Miraggi – Piero Bigongiari

Photo by Antonio Maria Fantetti

 

Sono io che ho creduto di non averti
mentre mi guardavi nel più profondo del cuore
coi tuoi occhi poco esperti di abissi.
Sono io che non ho reso i tuoi sguardi
alla loro innocenza, li ho tenuti
prigionieri, nascosti, fissi dentro
di me.

                       Ah! tu capissi quanta luce
spandono in fondo a quei penetrali.
Mentre altri sguardi volano con ali
felici chissà dove, troppo alti,
e si fondono, luce con la luce,
qui nel fondo di me c’è un abisso
scintillante di quanto hai visto in me.

Io ti prego, perdona il carceriere
del tuo notturno splendore. Se è
amore quello che non sa risolversi
a rendere al sole i suoi raggi,
è più tuo l’amore che incoraggi
e che non tutto sia restituito
dei suoi insostenibili miraggi.

È il fondo oscuro in cui il tuo sguardo brilla
come un diamante puro. I ritardi
− o sono io già te, se tu mi guardi? −,
i miei ritardi forse si giustificano
dinanzi alla misura imperscrutabile
della velocità di quella luce.
Ne trattengo le stigmate qui abbasso
perché non so quel raggio ove conduce
in quel suo mirabile stoccaggio
della felicità nell’universo.
Ti ricordi a Patrasso, appena scesi
dal traghetto, come splendeva il sasso
della riva e lo stesso mio andare
alla deriva in un raggio perfetto?
Era il tuo sguardo perso che fioriva
nell’azzurro e sfioriva? Era il sussurro,
quello, non soltanto di una riva.
Solo se all’impossibile tu chiedi
aiuto, forse qualcosa arriva.
Nessuno sguardo su chi è ferito
rimane muto. Per questo ti scrivo
con questo inchiostro intriso nel tuo raggio.
Cerca un viso. Lo trova? È un miraggio?

Piero Bigongiari

24-25 maggio 1995

da “Residui del viaggio”, in “Dove finiscono le tracce” (1984-1996), Le Lettere, Firenze, 1996

«Stringo una mano d’aria, eppure è calda» – Maria Luisa Spaziani

Trude Fleischmann, Tilly Losch-James, 1932

 

Stringo una mano d’aria, eppure è calda,
mi sveste tutta, entro in sintonia
con frequenze di onde celesti. Una nuvola
basta per inventare il tuo profilo.

Manca all’appello qualche senso. Manca
un profumo silvano di pelle. Mi avverte
però l’angelo muto di fermarmi.
“Quanto ti è giunto è molto. Ora ti basti”.

Maria Luisa Spaziani

da “La traversata dell’oasi”, poesie d’amore 1998-2001, Mondadori, Milano, 2002

Ritorni dell’amore come era – Rafael Alberti

Foto di Peter Coulson

 

A quel tempo eri bionda e grande,
solida spuma ardente ed elevata.
Parevi un corpo staccatosi
dai centri del sole, lasciato
da un colpo di mare sulla sabbia.

Tutto era fuoco a quel tempo. Bruciava
intorno a te la spiaggia. A rutilanti
vetri di luci erano ridotte
le alghe, i molluschi, le pietre
che le ondate spingevano contro di te.

Tutto era fuoco, fulmine, palpito
d’onda calda in te. Se era una mano
che osava o le labbra, cieche braci
volando fischiavano nell’aria.
Tempo incendiato, sogno consumato.

Io mi rotolai nella tua spuma a quel tempo.

Rafael Alberti

(Traduzione di Vittorio Bodini)

da “Ritorni della vita lontana”, 1948-1956, in “Rafael Alberti, Poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964

∗∗∗

Retornos del amor tal como era

Eras en aquel tiempo rubia y grande,
sólida espuma ardiente y levantada
Parecías un cuerpo desprendido
de los centros del sol, abandonado
por un golpe de mar en las arenas.

Todo era fuego en aquel tiempo. Ardía
la playa en tu contorno. A rutilantes
vidrios de voz quedaban reducidos
las algas, los moluscos y las piedras
que el oleaje contra ti mandaba.

Todo era fuego, exhalación, latido
de onda caliente en ti. Si era una mano
la atrevida o los labios, ciegas ascuas,
voladoras, silbaban por el aire.
Tiempo abrasado, sueño consumido.

Yo me volqué en tu espuma en aquel tiempo.

Rafael Alberti

da “Retornos de lo vivo lejano”, 1948-1956, in “Poesías completas”, Buenos Aires, Losada, 1961

Senza risposta – Luciano Erba

Edward Weston, A stunning portrait, 1921

 

Ti ha portata novembre. Quanti mesi
durerà la dolceamara
vicenda di due sguardi, di due voci?
Se io avessi una leggenda tutta scritta
direi che questo tempo che ci sfiora
ci appartiene da sempre. Ma non sono
che un uomo fra mille e centomila
ma non sei
che una donna portata da novembre
e un mese dona e un altro ci saccheggia.
Sei una donna
che adesso tiene un naufrago impaziente
dimmi tu
sei scoglio
o continente?

Luciano Erba

1950

da “Si passano le stagioni”, Interlinea Edizioni, Novara, 2002

«Chiedi all’orizzonte, adorno del fiorire delle stelle» – Ibn Zamrak

Foto di Liudmila Wilchevskaya

 

Chiedi all’orizzonte, adorno del fiorire delle stelle:
in lui confido, perché tu sappia chi sono.
Alla brezza ho affidato il fardello
con cui attraversa il tempo raminga la speranza.
Chiunque obbedisce con gli occhi alle leggi d’amore
sa che è norma infrangere il veto imposto dal censore,
evitare la strada percorsa da chi sempre dispensa consigli.
Solamente all’amore e alla sua tirannia sottopongo il mio cuore,
e lo sguardo imperioso d’amore riconosco sovrano.
Poiché amore cos’è se non sguardo che accende passione
e che ammala di un male di cui male è rimedio?
Quanti giorni passati a inseguire gazzelle,
acquisendo esperienza di unioni amorose: a che pro,
se poi un giorno da solo rimasi col solo che amavo,
e dal dardo lucente dell’occhio fui trapassato.
Sorrise, ed io gli occhi già ciechi di pianto mi vidi rubati.
Mi fece pensare quel labbro che al riso muoveva
a una fonte, che certo la sete più ardente saprebbe placare,
ma rinuncia imponeva l’amore che casto avevo giurato.
Eppure una notte in cui nel mio letto dormì il plenilunio,
mentre l’occhio del cielo stellato non altri che me era fisso a guardare,
dalle perle d’una luna che ride succhiai linfa più dolce del vino,
sì, baciai quella rosa che la perla incastona.
O freschezza di labbro che a baci disseta:
trascorsi la notte irrorando col pianto la rosa del volto,
fino a quando il narciso degli occhi non fu
dello stesso biancore dell’alba.

Ibn Zamrak

(Traduzione di Leonardo Capezzone)

da “Poesia dell’Islam”, Sellerio Editore, Palermo, 2004

Andalusia, 1333 – 1393. Segretario e ministro dei sovrani di Granada, fu molto apprezzato a corte anche come poeta. I suoi versi decorano, nella migliore tradizione del connubio fra calligrafia, poesia e architettura della Spagna arabo –  islamica, alcune pareti nei giardini dell’Alhambra.