mano,
Abbiamo imparato a volare
Dal violino furioso di Vivaldi –
Ecco, il vuoto sale in alto,
Dall’altezza del vuoto l’anima
Cade a terra e si sente raggelare,
Ma i fiori toccano il gomito…

Non conosciamo nulla per bene,
Siamo vigliacchi, beviamo vodka,
Spezziamo i fiammiferi per l’agitazione
E rompiamo le stoviglie per debolezza,
Ci impegniamo a dire la cruda verità
Senza lusinghe, a bruciapelo.
Ma i versi non sono strumento di vendetta,
Bensí la fonte di un onore argenteo.

Sergej Gandlevskij

1983

(Traduzione di Paolo Galvagni)

da “La nuova poesia russa”, Crocetti Editore, 2003

∗∗∗

«Есть в растительном жизни поэта»

Есть в растительном жизни поэта
Злополучный период, когда
Он дичится небесного света
И боится людского суда.
И со дна городского колодца,
Сизарям рассыпая пшено,
Он ужасною клятвой клянется
Расквитаться при случае, но,

Слава Богу, на дачной веранде,
Где жасмин до руки достает,
У припадочной скрипки Вивальди
Мы учились полету — и вот
Пустота высоту набирает,
И душа с высоты пустоты
Наземь падает и обмирает,
Но касаются локтя цветы…

Ничего-то мы толком не знаем,
Труса празднуем, горькую пьем,
От волнения спички ломаем
И посуду по слабости бьем,
Обязуемся ре зать без лести
Правду-матку как есть напрямик.
Но стихи не орудие мести,
А серебряной чести родник.

Сергей Гандлевский

1983

da “Счастливая ошибка. Стихи и эссе о стихах”, Издательство АСТ, 2019

Pavana reale – Piero Bigongiari

 

Creda la notte ai muriccioli lungo
una strada che troppo discende,
(di fiamme si mormora il ricordo
dentro gli occhi bendati. Densa Boboli
d’aprili andati a morte come vipere
verdi sui colonnati).
                                     

                                       Si ghirlandano
fiocchi diurni attorno a caprioli
feriti, è latte la memoria e spare
come questa pavana. Non pensare,
sei decorata tutta del tuo scendere, e
l’alveare notturno è senza sillabe.

Piero Bigongiari

da “La figlia di Babilonia”, Parenti, Firenze, 1942

Dire piano – Else Lasker-Schüler

Foto di Alessio Albi

 

Tu ti prendesti tutte le stelle
Sul mio cuore.

I miei pensieri si increspano,
Io devo danzare.

Tu fai sempre quello che mi fa guardare in alto,
Stancare la mia vita.

Non posso più sopportare
La sera sopra le siepi.

Nello specchio dei ruscelli
Non ritrovo la mia immagine.

All’arcangelo tu hai rubato
I fluttuanti occhi;

Ma io spizzico il miele
Del loro azzurro.

Il mio cuore va lento sotto
Io non so dove –

Forse nella tua mano.
Dovunque lei si impiglia alla mia rete.

Else Lasker-Schüler

(Traduzione di Nicola Gardini)

dalla rivista “Poesia”, Anno XVIII, Gennaio 2005, N. 190, Crocetti Editore

∗∗∗

Leise sagen –

Du nahmst dir alle Sterne
Über meinem Herzen.

Meine Gedanken kräuseln sich,
Ich muß tanzen.

Immer tust du das, was mich aufschauen läßt,
Mein Leben zu müden.

Ich kann den Abend nicht mehr
Über die Hecken tragen.

Im Spiegel der Bäche
Finde ich mein Bild nicht mehr.

Dem Erzengel hast du
Die schwebenden Augen gestohlen;

Aber ich nasche vom Seim
Ihrer Bläue.

Mein Herz geht langsam unter
Ich weiß nicht wo –

Vielleicht in deiner Hand.
Überall greift sie an mein Gewebe.

Else Lasker-Schüler

da “Meine Wunder. Gedichte”, Dreililien Verlag, Karlsruhe-Leipzig, 1911

A mio padre – Alfonso Gatto

Roman Vishniac, Child inside during the winter, Uzhgorod, 1938

 

Se mi tornassi questa sera accanto
lungo la via dove scende l’ombra
azzurra già che sembra primavera,
per dirti quanto è buio il mondo e come
ai nostri sogni in libertà s’accenda
di speranze di poveri di cielo,
io troverei un pianto da bambino
e gli occhi aperti di sorriso, neri
neri come le rondini del mare.

Mi basterebbe che tu fossi vivo,
un uomo vivo col tuo cuore è un sogno.
Ora alla terra è un’ombra la memoria
della tua voce che diceva ai figli:
«Com’è bella la notte e com’è buona
ad amarci così con l’aria in piena
fin dentro al sonno». Tu vedevi il mondo
nel plenilunio sporgere a quel cielo,
gli uomini incamminati verso l’alba.

Alfonso Gatto

da “Il capo sulla neve, 1943-1947”, in “La storia delle vittime. Poesie della resistenza”, “Lo Specchio” Mondadori, 1966

«Il peggio ormai l’ho passato» – Jaroslav Seifert

Edward Weston, Nude, Santa Monica, 1936

 

Il peggio ormai l’ho passato
mi dico, ormai sono vecchio.
Il peggio dovrà ancora venire
ancora sono vivo.
Ma se proprio volete saperlo,
sono stato felice.
A volte un giorno intero, a volte per delle ore,
a volte pochi minuti soltanto.

Per tutta la vita sono rimasto fedele all’amore.
E se le braccia di donna sono più delle ali,
cosa sono le gambe?
Mi piaceva provarne la forza.
È tenera, quando stringono.
Che quindi le ginocchia
schiaccino la mia testa!

Se chiudessi gli occhi in questa morsa
non sarei come ubriaco
e non sentirei un martellío così forsennato
nelle mie tempie.
Ma poi, perché chiuderli?

Ad occhi aperti
ho attraversato questa terra.
È bella, lo sapete anche voi.
Per me forse valeva di più
di tutti i miei amori messi insieme.
E il suo abbraccio è durato tutta la vita.

Quando avevo fame
mi nutrivo quasi ogni giorno
con le parole delle sue canzoni.

Quelli che se ne sono andati
sparpagliandosi in altri paesi
l’avranno scoperto:
il mondo è orrendo!
Non amano e non sono amati.
Noi amiamo, almeno.

Che quindi le sue ginocchia
schiaccino la mia testa.

Jaroslav Seifert

(Traduzione di Alena Wildová Tosi)

da “La colonna della peste”, Edizioni E/O, Roma, 1985

∗∗∗

«To nejhorší mám za sebou»

To nejhorší mám za sebou,
říkám si, jsem už stár.
To nejhorší mám před sebou,
ještě žiji.
Ale kdybyste mermomocí chtěli vědět,
byl jsem šťasten.
Někdy celý den, někdy celé hodiny
někdy jen pár minut.

Po celý život byl jsem věrný lásce.
A jsou-li ruce ženy víc než křídla,
co jsou její nohy?
Tak rád jsem zkoušel jejich sílu.
Je něžná, když stisknou.
Ať tedy rozdrtí kolena
mou hlavu?

Kdybych zavřel oči v tomto sevření,
nebyla by tak opilá
a nebušilo by mi tak zběsile
v mých spáncích.
Ale proč bych je zavíral?

S otevřenýma očima
prošel jsem touto zemí.
Je krásná, vždyť víte.
Byla mi možná víc
než všechny mé lásky najednou.
A její objetí trvalo celý život.
Když jsem míval hlad,
živil jsem se téměř denně
slovy jejích písní.

Ti, kdož odešli
a rozprchli se kvapem po zemích,
už to snad poznali:
svět je hrozný?
Nemilují a nejsou milováni.
My aspoň milujem.

Ať tedy rozdrtí její kolena
mou hlavu.

Jaroslav Seifert

da “Morový sloup (1977)”, Cologne, 1981, Prague