L’avevo fatto nascere… – Angela Botta

René Magritte, La Mémoire, 1948

 

L’avevo fatto nascere,
come si fa nascere l’amore.
Era freddo per aver troppo atteso,
troppo aveva voluto.
Un libro bruciato giaceva nel fondo
dolce sparava alla mia sete,
alla potenza della mia dispersa voce.
Troppo sangue mi dissero.
Eppure era finito da tanto
il tempo degli aironi,
della giovinezza delle violente rose.
Saliva dagli occhi il tuo pensiero
e mi coglieva attonita
mentre disperdevo la bocca
e i denti per l’ultimo respiro.
E ti amavo a bordo del nulla
perché nulla eri.
Eri solo il mio sguardo
che inseguiva me ancora in vita.

Angela Botta

Testo inedito, 21/06/2016

All rights reserved – © Angela Botta

Fraternità – Ghiannis Ritsos

Ghiannis Ritsos

Ad Aragon

I poeti si riconoscono facilmente tra loro – non
dalle grandi parole che abbagliano il pubblico, non
dai gesti retorici, solo da certe cose
affatto banali e di dimensioni segrete, come Ifigenia
riconobbe subito Oreste appena le disse:
“Non eri tu che ricamavi in cortile, sotto il pioppo,
con bei colori su una tela bianca di bucato
il mutamento di orbita del sole?”. Ma soprattutto:
“In un angolo della tua stanza non era conservata
l’antica lancia di Pèlope?”. Allora lei
si chinò di colpo sulla sua spalla, chiudendo gli occhi
a una luce profonda, dolce, come se l’altare insanguinato
fosse completamente coperto da quella tela
bianca che lei stessa ricamava
sotto il pioppo, durante i caldi meriggi, in patria.

Ghiannis Ritsos

30 maggio 1969

da “Pietre Ripetizioni Sbarre”, Crocetti Editore, 2020

Titolo dell’opera originale: Πέτρες Eπαναλήψεις Kιγχλίδωμα

Bosco d’isola – Maurizio Cucchi

Mimmo Jodice, Natura n. 11, 2007

 

Non sono più nella mia casa,
ma in questa sede ariosa che mi concede tutto.
La sua tranquilla geometria
dà ingresso al chiaro per i corpi
umidi e leggeri sul terrazzo
nelle tracce feriali di una pigra incuria.

Ascolto di qui le voci della piazza,
osservo come un lago il mare che si apre
nel bosco e se c’è vento
una domestica campagna di cicale
che a mezzogiorno protegge i nostri passi
quando il tempo non ha più direzione:

nella pianura totale, deserta,
e nel confine a taglio che si annebbia.

∗∗∗

Fritz mi aveva detto un po’ sfuggente
che c’era vita notturna sull’isola.
Pensavo a quei piccoli scoscendimenti,
e labirinti, a quei tronchi sottili, a un solitario
infognarsi nelle tenebre e gustare
l’ansia gratuita, lo smarrimento, i brividi,
la terra.
Ricorrevo a infantili immagini prealpine,
ai ciclamini, all’umido, ai profumi,
per inoltrarmi anch’io
tra i bei sentieri coperti di notte.
Ma quei tipi che bussavano,
nelle ore buie di vento e temporale,
alla nostra casetta e ci svegliavano,
avevano misteri più modesti nelle scarpe
e così il folto li avrebbe masticati
oppure qualche biscia nel silenzio
con dolcezza li avrebbe accarezzati.

∗∗∗

Siamo tutti individui distinti
come i sassi nell’acciottolato.

Sono un’ampolla, una vescica
e trasudo me del mio stesso essere.

∗∗∗

La vacanza ci apre un dolce vuoto
di sospensione piena e alla partenza
ci agita e respira infinita.
Amo la gente del mese d’agosto,
che galleggia nell’aria
e nel tempo assopito.
Amo la folla anonima,
che esplora i viali quieta
e ride al mare in un caffè all’aperto.

Col cappellaccio in testa,
sono già qui che aspetto la corriera.
Mi volto sempre indietro,
negli occhi ho la salita,
ma intanto l’isola è sparita.

Maurizio Cucchi

da “L’ultimo viaggio di Glenn”, “Lo Specchio” Mondadori, 1999

Prima del Principio – Octavio Paz

Foto da “Un homme et une femme”, Claude Lelouch, 1966

 

Rumori confusi, incerto chiarore.
Inizia un nuovo giorno.
È una stanza in penombra
e due corpi distesi.
Nella fronte mi perdo
in un pianoro vuoto.
Già le ore affilano rasoi.
Ma al mio fianco tu respiri;
intimamente mia eppur remota
fluisci e non ti muovi.
Inaccessibile se ti penso,
con gli occhi ti tocco,
ti guardo con le mani.
I sogni ci separano
ed il sangue ci unisce:
siamo un fiume di palpiti.
Sotto le tue palpebre matura
il seme del sole.
                             Il mondo
non è ancora reale,
il tempo è dubbio:
                                 solo il calore
della tua pelle è vero.
Nel tuo respiro ascolto
la marea dell’essere,
la sillaba scordata del Principio.

Octavio Paz

(Traduzione di Maria Pia Lamberti)

dalla rivista “Poesia”, Anno IX, Novembre 1996, N. 100, Crocetti Editore

∗∗∗

Antes del comienzo

Ruidos confusos, claridad incierta.
Otro día comienza.
Es un cuarto en penumbra
y dos cuerpos tendidos.
En mi frente me pierdo
por un llano sin nadie.
Ya las horas afilan sus navajas.
Pero a mi lado tú respiras;
entrañable y remota
fluyes y no te mueves.
Inaccesible si te pienso,
con los ojos te palpo,
te miro con las manos.
Los sueños nos separan
y la sangre nos junta:
somos un río de latidos.
Bajo tus párpados madura
la semilla del sol.
                               El mundo
no es real todavía,
el tiempo duda:
                             sólo es cierto
el calor de tu piel.
En tu respiración escucho
la marea del ser,
la sílaba olvidada del Comienzo

Octavio Paz

da “Árbol adentro” (1976-1987), Barcelona: Seix Barral, 1987

Un appunto – Wisława Szymborska

 

La vita – è il solo modo
per coprirsi di foglie,
prendere fiato sulla sabbia,
sollevarsi sulle ali;

essere un cane,
o carezzarlo sul suo pelo caldo;

distinguere il dolore
da tutto ciò che dolore non è;

stare dentro gli eventi,
dileguarsi nelle vedute,
cercare il più piccolo errore.

Un’occasione eccezionale
per ricordare per un attimo
di che si è parlato
a luce spenta;

e almeno per una volta
inciampare in una pietra,
bagnarsi in qualche pioggia,
perdere le chiavi tra l’erba;
e seguire con gli occhi una scintilla nel vento;

e persistere nel non sapere
qualcosa d’importante.

Wisława Szymborska

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Attimo”, Libri Scheiwiller, 2004

∗∗∗

Notatka 

Życie – jedyny sposób,
żeby obrastać liśćmi,
łapać oddech na piasku,
wzlatywać na skrzydłach;

być psem,
albo pogłaskać go po ciepłej sierści;

odróżniać ból
od wszystkiego, co nim nie jest;

mieścić się w wydarzeniach,
podziewać w widokach,
poszukiwać najmniejszej między omyłkami.

Wyjątkowa okazja,
żeby przez chwilę pamiętać,
o czym się rozmawiało
przy zgaszonej lampie;

i żeby raz przynajmniej
potknąć się o kamień,
zmoknąć na którymś deszczu,
zgubić klucze w trawie;
i wodzić wzrokiem za iskrą na wietrze;

i bez ustanku czegoś ważnego
nie wiedzieć.

Wisława Szymborska

da “Chwila”Wydawnictwo Znak, Kraków, 2002