Elegia del tempo, a Mary – Giuseppe Conte

Édouard Boubat, Les Amoureux du banc public, jardin du luxembourg, Paris, 1980

 

Noi non saremo più quei due
che si abbracciano soli nelle ultime

file di sedie al cinema, che ridono,
che si cercano nel buio arcuato dei giardini

sotto le euforbie e gli alberi del pepe
che stanno ore a parlare sulle panchine

azzurre, si carezzano aspettando l’autobus
sotto le colonne delle pensiline.

Non più vasti aquiloni o pescherecci
isolani ci guarderanno al largo i baci.

Questo passato, come è facile
per noi dire ieri, Mary!

Niente ritornerà, né le passeggiate
per il corso Roosevelt, né il vestitino

celeste che le tue gambe magrissime
tagliavano quasi, né il mio sguardo

geloso, ossessionato. Niente. C’era
un tempio promesso, e non l’abbiamo

cercato. Dove andremo ora?
Non si devono sognare eterni gli amanti.

Eterno è quando il tempo finisce,
quando saremo sconosciuti, lontano.

Ma abbiamo camminato tanto mano per mano!
Non potremo continuare un po’ ancora

per vedere, restando insieme, l’essenza
del tramonto, l’essenza dell’aurora

su una strada che una sabbia di luce spazza
come quella deserta a Sud di Aswan?

Te la ricordi?

Giuseppe Conte

dall’antologia “Per amore”, Newton Compton, Roma, 2002

Plausibile – Giuseppe Conte

Josef Sudek, Still life, 1956

 

Altri sogni, altri eroi.
La vita è l’incessabile.
Altri fiori, altri noi.
L’amore è l’inestinguibile.
Altre passioni, e poi
anche morire potrà
sembrarci dolce, plausibile.

Giuseppe Conte

da “Dialogo del poeta e del messaggero”, “Lo Specchio” Mondadori, 1992

Pallide, cedevoli ragazze inglesi – Giuseppe Conte

Edward Weston, Charis Wilson, 1941

 

Da ragazzo, quando mi apparivano
polvere e assurdo il mondo e il mio volto
né alberi né mare mi parlavano.

Non sapevo come chiamare
le agavi torreggianti, il rosso raccolto
in spighe dell’ aloe, non avevo

occhi per loro. Ma leggevo i poeti.
E amavo pallide, cedevoli
ragazze inglesi. Le sognavo nei quieti

e lunghi pomeriggi d’inverno, ricordavo
i baci ricevuti e quelli promessi
e se l’angoscia − quella ineludibile

angoscia d’esser vivi, cui forse è pari
soltanto la gioia in intensità −
se non mi soffocava allora, era per

loro, Mallarmé, Baudelaire,
per la loro musica vera,
e per le pallide, cedevoli ragazze inglesi.

Giuseppe Conte

da “Dialogo del poeta e del messaggero”, “Il Nuovo Specchio”  Mondadori, 1992

L’ultimo aprile bianco – Giuseppe Conte

Michael Kenna, Nine Birds, Taisha Shrine, Honshu, Japan, 2001

                                                         
                                                         a Luciano Anceschi
sentire
noi pur domani tra i profumi e i venti
un riaffluir di sogni, un urger di folle
di voci…
                                                       E. Montale 
Interminabile era la carovana e interminabile la ricerca. Come in un miraggio le lucenti pepite d’oro erano sempre davanti a loro. Guadarono paludi velenose, perforarono montagne, attraversarono sabbie ardenti, costruirono ponti naturali e artificiali, eressero città nel giro di una notte, compressero il vapore, imbrigliarono cascate, inventarono la luce artificiale, sterminarono microbi invisibili, scoprirono come spostare merci senza toccarle né muoverle, crearono leggi e codici in tal numero che orientarsi in mezzo a loro è più difficile che per un marinaio contare le stelle. A qual fine, a qual fine? Chiedetelo all’indiano che siede e osserva, che aspetta e prega per la nostra distruzione.
                                                                                                                    H. Miller

Aprile che ritorna e che consuma nei
giardini di ginestre e di acanti, nei
voli di passeri invisibili e nei calendari
aprile che sgretola che versa dalle tiepide

foci le nuove nuvole – sulle
sue carte antiche ridisegna
le rotte per le mille chiglie dorate – che
si posa in questa piega della cadente

Europa su scalinate bianche palmizi e acquitrini, che
mescola i ricordi e i desideri, fu detto, e dà
il mal di capo. Ma ora flotte muovo-
no senza aver mai toccato porti, alzano

vele galeoni volanti, non sanno che
bandiera battono: sconosciuti traversano
– non hanno più piedi del vento, degli scirocchi – le
piazze, le automobili in sosta, i palazzi in

fila le porte dei caffé aperte i pome-
riggi i volti degli uomini e cupole
grigie: i cani abbaiano dai cancelli.
Abbiamo scavato le montagne, gettato i ponti, che

cosa sarà domani di noi? Aprile sa
ritornare, ora consuma, imbeve i giorni come
l’acqua fa della sabbia morta spinge i
cespugli di margherite ad affiorare e alzare

fitte ingigantite corone, oggi le ho guar-
date io che non posso più crescere, io oggi, io
sguardo, io pietra, non ancora e già pietra, che
dovrò imparare a tornare e non

sarà facile, e dovrò uccidere, forse: dovrò
non saper guardare: fluisce, distrugge e
dona il dio zoppo del sole, i suoi diadochi, i
diademi. Aprile che non è contempo-

raneo, che sulle sue carte antiche ridi-
segna le rotte per le mille chiglie di
fiori «non posso più, c’è fame
di vita, di sorrisi da spendere, di gioia»

che uccide le madri, diventano di sale e
sin dai tempi dei vulcani imperanti ruba al
seme i futuri, sa che brucia, che è lava, che
diventa il mare di meduse, io medusa, quello

prima che il mattino fosse acceso ed era
sempre il mattino, io mattino, prima che
amare fosse amare in due, amare il dio, io
dio, fare seccare gli alberi, spegnere i fischi i

flauti che si dovevano suonare e

distruggere

«E intanto i nostri desideri ci cercano
spietatamente dentro i marciapiedi affollati»
aprile lungo i fuochi del viale Sarca, di via Arbe, aprile
che è aprile, che fende sopra i

volti le labbra e le ciglia, che sgretola
che a folate fa praterie dove erano i palazzi in
fila laghi dove in montagnole si stipavano i
rifiuti, aprile che è il poema, che tradisce,

che ci dona canoe e cavalli veri
mentre si muore: che getta gli occhi sui davan-
zali: crescono improvvisi i fiori dei ciliegi, dove
l’erba è a ciuffi schiacciati e i lunghi ghiacci sono

sciolti il verde vaga come un serpente: le
labbra sono umide ora, ora le ciglia tremano,
volano e cadono gli sguardi, si seppelliscono nelle
crepe dei muri: il piacere è debole

«ora tra sconosciuti ci si potrebbe amare per le
strade, venire insieme» è perdere, è tornare dove non si
può tornare: mettere i diademi: non vo-
ler più avere né essere: è il richiamo

delle conchiglie, dei corni, delle sirene
prima del mondo: il richiamo dei gufi dal
ciuffo «hu hu, e he tha!… da vaste
lontananze tu senti il grido del papavero

selvaggio che vuole sbocciare»: il sangue: mani
tese ad attendere la pioggia sono già piogge, i
piedi alti sugli alluci fradici: non
amare, non sapere, non saper

guardare. È già aprile, ancora un aprile

bianco

I galeoni stranieri veleggiano verso queste
rive affondate dalle profezie, non
parlate: sono le pietre ad avere l’anima, le voci
di pietre d’oro, delle montagne d’oro: un

canto c’è ancora oltre il vento che
rovina tra la barriera delle palme lucide e polve-
rose: un sogno fiorisce ancora in basso dove
non si poteva credere ad altre fioriture, un

pino marittimo piegato da tempeste
arcaiche generò le albe: le albe le
danze: non parlate di questo aprile: aprile che è il
poema, che tradisce, che ci dona

canoe e cavalli veri mentre si muore:
fluisce distrugge e dona il sole, i suoi diadochi, i
diademi: io per imparare a morire: imparare a
ridere occorre ora, a distruggere, e a

tornare

Giuseppe Conte

da “L’ultimo aprile bianco”, Società di Poesia, Milano, 1979

La conquista del Messico – Giuseppe Conte

Michael Kenna, Teotihuacan, Study 4, Mexico, 2006

IL SOGNO DEL GIORNO DEI TRENT’ANNI

Il sole distrugge e dona, il sole
sa perdersi, ama tutto, e senza
amore, senza pietà, senza sentire
nient’altro che il proprio spargersi:

il sole sa tornare, alza i primi
fischi tra gli alberi del parco, giungerà sulle finestre
chiuse con mani di rampicante. È incurante
e silenzioso, brutale, ma è prodigo anche,

delicato. Sgretola, disfiora, incendia, ma
sa disfarsi nel collo di una campanula. Distrugge e
dona, è leggero e immenso, sa tornare –

è celibe come il mare, individuale, sterile.
Io che ho trent’anni, che non posso più
crescere, che non so tornare, scelgo
parole per essere il dio del sole –

io fiore, io pietra, io luce, per donare

il dono leggero e immenso del

poema

NANAUATZIN

Fra gli zigomi e le pupille ho notte, ho
roveti: non è mia, non è mia la
pelle che si apre in solchi, le lunghe
ciglia di cenere che volano, le

palpebre crollate: ho pozzi
sotto la nuca, la mia bocca alta
sul cranio è cratere, ha orli
che la lava raggiunge, passa.

Non sono miei i capelli
fossili, le lunghe ciglia di
cenere, il mento di conchiglie.
Nel costato i precipizi sono rocce

di quarzo, tane di serpente, pioggia
di scaglie di deserto, e i fianchi sono
sabbie che si fendono, fondali ora, pianure
e barriere d’alghe, mobili, agitate dalle

correnti

Ho braccia di golfi, dita
di promontori, le unghie ora traversano
il mare sino all’orizzonte, ho ginocchia
magre, di grotte, e mille alluci di

onde

Non amore, ricordi, pietà, nome.

Come il mare celibe, individuale, votato
al gioco della vita nella sterilità, a
consumarsi e far nascere.

Sorgo. Non c’è mondo al di là delle mie nuove
mani aperte, dei miei nuovi piedi che
corrono, sono terra, sono erba, sono
le prime palme, i primi altopiani, sono

il mattino, l’urlo del papavero selvaggio
che vuole sbocciare. Io oggi, io fiore, io
pietra, io buio, io luce.

Mi alzo nel cielo, cavalli rovani di

nuvole

TEZCATLIPOCA

Sono solo sulla piramide di Quautixicalco.
Ho suonato tutta la notte, specchio
di sabbie cieche, di nidi vuoti, di
alberi affondati tra le fredde

pietre

Ma ora nuvole come nasturzi, come
calendule si accendono oltre i cancelli
aperti dell’aria, ora si svegliano
gli uomini nelle case della città, le

prime canoe vanno per vie

d’acqua

Verranno Xochitl, Quetzal, ma l’amore
non basta a far tornare il mattino.
L’amore non sa i nomi, non sa il tempo
degli uomini, l’amore che è

distruggere, è giocare, bruciare, disfio-
rare, che è leggero e
immenso, che dona senza chiedere, che fa
fiorire e rinsecca, spacca

la corteccia e tuona, attende la
pioggia
Io suono, io pioggia, io corteccia, io
pietra, amore, Xochitl, Quetzal giocano ora, a-
more, ora ridono perché muoio: è
amore. Il fulmine fiorito alza recinti di

sguardi

Io stendo le mani aperte, sono
di sangue, sono di luce, io corro
con i miei piedi, sono terra, sono
erba, sono nasturzi, calendule che si aprono

di fuoco, i grandi cedri sui laghi, le
farfalle, le lucertole che saltano
dai cespugli di salvia, i cervi
con le zampe di canna. Sono le

palme lucide e polverose, le spiagge
accese dalle onde lunghe, le
conchiglie smosse sulla riva del mare:

Xochitl, Quetzal ridono ora, danzano, e io

muoio, faccio tornare

l’alba

IL RITORNO DI QUETZALCOATL
(Frammenti)

Gli uomini che vendono l’oro, che
costruiscono mattone su mattone le
muraglie del tempo, e i terrapieni, e le alte
ciminiere, che non sanno passare

sull’acqua e andare a ritroso: che
uccidono mentre parlano d’amore: che
vivono smemorati della vita, che hanno
i compassi negli occhi, che inceneriscono gli alberi e i

desideri

è immenso chi dona, chi sa tornare
chi è debole, chi splende e cade, chi
danza sopra gli alluci, chi scalda
vendemmie che continuano e i

nidi di sabbia dove i rubini dormono, chi
corre sui sentieri di giada e muschio sino alle
nuvole, rosai di nuvole scolpite e
cancellate dai venti, e distrugge: è il

sole

radici che nel buio di terra hanno dita
di pioggia, il sole che distrugge, e il vuoto
di vita che regge la vita dopo averla generata, l’
esplosione, il dono, l’andare a ritroso:

è immenso chi non ha, chi dona, chi
sa tornare: perché le mie parole? Perché non
l’universo dei ronzii e dei silenzi, della morte
sconosciuta? Io seme, io stame, io fiume, canoe di

luce

Esiliato sul grande mare io che ritorno
io che ascolto i canti al di là del vento e so
suonare le conchiglie, che rido, che fumo, e
porto tra i capelli neri le nuvole e le

piogge, pupille delle foglie, io che
ritorno dove non si può tornare, ai
laghi di Tenochtitlan, a cercare
sui laghi di Tenochtitlan i giardini, le querce d’

oro

Io non sono dei vostri, su una barca
dalla chiglia di serpente vengo a uccidere perché
non si possa più vincere e più uccidere,
sui campi gli squadroni si smemorino,

le bandiere diventino mantelli di
nuvole, piogge sugli altopiani. Cavalli rovani di
sguardi si alzano, e vedo i laghi, e sui
laghi ancora i fiori nei giardini di

Tenochtitlan

Giuseppe Conte

da “L’ultimo aprile bianco”, Società di Poesia, Milano, 1979