Eterna presenza – Pedro Salinas

Foto di Anka Zhuravleva

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Non importa che non ti abbia,
né importa che non ti veda.
Prima ti abbracciavo,
prima ti guardavo,
ti cercavo tutta,
ti volevo intera.
Oggi più non chiedo
agli occhi e alle mani
le ultime prove.
Di stare al mio fianco
ti chiedevo prima;
sì, accanto a me, sì,
sì, però lì fuori.
A me già bastava
sentir le tue mani
darmi le tue mani,
sentire che ai miei occhi
tu davi presenza.
Ma adesso ti chiedo
di più, ben di più
di un bacio o uno sguardo:
di starmi più addosso
di me stesso, dentro.
Come il vento sta
donando, invisibile,
la vita alla vela.
Come sta la luce,
ferma, fissa, immobile,
facendo da centro
che non mai vacilla
al tremulo corpo
della fiamma inquieta.
Come sta la stella,
presente e sicura,
senza voce o tatto,
sul petto disteso,
sereno, del lago.
Quello che ti chiedo
è di essere l’anima
dell’anima mia,
sangue del mio sangue
dentro le mie vene.
È che tu stia dentro
di me come il cuore
mio, che io mai
vedrò, toccherò,
ma il cui palpitare
non sarà mai stanco
di darmi la vita
finché morirò.
E come lo scheletro,
segreto profondo
di me, che soltanto
mi vedrà la terra,
intanto però,
è lui che nel mondo
sostiene il mio peso
di carne e di sogno,
di gioia e di pena
misteriosamente
senza che degli occhi
lo vedano mai.
Quel che ti chiedo
è che la corporea
passeggera assenza
per noi non sia fuga,
mancanza, oblio:
ma che per me sia
possesso totale
dell’anima lontana
eterna presenza.

Pedro Salinas

(Traduzione di Valerio Nardoni)

da “Il corpo, favoloso. Lungo lamento”, Passigli Poesia, 2015

∗∗∗

Eterna presencia 

No importa que no te tenga,
no importa que no te vea.
Antes te abrazaba,
antes te miraba,
te buscaba toda,
te quería entera.
Hoy ya no les pido,
ni a manos ni a ojos,
las últimas pruebas.
Estar a mi lado
te pedía antes;
sí, junto a mí, sí,
sí, pero allí fuera.
Y me contentaba
sentir que tus manos
me daban tus manos,
sentir que a mis ojos
les dabas presencia.
Lo que ahora te pido
es más, mucho más,
que beso o mirada:
es que estés más cerca
de mí mismo, dentro.
Como el viento está
invisible, dando
su vida a la vela.
Como está la luz
quieta, fija, inmóvil,
sirviendo de centro
que nunca vacila
al trémulo cuerpo
de llama que tiembla.
Como está la estrella,
presente y segura,
sin voz y sin tacto,
en el pecho abierto,
sereno, del lago.
Lo que yo te pido
es sólo que seas
alma de mi ánima,
sangre de mi sangre
dentro de las venas.
Es que estés en mí
como el corazón
mío que jamás
veré, tocaré,
y cuyos latidos
no se cansan nunca
de darme mi vida
hasta que me muera.
Como el esqueleto,
el secreto hondo
de mi ser, que sólo
me verá la tierra,
pero que en el mundo
es el que se encarga
de llevar mi peso
de carne y de sueño,
de gozo y de pena
misteriosamente
sin que haya unos ojos
que jamás le vean.
Lo que yo te pido
es que la corpórea
pasajera ausencia
no nos sea olvido,
ni fuga, ni falta:
sino que me sea
posesión total
del alma lejana,
eterna presencia.

Pedro Salinas

da “Poemas Sueltos” (1937 – 1939), in “Largo lamento”, Alianza Editorial, 1989

Le notti calde e gli alisei – Pierluigi Cappello

 

Libro e libero sono una cosa
e non c’è distanza che non sia desiderare
non esiste fantasia che non liberi distanza,
oscurano il cielo le murate delle navi
e gli occhi vedono azzurri mai uditi
se un bambino dalle pagine dei libri
li legga stampati e chiari per la prima volta.

Cosí anch’io ho incontrato il mio Pequod
e ho visto arrampicarsi fino al cielo
le lamiere del Batavia
e ho imparato leggendo gli economici di Hemingway
che se un viaggio dura dalla seggiola di casa
alla scorza di un tiglio solitario
non c’è metro che possa misurarne
l’eternità della distanza.

Esistono baie, conforti, fiordi di sonno nascosti
mappe che sono segnate soltanto
nel calore che c’è dietro due occhi
e rade dove saldi si alzano i desideri
finché non scivolerà via dai sogni
l’impronta di quei sogni,
le notti calde e gli alisei.

Pierluigi Cappello

da “Dentro Gerico”, 1998-2002, in “Assetto di volo”, Crocetti Editore, 2006

da «La sonata al chiaro di luna» – Ghiannis Ritsos

Ghiannis Ritsos

 

[…]

E davvero, non di rado scopro lí, nel fondo dove annego, 
coralli e perle e tesori di navi naufragate, 
incontri imprevedibili, di ieri, di oggi e del futuro, 
quasi una conferma di eternità, 
un certo sollievo, un certo sorriso di immortalità, come si dice, 
una felicità, un’ebbrezza, perfino un entusiasmo, 
coralli, perle e zaffiri; 
solo che non so donarli – no, li dono; 
solo che non so se loro possono prenderli – comunque io li dono. 
Lasciami venire con te. 

[…]

Ghiannis Ritsos

Atene, giugno 1956

(Traduzione di Nicola Crocetti)

(da La sonata al chiaro di luna, 1956: in Quarta dimensione, 1972)

da “Quarta dimensione”, Crocetti Editore, 2013

∗∗∗

da «Ἡ σονάτα τοῦ σεληνόφωτος»

[…]

Κι ἀλήθεια δέν εἶναι λίγες οἱ φορές πού ἀναϰαλύπτω ἐϰεῖ, στό βάθος τοῦ πνιγμοῦ,
ϰοράλλια ϰαί μαργαριτάρια ϰαί θησαυρού ς ναυαγισμένων πλοίων,
ἀπρόοπτες συναντήσεις, ϰαί χτεσινά ϰαί σημερινά ϰαί μελλούμενα,
μιάν ἐπαλήθευση σχεδό ν αἰωνιότητας,
ϰάποιο ξανάσασμα, ϰάποιο χαμόγελο ἀθανασίας, ὅπως λένε,
μιαν εὐτυχία, μιά μέθη, ϰ’ἐνθουσιασμό ν ἀϰόμη,
ϰοράλλια ϰαί μαργαριτάρια ϰαί ζαφείρια·
μονάχα πού δέν ξέρω νά τά δώσω − ὄχι, τά ὃίνω·
μονάχα πού δέν ξέρω ἂν μποροῦν νά τά πάρουν – πάντως ἐγώ τά δίνω.
Ἄφησέ με νά ‘ρθω μαζί σου.

[…]

Γιάννης Ρίτσος

Ἀθήνα, Ἰούνιος, 1956

da “Ἡ σονάτα τοῦ σεληνόφωτος”, 1956, in “Τέταϱτη διάσταση”, θήνα, Κέδρος, 1972

LA SONATA AL CHIARO DI LUNA

«Ci sono sere che vorrei guardare» – Giovanni Raboni

Herbert List, Neighbours, Hamburg, Germany, 1931

 

Ci sono sere che vorrei guardare
da tutte le finestre delle strade
per cui passo, essere tutte le rade
ombre che vedo o immagino vegliare

nei loro fiochi santuari. Abbiamo,
sussurro passando, lo stesso sogno,
cancellare fino a domani il sogno
opaco, cruento del giorno, li amo

anch’io i vostri muri pallidamente
fioriti, i vostri sonnolenti acquari
televisivi dove i lampadari
nuotano come polpi, non c’è niente

che mi escluda tranne la serratura
chiusa che esclude voi dalla paura.

Giovanni Raboni

da “Quare tristis”, “Lo Specchio” Mondadori, 1998

Epitaffio per la tomba di un poeta – José Hierro

José Hierro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Toccai la creazione con la mia fronte.
Sentii la creazione nella mia anima.
Le onde mi chiamarono nel profondo.
E poi si chiusero le acque.

José Hierro

(Traduzione di Alessandro Ghignoli)

dalla rivista “Poesia”, Anno XVIII, Dicembre 2005, N. 200, Crocetti Editore

∗∗∗

Epitafio para la tumba de un poeta

Toqué la creación con mi frente.
Sentí la creación en mi alma.
Las olas me llamaron a lo hondo.
Y luego se cerraron las aguas.

José Hierro

da “Quinta del 42”, Editora Nacional, Madrid, 1952