Finzioni – Alfonso Brezmes

Foto di Katia Chausheva

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dimmi che questo è solo un sogno
o tutt’al piú un altro racconto di Borges,
che i sentieri che percorre l’amore
sono labirinti che si biforcano
e si perdono, si biforcano
e si perdono, e che il tuo ricordo
è solo un uccello che attraversa
volando
le frontiere incerte della poesia.
Un universo in piú
tra i mille universi possibili.
Un’ultima
e dolce
e superba
metafora dell’oblio.

Alfonso Brezmes

(Traduzione di Mirta Amanda Barbonetti)

da “La notte tatuata”, in “Quando non ci sono”, Einaudi, Torino, 2021

***

Ficciones

Dime que esto sólo es un sueño
o a lo sumo otro cuento de Borges,
que los caminos que recorre el amor
son laberintos que se bifurcan
y se pierden, se bifurcan
y se pierden, y que tu recuerdo
es sólo un ave que cruza
volando
las fronteras dudosas del poema.
Un universo más
entre los miles de universos posibles.
Una última
y dulce
y soberbia
metáfora del olvido.

Alfonso Brezmes

da “La noche tatuada”, Editorial Renacimiento, 2013

Tiara – Piero Bigongiari

Vojtěch Hynais, Anka, 1913

 

Muore nel ghiaccio bianca la tua voce
che dal sangue luceva sopra i vepri: 
tu nascosta che giri o è la luna
questo triste richiamo spento d’elitre?

Piú fedele di me, piú del tuo battito
è quest’orma di miele, un soffio, l’alluce
che preme un po’ piú triste. Dove insiste
il passo oltre la cerchia, oltre la vita

il gesto che disfiora la magnolia
fumida. La tiara raggia ancora:
sono sguardi? lo scatto delle dita?
l’unghie gemmate coprono la morte?

Non ha sorte l’evento che sostiene
sopra il vento celeste un altro blu,
le rideste parvenze dove tu
rifiorisci sul vento che ti ara.

Piero Bigongiari

da “La figlia di Babilonia”, 1942, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968

Valzer – Adam Zagajewski

 

Sono così sgargianti i giorni, così chiari,
che la polvere bianca della disattenzione
copre persino le rare esili palme.
Le serpi scivolano silenziose nelle vigne,
ma alla sera il mare si fa cupo e i gabbiani
sospesi nell’aria si muovono appena,
punteggiatura di un più alto scritto.
Sulle tue labbra una goccia di vino.
Le montagne calcaree all’orizzonte si dissolvono
lente mentre una stella appare.
La notte, in piazza, un’orchestra di marinai
in uniformi bianche immacolate
suona un valzer di Šostakovič; piangono
i bimbi, come se intuissero
di cosa parla quella musica allegra.
Siamo stati rinchiusi nella scatola del mondo.
L’amore ci renderà liberi, il tempo ci ucciderà.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Krystyna Jaworska)

da “Desiderio”, 1999, in “Dalla vita degli oggetti”, Poesie 1983-2005, Adelphi, 2012

∗∗∗

Walczyk

Dni są tak jaskrawe, tak jasne,
że nawet nieliczne, wąskie palmy
pokryte są białym kurzem nieuwagi.
Węże w winnicach ślizgają się cicho,
ale wieczorem morze ciemnieje i mewy
zawieszone w powietrzu jak interpunkcja
najwyższego pisma zaledwie się poruszają.
Na twoich wargach zapisała się kropla wina.
Wapienne góry na horyzoncie rozpływają się
powoli i pojawia się gwiazda.
W nocy, na placu, orkiestra marynarzy
w nieskazitelnie białych mundurach,
gra walczyka Szostakowicza; małe dzieci
płaczą, jakby domyślały się,
o czym mówi wesoła muzyka.
Zostaliśmy zamknięci w pudełku świata,
miłość nas wyzwoli, czas zabije.

Adam Zagajewski

da “Pragnienie”, Kraków: Wydawn. a5, 1999

Odissea (I, 1-129) – Nikos Kazantzakis

Nikos Kazantzakis

 

Dopo la strage dei Proci

Dopo che nelle ampie sale Ulisse ha sterminato
i giovani arroganti, e l’arco ormai sazio appende,
entra nel bagno caldo a lavare il possente corpo.
Due schiave versano l’acqua, ma appena vedono il padrone
strillano, perché il ventre ricciuto e le cosce fumano,
e un sangue denso e nero gli gocciola dalle mani;
le brocche di rame rotolano in terra con frastuono.
L’Errabondo ride mansueto sotto la barba crespa
e congeda le ancelle con un cenno dei sopraccigli.
Si gode a lungo il bagno tiepido, e le vene del corpo
si distendono come fiumi, si rinfrescano i lombi;
nell’acqua la grande mente si rasserena e si acquieta.
Si addolcisce, e lentamente, con oli profumati,
unge i lunghi capelli e il corpo rinsecchito dal sale;
la giovinezza rifiorisce dopo l’inverno della carne.
Nella penombra odorosa, sopra i chiavelli dorati,
brillano in fila gli abiti tessuti dalla casta sposa,
ornati di navi rapide, venti impetuosi e numi;
allunga il braccio arso dal sole e con cura sceglie
la veste più fiammante e se la infila sulle spalle,
poi ancora fumante tira il chiavaccio ed esce.
Gli schiavi sono abbagliati, le travi nere per il fumo
nel palazzo paterno mandano riverberi di fiamma.
Penelope, che aspetta sul trono pallida e muta,
si volge e guarda, le ginocchia sciolte per il terrore:
“Non è questo, Dio mio, l’uomo atteso per tanti anni!
È un drago gigantesco che calpesta la mia casa!”
Il perspicace Arciere intuisce il terrore oscuro
della misera donna, e al proprio cuore gonfio sussurra:
“Mio cuore, questa è la donna che per anni ha atteso
che le aprissi le ginocchia e con lei godessi il pianto,
è la donna per cui smaniavi lottando contro i mari,
contro i numi e le voci gravi della mente immortale!”
Così dice, ma il cuore non sobbalza nel petto virile.
Gli sale di nuovo alle nari il bollore della strage,
rivede ancora la moglie avvinta ai corpi giovani,
e lo sguardo acuto si vela; sarebbe mancato poco
che nella foga del massacro la trafiggesse con la spada.
Passa veloce, si ferma muto davanti all’ampia soglia;
il sole ardente tramonta, getta ombre azzurre e rosa
in ogni angolo della casa e sulle dispense a volta.
Al centro, il nero altare di Atena ormai sazio fuma,
nei lunghi portici ondeggiano al fresco della sera
file di schiave pallide appese con la lingua fuori.
Con sguardo calmo scruta gli occhi stellati della notte,
che cala giù dai monti con le greggi dal vello riccio;
nel petto, come un sogno cupo, stilla e si acquieta
il lungo giorno della strage e il sibilo dei dardi;
il tigre del cuore nell’ombra si lecca le labbra sazio.
Dopo la gioia del bagno, la mente è rasserenata,
non guarda indietro al sangue versato, né più ripensa
a come i suoi subdoli tranelli possano salvare
dai gravi pericoli incombenti la sua tremenda testa;
il tormentato Ulisse si gode in pace l’ora santa,
senza pensieri, fresco di bagno, sulla paterna soglia.

Nikos Kazantzakis

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Nikos Kazantzakis, Odissea”, Crocetti Editore, 2020

«non ci diremo addio» – Enrico Testa

Mario De Biasi, Amanti, Londra, 1965

 

non ci diremo addio.
Non sappiamo come dirlo,
e non vale la pena di impararlo

Enrico Testa

da “Ora e qui”, in “Cairn”, Einaudi, Torino, 2018