Le sei del mattino – Vittorio Sereni

Bed Room Chair – Abandoned Building by Dirk Ercken

 

Tutto, si sa, la morte dissigilla.
E infatti, tornavo,
malchiusa era la porta
appena accostato il battente.
E spento infatti ero da poco,
disfatto in poche ore.
Ma quello vidi che certo
non vedono i defunti:
la casa visitata dalla mia fresca morte,
solo un poco smarrita
calda ancora di me che piú non ero,
spezzata la sbarra
inane il chiavistello
e grande un’aria e popolosa attorno
a me piccino nella morte,
i corsi l’uno dopo l’altro desti
di Milano dentro tutto quel vento.

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965

Susana Bombal – Jorge Luis Borges

Susana Bombal

 

Lodata e altera, alta nella sera
va nel casto giardino. È nell’esatta
luce del puro istante irreversibile
che ci dona il giardino e l’immagine
silenziosa. La vedo qui e ora,
ma posso anche vederla nell’antica
Ur dei Caldei, nel grigio di un crepuscolo,
o scendere la lenta scalinata
di un tempio, adesso polvere infinita
del pianeta e che fu superbia e pietra,
o decifrare in altre latitudini
il magico alfabeto delle stelle,
o odorare una rosa in Inghilterra.
Lei è dove c’è musica, nel lieve
azzurro, nell’esametro del greco,
in una spada, nello specchio terso
dell’acqua, è nelle nostre solitudini
che la cercano, nel marmo del tempo,
nella serenità di una terrazza
che affaccia su giardini e su tramonti.

E al di là delle maschere e dei miti,
l’anima, che è sola.

Jorge Luis Borges

Buenos Aires, 3 novembre 1970

(Traduzione di Tommaso Scarano)

da “L’oro delle tigri”, Adelphi, Milano, 2004

∗∗∗

Susana Bombal 

Alta en la tarde, altiva y alabada,
cruza el casto jardín y está en la exacta
luz del instante irreversible y puro
que nos da este jardín y la alta imagen
silenciosa. La veo aquí y ahora,
pero también la veo en un antiguo
crepúsculo de Ur de los Caldeos
o descendiendo por las lentas gradas
de un templo, que es innumerable polvo
del planeta y que fue piedra y soberbia,
o descifrando el mágico alfabeto
de las estrellas de otras latitudes
o aspirando una rosa en Inglaterra.
Está donde haya música, en el leve
azul, en el hexámetro del griego,
en nuestras soledades que la buscan,
en el espejo de agua de la fuente,
en el mármol del tiempo, en una espada,
en la serenidad de una terraza
que divisa ponientes y jardines.

Y detrás de los mitos y las máscaras,
el alma, que está sola.

Jorge Luis Borges

Buenos Aires, 3 noviembre de 1970

da “El oro de los tigres”, Vista de fragmentos, 1972

Versi lasciati sopra il cuscino – Gesualdo Bufalino

Foto di Walter Valentini

 

Ecco declina già l’anno di nuovo,
ma l’ombra dietro i vetri che ci spia
ancora sazi, ancora ingordi ci ritrova
del suo cibo di mala follia.

Diluvi corrono come coltelli
per ogni viottolo del sangue triste:
ah brama buia, perduti duelli,
tentazione di non esistere!

Possederti mi è dunque terrore,
e quando madida e dolce sul fianco
piangendo mi manchi, nel cuore
un vento ascolto battere stanco.

Coi capelli avvinti e le bocche funeste
come non serve contro la sorte
ogni sera cercare questa celeste 
catastrofe che simula la morte. 

Come non serve affondare la faccia
sul tuo petto di diafana pietra,
ora che già il predone fiutò la nostra traccia
e i suoi cani ci latrano dietro.

Gesualdo Bufalino

da “La festa breve”, in “Gesualdo Bufalino, Opere: 1 [1981, 1988]”, Bompiani, 2006

Gli scomparsi – Hans Magnus Enzensberger

Nelly Sachs, 1910

per Nelly Sachs

Non li ha inghiottiti la terra. Era l’aria?
Come le arene del mare innumerevoli; non in arena
però conversi ma in nulla. A schiere
dimenticati. Spesso e di mano in mano,
come i minuti. Piú fitti di noi
ma senza ricordo. Non registrati,
non decifrabili nella polvere ma scomparsi
i loro nomi, i cucchiai, le suole.

Noi non li compiangiamo. Non può nessuno
rammentarsi di loro: sono nati,
fuggiti, morti? Dissolti
no. È senza lacune
il mondo ma lo tiene insieme solo
quel che non l’abita piú,
coloro che sono scomparsi. Essi sono dovunque.

Senza gli assenti, nulla ci sarebbe.
Senza gli esiliati, nulla sarebbe saldo.
Senza gli incommensurabili, nulla di commensurabile.
Senza i dimenticati, nulla di certo.

Gli scomparsi sono giusti.
Cosí anche noi in un’eco.

Hans Magnus Enzensberger

1963

(Traduzione di Franco Fortini e Ruth Leiser)

da “Poesie per chi non legge poesia”, “Le Comete” Feltrinelli, 1964

∗∗∗

Die verschwundenen

für Nelly Sachs

nicht die erde hat sie verschluckt. war es die luft?
wie der sand sind sie zahlreich, doch nicht zu sand
sind sie geworden, sondern zu nichte. in scharen
sind sie vergessen. häufig und hand in hand,
wie die minuten. mehr als wir,
doch ohne andenken. nicht verzeichnet,
nicht abzulesen im staub, sondern verschwunden
sind ihre namen, löffel und sohlen.

sie reuen uns nicht. es kann sich niemand
auf sie besinnen: sind sie geboren,
geflohen, gestorben? vermisst
sind sie nicht worden. lückenlos
ist die welt, doch zusammengehalten
von dem was sie nicht behaust,
von den verschwundenen. sie sind überall.

ohne die abwesenden wäre nichts da.
ohne die flüchtigen wäre nichts fest.
ohne die unermesslichen nichts ermesslich.
ohne die vergessenen nichts gewiss.

die verschwundenen sind gerecht.
so verschallen wir auch.

Hans Magnus Enzensberger

da “Die Gediche”, Frankfurt and Main: Suhrkamp, 1983

da «Monologo» – Mario Luzi

 

I

Vita che non osai chiedere e fu,
mite, incredula d’essere sgorgata
dal sasso impenetrabile del tempo,
sorpresa, poi sicura della terra,
tu vita ininterrotta nelle fibre
vibranti, tese al vento della notte…
Era, donde scendesse, un salto d’acque
silenziose, frenetiche, affluenti
da una febbrile trasparenza d’astri
ove di giorno ero travolto in giorno,
da me profondamente entro di me
e l’angoscia d’esistere tra rocce
perdevo e ritrovavo sempre intatta.

Tempo di consentire sei venuto,
giorno in cui mi maturo, ripetevo,
e mormora la crescita del grano,
ronza il miele futuro. Senza pausa
una ventilazione oscura errava
tra gli alberi, sfiorava nubi e lande;
correva, ove tendesse, vento astrale,
deserto tra le prime fredde foglie,
portava una germinazione oscura
negli alberi, turbava pietre e stelle.

Con lo sgomento d’una porta
che s’apra sotto un peso ignoto, entrava
nel cuore una vertigine d’eventi,
moveva il delirio e la pietà.
Le immagini possibili di me,
passi uditi nel sogno ed inseguiti,
svanivano, con che tremenda forza
ti fu dato di cogliere, dicevo,
tra le vane la forma destinata!
Quest’ora ti edifica e ti schianta.

L’uno ancora implacato, l’altro urgeva —
con insulto di linfa chiusa i giorni
vorticosi nascevano da me,
rapidi, colmi fino al segno, ansiosi,
senza riparo n’ero trascinato.
Fosti, quanto puoi chiedere, reale,
la contesa col nulla era finita,
spirava un tempo lucido e furente,
senza fine perivi e rinascevi,
ne sentivi la forza e la paura.
Una disperazione antica usciva
dagli alberi, passava sulle tempie.
Vita, ne misuravi la pienezza,
vita tu irreparabile, dovuta,
prima ancora che accolta già caduta
fuori di me, nel fiume indifferente.

Mario Luzi

da “Poesie sparse (1945-48)”, in “Il giusto della vita”, Garzanti, Milano, 1960