In un porto del Mediterraneo – Henrik Nordbrandt

Foto di Mario Giacomelli

 

Io non so cosa sia più importante:

               la dolcezza speziata del caffè amaro
mescolata al gusto della prima sigaretta del mattino
              o l’odore di pesce e barche verniciate di fresco.
I vestiti sbiaditi sul filo fra i mandorli in fiore
              o i monti che li mettono in risalto…

No, nulla di ciò, ma tutte queste cose insieme
              rivelano che ho trascurato qualcosa

e che la sua presenza mi tormenterà per il resto della vita
            perché l’ho ignorato mentre era qui.

Henrik Nordbrandt

(Traduzione di Bruno Berni)

da “Vicinanze”, in “Il nostro amore è come Bisanzio”, Donzelli Poesia, 2000

∗∗∗

I en middelhavshavn

Jeg ved ikke, hvad der er det vigtigste:

         Den bitre kaffes krydrede sødme
blandet med smagen af morgenens første cigaret
         eller lugten af fisk og nymalede både.
De falmede kjoler på snoren mellem de blomstrende mandeltræer
         eller bjergene, som fremhæver dem…

Nej, ingen af delene, men dem alle sammen tilsammen
         røber at jeg har udeladt noget
og at dets nærvær vil pine mig resten af mit liv
         fordi jeg overså det, mens det var der.

Henrik Nordbrandt

da “Omgivelser”, Copenhagen: Gyldendal, 1972

Va’ via, il mio cuore brama… – Kostas G. Kariotakis

Foto di Anja Bührer

 

Va’ via, lasciami solo, vedo che sta crescendo
la notte in cielo, e il caos diventa piú profondo.
Tra poco del dolore neanche il ricordo resta, e io sono
un fiore che nella tua mano perde petali e muore.

Va’ via, come andarono gli anni quando un’unica tua
parola nella vita era per me come un peana.
Le mie labbra hanno sete del bacio della madre,
di madre terra, e al riso dei secoli si schiudono.

Va’ via, il mio cuore brama la quiete senza fine!
Persino il tuo respiro increspa le acque nere
di Stige, che mi portano, naufrago come sono,
laggiú nell’assoluto Nulla, nell’Infinito.

Kostas G. Kariotakis

(Traduzione di Filippomaria Pontani)

(da Elegie e satire, 1927: Elegie, prima serie)

da “L’ombra delle ore”, Crocetti Editore, 2004

v. 4: cfr. Nepenti, “Ora che né l’amore” vv.27-28.
v. 12: per il significato dell’accostamento di Nulla e Infinito in Kariotakis, che qui è esplicitato nella maniera piú chiara di tutta la sua poesia, cfr. la nota introduttiva a Elegie e Satire. (Filippomaria Pontani)

∗∗∗

Φύγε, ἡ Καρδιά μου νοσταλγεῖ…

Φύγε ϰι ἄσε με μοναχό, πού βλέπω νά πληθαίνει
ἀπάνω ἡ νύχτα, ϰαί βαθιά νά γίνονται τά χάη.
Οὔτε τοῦ πόνου ἡ θύμηση σέ λίγο πιά δέ μένει,
ϰ’ εἶμαι ἄνθος πού φυλλοροεῖ στό χέρι σου ϰαί πάει.

Φύγε ϰαθώς τά χρόνια ϰεῖνα ἐφύγανε, πού μόνον
μιά λέξη σου ἦταν, στή ζωή, γιά μένα σάν παιάνας.
Τώρα τά χείλη μου διψοῦν τό φίλημα τῆς μάνας,
τῆς μάνας γῆς, ϰαί ἀνοίγοντας στό γέλιο τῶν αἰώνων.

Φύγε, ἡ ϰαρδιά μου νοσταλγεῖ τήν ἄπειρη γαλήνη!
Ταράζει ϰαί ἡ ἀνάσα σου τά μαῦρα της Στυγός
νερά, πού μέ πηγαίνουν, ὅπως εἶμαι ναυαγός,
ἐϰεῖ, στό ἀπόλυτο Μηδέν, στήν Ἀπεραντοσύνη.

Κώστας Καρυωτάϰης

Ἐλεγεῖα ϰαί σάτιρες, 1927: Ἕλεγεῖα – πρώτη σειρά’

da “Τά ποιήματα (1913-1928)”, a cura di G. Savvidis, Νεφέλη, Athens, 1992

Fallimento – Philip Schultz

Foto di William Gedney

 

Per pagare il funerale di mio padre
mi feci prestare soldi da persone
cui lui già doveva soldi.
Uno lo definì una nullità.
No, dissi io, lui era un fallito.
Nessuno ricorda
il nome di una nullità, perciò
sono chiamati nullità.
I falliti non li dimentichi.
Il rabbino che lesse l’elogio di rito
di un uomo che non apparteneva
e non credeva a niente
era lui un fallito e una nullità.
Non riuscì a capire che ogni
sua parola umiliava il figlio
e la moglie del morto.
A capire che non
credere e non appartenere a
niente richiedeva una sorta
di fede e di spavalderia.
Uno zio, che contava sulle dita
gli affari falliti di mio padre –
un parcheggio dove allevava oche,
un motel con lune di miele in palio,
un bowling con mariachi itineranti –
non riuscì ad amare e rispettare suo fratello,
che gli aveva insegnato a fischiare
di nascosto, a rubare mele
con la destra e la sinistra. In realtà,
mio padre era un tipo buffo.
L’orologio gli pizzicava il polso, inciampava
nel risvolto dei calzoni e russava
forte al cinema, dove
la stanchezza alla fine
lo vinceva. Non credeva a:
risparmi assicurazioni giornali
verdure bene e male fragilità
umana storia né Dio.
I parenti ci evitavano
come la peste. Lasciai la città
ma non riuscii a scappare.

Philip Schultz

(Traduzione di Paola Splendore, con la collaborazione di Maria Baiocchi, Barbara Fiore e Sandro Triulzi)

da “Fallimento, 2007”, in “Il dio della solitudine”, a cura di Paola Splendore, Donzelli Poesia, 2018

∗∗∗

Failure

To pay for my father’s funeral
I borrowed money from people
he already owed money to.
One called him a nobody.
No, I said, he was a failure.
You can’t remember
a nobody’s name, that’s why
they’re called nobodies.
Failures are unforgettable.
The rabbi who read a stock eulogy
about a man who didn’t belong to
or believe in anything
was both a failure and a nobody.
He failed to imagine the son
and wife of the dead man
being shamed by each word.
To understand that not
believing in or belonging to
anything demanded a kind
of faith and buoyancy.
An uncle, counting on his fingers
my father’s business failures –
a parking lot that raised geese,
a motel that raffled honeymoons,
a bowling alley with roving mariachis –
failed to love and honor his brother,
who showed him how to whistle
under covers, steal apples
with his right or left hand. Indeed,
my father was comical.
His watches pinched, he tripped
on his pant cuffs and snored
loudly in movies, where
his weariness overcame him
finally. He didn’t believe in:
savings insurance newspapers
vegetables good or evil human
frailty history or God.
Our family avoided us,
fearing boils. I left town
but failed to get away.

Philip Schultz

da “Failure”, Harcourt Books, 2007

Sfere di fuoco – Tomas Tranströmer

Kōgyo Tsukioka, Fireflies, 1910

 

Nei mesi oscuri la mia vita scintillava
solo quando ti amavo.
Come la lucciola si accende e si spegne, si accende e si spegne,
– dai bagliori si può seguire il suo cammino
nel buio della notte tra gli ulivi.

Nei mesi oscuri l’anima stava rannicchiata
e senza vita
ma il corpo veniva dritto verso di te.
Il cielo notturno mugghiava.
Furtivi mungevamo il cosmo e siamo sopravvissuti.

Tomas Tranströmer

(Traduzione di Maria Cristina Lombardi)

da “La piazza selvaggia”, in “Poesia dal silenzio”, Crocetti Editore, 2001

***

Eldklotter

Under de dystra månaderna gnistrade mitt liv till
bara när jag älskade med dig.

Som eldflugan tänds och slocknar, tänds och slocknar
– glimtvis kan man följa dess väg
i nattmörkret mellan olivträden.

Under de dystra månaderna satt själen hopsjunken
och livlös
men kroppen gick raka vägen till dig.
Natthimlen råmade.
Vi tjuvmjölkade kosmos och överlevde.

Tomas Tranströmer

da “Det Vilda torget”, Bonnier, 1983 

Lettera d’amore – John Williams

Gotthard Schuh, Lovers, 1950

 

Da un tale tra la folla,
illustre sconosciuto,
citare casualmente
il nome tuo ho sentito:
parola come tante
docile per chiunque
parlasse quel dialetto
d’ossa e di sangue inquieto.
E poi ho veduto, a quasi
vent’anni che ti ho persa,
la tua figura disegnata d’aria
bruciare in ogni dove.
Cadere i nostri corpi oltre
fluenti anni di luce,
nel caos romito della notte,
fino all’amore che si espande ingordo.
Mi è giunto il grido antico
della mortalità d’amore,
che un suono è diventato
per cui non c’è parola,
per quanto ripetuto,
e nato dalla terra
dei nervi e del segreto sangue.
Cosa ne è stato di quei corpi,
amore mio? In quale luogo,
in quale falla del tempo,
si stringono i poveri arti smaniosi?
Saranno diventati molli e laschi,
dimentichi di tanta inerzia,
la carne una sterpaglia vana
al luccichio del sangue?
O risvegliati dal ritorno,
tornano svelti ad ardere
un istante, in quella mente
che ormai li confina?
Amore lontanissimo,
che vaghi in una casa ignota,
ci vedo persi nelle tenebre
in balia delle correnti
oltre il mortale costo dell’amore;
e penso, perché devo,
a Helen, al sangue agro
come melato fiele,
che invitava senza più rimedio
le luci di Parigi alla piena
di antiche conseguenze.

John Williams

(Traduzione di Stefano Tummolini)

da “John Williams, Stoner e La necessaria menzogna (Poesie)”, Mondadori, 2020

∗∗∗

Love Letter

This man I overheard,
This stranger in the crowd,
Most casually said
Your long remembered name,
As if it were a word
That any man could tame
To fit a language made
Of bone and restless blood.
And then I saw, across
Some twenty years of loss,
Your self shaped of the air
And burning everywhere.
I watched our bodies fall
Through streaming years of light,
The lone chaos of night,
Into love’s wanton sprawl.
I heard the ancient cry
Of love’s mortality,
The ry become a sound
For which there is no word,
Though it be heard and heard,
Raised from the underground
Of the nerve and secret blood.
Where are those bodies now,
My darling? In what pIace,
What fault of time, do those
Poor seeking limbs embrace?
Have they gone slack and loose,
Casual to their sloth,
The flesh an undergrowth
The bright blood cannot use?
Or warming to this return,
Do our swift bodies burn
Momently in the mind
By which they are confined?
Ah, my most distant dear,
Who dwell in a strange house,
I see us darkly tossed
Upon a billowing air
Beyond love’s mortal cost;
And think, because I must,
Of Helen, of the blood
Bitter as honeyed gall,
Who lured beyond recall
Bright Paris to the flood
or ancient consequence.

John Williams

da “John Williams, Necessary Lie”, Verb Publications, Denver, 1965