«La tua mano, ricordi?» – Marcello Comitini

Dipinto di Francine Van Hove

 

La tua mano, ricordi? ha afferrato il coltello
ha seguito la traccia delle mie vene
ha lasciato scorrere il sangue.
Sono passati anni. E forse meno di quanti
il mio dolore crede.
Sono ancora viva. Ti ricordi di me?
Il tempo passa ma la vanità resiste,
guarda allo specchio, non si ammira,
annega nel suo stesso sguardo.
Guarda il tempo e il tempo è immobile
come un gabbiano nell’azzurro.
Le nuvole che passano sono di un altro cielo
quello che provo a dimenticare:
lo specchio
che i miei occhi non vogliono vedere.
Le mani corrono al volto,
non sentono le rughe ma un sorriso mesto
tradisce la cecità della speranza.

Marcello Comitini

da “Donne sole”, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

AMAZON – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020
IL MIO LIBRO – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

Epilogo – Louise Glück

Foto di Marcello Comitini

 

Leggendo quello che ho appena scritto, adesso credo
d’essermi fermata precipitosamente, così che la mia storia sembra essere stata
leggermente distorta, terminando, come accadde, non bruscamente
ma in una specie di nebbia artificiale come quella
diffusa sui palchi per consentire difficili cambi di scena.

Perché mi sono fermata? Un qualche istinto
ha percepito una forma, l’artista in me
che è intervenuta per fermare il flusso, per così dire?

Una forma. O il destino, come dicono i poeti,
intuìto in quelle poche ore lontane –

Devo averlo pensato una volta.
Eppure il termine non mi piace
mi sembra una stampella, una fase,
l’adolescenza della mente, forse –

Tuttavia, era un termine che ho usato io stessa,
spesso per spiegare i miei fallimenti.
Fato, destino, i cui disegni e avvertimenti
ora mi sembrano semplicemente
simmetrie locali, metonimiche
palline in un’immensa confusione –

Il caos, era quello che ho visto.
Il mio pennello si è bloccato: non riuscivo a dipingerlo.

Oscurità, silenzio: quella era la sensazione.

Come lo chiamavamo allora?
Una “crisi di visione” corrispondente, credevo,
all’albero che hanno affrontato i miei genitori,

ma mentre loro sono stati costretti
a penetrare nell’ostacolo,
io mi sono ritirata o sono fuggita –

La nebbia copriva il palco (la mia vita).
I personaggi andavano e venivano, i costumi venivano cambiati,
la mia mano pennello si mosse da un lato all’altro
lontano dalla tela,
da un lato all’altro, come un tergicristallo.

Sicuramente questo era il deserto, la notte oscura.
(In realtà, una strada affollata di Londra,
i turisti che sventolavano le loro mappe colorate.)

Si dice una parola: Io.
Fuori da questi argini
le grandi forme –

Ho tratto un respiro profondo. E mi è venuto in mente
che la persona che ha tratto quel respiro
non era la persona della mia storia, la sua mano infantile
brandiva con sicurezza il pastello –

Quella persona ero io? Una bambina ma anche
un esploratrice per la quale il sentiero è improvvisamente sgombro e
la vegetazione le si apre innanzi –

E oltre, non più schermata alla vista, lei esaltava
la solitudine forse sperimentata da Kant
sulla strada per i ponti –
(Condividiamo un compleanno.)

Fuori, le strade in festa
erano imbrigliate, alla fine di gennaio, da luci natalizie stremate.
Una donna si è appoggiata alla spalla del suo amante
cantando Jacques Brel nel suo debole soprano –

Bravo! la porta è chiusa.
Ora niente fugge, niente entra –

Non mi ero mossa. Ho sentito il deserto
allungarsi in avanti, allungarsi (ora sembra)
da tutte le parti, spostandosi mentre parlo,

così che ero costantemente
faccia a faccia con il vuoto, quello
figliastro del sublime,

che, si scopre,
è stato sia il mio soggetto che il mio mezzo.

Cosa avrebbe detto il mio gemello, se i miei pensieri
lo avessero raggiunto?

Forse avrebbe detto
che nel mio caso non c’era nessun ostacolo (tanto per dire qualcosa)
dopo di che sarei stata
deferita alla religione, il cimitero dove
le domande di fede trovano risposta.

La nebbia si era diradata. Le tele vuote
sono state girate con la faccia verso il muro.

Il piccolo gatto è morto (così diceva la canzone).

Devo risorgere dalla morte, chiede lo spirito.
E il sole dice di sì.
E il deserto risponde
la tua voce è sabbia sparsa nel vento.

Louise Glück

(TRADUZIONE DI MARCELLO COMITINI)
ALTRE POESIE DI LOUISE GLÜCK TRADOTTE DA MARCELLO COMITINI

∗∗∗

Afterword

Reading what I have just written, I now believe
I stopped precipitously, so that my story seems to have been
slightly distorted, ending, as it did, not abruptly
but in a kind of artificial mist of the sort
sprayed onto stages to allow for difficult set changes.

Why did I stop? Did some instinct
discern a shape, the artist in me
intervening to stop traffic, as it were?

A shape. Or fate, as the poets say,
intuited in those few long-ago hours—

I must have thought so once.
And yet I dislike the term
which seems to me a crutch, a phase,
the adolescence of the mind, perhaps—

Still, it was a term I used myself,
frequently to explain my failures.
Fate, destiny, whose designs and warnings
now seem to me simply
local symmetries, metonymic
baubles within immense confusion—

Chaos was what I saw.
My brush froze—I could not paint it.

Darkness, silence: that was the feeling.

What did we call it then?
A “crisis of vision” corresponding, I believed,
to the tree that confronted my parents,

but whereas they were forced
forward into the obstacle,
I retreated or fled—

Mist covered the stage (my life).
Characters came and went, costumes were changed,
my brush hand moved side to side
far from the canvas,
side to side, like a windshield wiper.

Surely this was the desert, the dark night.
(In reality, a crowded street in London,
the tourists waving their colored maps.)

One speaks a word: I.
Out of this stream
the great forms—

I took a deep breath. And it came to me
the person who drew that breath
was not the person in my story, his childish hand
confidently wielding the crayon—

Had I been that person? A child but also
an explorer to whom the path is suddenly clear, for whom
the vegetation parts—

And beyond, no longer screened from view, that exalted
solitude Kant perhaps experienced
on his way to the bridges—
(We share a birthday.)

Outside, the festive streets
were strung, in late January, with exhausted Christmas lights.
A woman leaned against her lover’s shoulder
singing Jacques Brel in her thin soprano—

Bravo! the door is shut.
Now nothing escapes, nothing enters—

I hadn’t moved. I felt the desert
stretching ahead, stretching (it now seems)
on all sides, shifting as I speak,

so that I was constantly
face-to-face with blankness, that
stepchild of the sublime,

which, it turns out,
has been both my subject and my medium.

What would my twin have said, had my thoughts
reached him?

Perhaps he would have said
in my case there was no obstacle (for the sake of argument)
after which I would have been
referred to religion, the cemetery where
questions of faith are answered.

The mist had cleared. The empty canvases
were turned inward against the wall.

The little cat is dead (so the song went).

Shall I be raised from death, the spirit asks.
And the sun says yes.
And the desert answers
your voice is sand scattered in wind.

Louise Glück

da “Faithful and Virtuous Night”, Farrar, Straus and Giroux, 2014

«Lo so. L’ho vista» – Marcello Comitini

Edward Hopper, Automat, 1927

 

Lo so. L’ho vista
altre volte seduta a quel tavolo lontano
nell’ora deserta di questo bar.
Beve il suo caffè con le braccia poggiate sulla distesa
rotonda del ripiano di marmo. Il viso rivolto
alla sedia vuota dall’altra parte del tavolo.
Il cameriere dietro il bancone
lungo e dritto come una lama
si guarda le mani doloranti rose dall’acqua.
Non le parla, non la vede neppure.
Lei non attende più nessuno, lo so.
Una voce sussurra ragazza dal fondo del cuore
e in un lampo gli anni di verde e di turchese.
Chiusa nei suoi pensieri sente
le radici del suo silenzio crescere nel ricordo
di coloro che l’amavano alla follia.
Fra pochi istanti si alzerà scomparendo
oltre i vetri del bar.

Marcello Comitini

da “Donne sole”, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

AMAZON – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020
IL MIO LIBRO – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

∗∗∗

Testo in tedesco tradotto dalla poetessa STEFANIE GOLISCH

Ich weiß. Ich habe sie schon öfter
an diesem Tisch sitzen sehen,
in der einsamen Stunde dieses Cafés.
Sie trinkt ihren Kaffee und stützt dabei die Arme
auf die runde Marmorplatte des Tisches. Den Blick
auf den leeren Stuhl gegenüber gerichtet.
Der Kellner hinter der Theke,
lang und aufrecht wie eine Klinge,
betrachtet seine schmerzenden Hände, Wasserrosen.
Weder spricht er mit ihr, noch nimmt er sie überhaupt wahr.
Sie wartet auf niemanden mehr, ich weiß.
Eine Stimme flüstert aus tiefster Tiefe Mädchen,
und plötzlich blitzen Jahre aus Grün und Türkis auf.
Verschlossen in ihre Gedanken spürt sie
die Wurzeln ihrer Stille in den Erinnerungen an all
jene, die sie über die Maßen geliebt hatten.
Im nächsten Augenblick wird sie aufstehen
und hinter den Fensterscheiben des Cafés verschwinden.


La poetessa Stefanie Golisch, già conosciuta e pubblicata sulle pagine di questo blog con alcune delle sue poesie, mi ha onorato della traduzione di quattro poesie tratte dalla mia raccolta “Donne sole”. Le poesie sono state scelte, come afferma la poetessa nel documento che mi ha donato, “assemblando quattro poesie: le prime tre sono i pensieri delle donne, la quarta parla della donna vista da fuori”. Le poesie non hanno titolo (tranne alcune) per far prendere coscienza alla lettrice/al lettore che ogni poesia va letta come espressione di un’unica donna in cui convergono le diverse esperienze femminili.
Marcello Comitini

La spada nella roccia – Louise Glück

Galgano Guidotti, La spada nella roccia

 

 

Il mio analista alzò brevemente lo sguardo.
Naturalmente non potevo vederlo
ma avevo imparato, nei nostri anni insieme,
a intuire questi movimenti. Come al solito,
si è rifiutato di ammettere
se avessi ragione o meno. La mia ingegnosità contro
la sua evasività: il nostro giochino.

In quei momenti, ho sentito l’analisi
affiorare: sembrava far emergere in me
un’astuta vivacità ero
incline a reprimerla. L’indifferenza
del mio analista per le mie esibizioni
era adesso immensamente rilassante. Un’intimità

era cresciuta tra noi
come una foresta intorno a un castello.

Le persiane erano chiuse. Vacillanti
barre di luce avanzavano sulla moquette.
Attraverso una piccola striscia sul davanzale della finestra,
ho visto il mondo esterno.

Per tutto questo tempo ho avuto la vertiginosa sensazione
di fluttuare sopra la mia vita. Quella vita
scorreva lontana. Ma stava
ancora scorrendo: questa era la domanda.

Fine estate: la luce stava svanendo.
Scintille sfuggite guizzarono sulle piante in vaso.

L’analisi era al suo settimo anno.
Avevo ricominciato a disegnare –
piccoli schizzi modesti, casuali
costruzioni in tre dimensioni
modellati su oggetti funzionali —

Eppure, l’analisi richiese
gran parte del mio tempo. A cosa
questo tempo fu sottratto: questa
era anche la domanda.

Mi sdraio, guardando la finestra,
lunghi intervalli di silenzio si alternano
a riflessioni un po’ svogliate
e domande retoriche –

Il mio analista, ho sentito, mi stava guardando.
Così una madre, nella mia immaginazione, fissa il suo bambino addormentato,
il perdono che precede la comprensione.

O, più probabilmente, così mio fratello deve avermi guardato –
forse il silenzio tra noi prefigurava
questo silenzio, in cui tutto ciò che rimaneva non detto
era in qualche modo condiviso. Sembrava un mistero.

Poi l’ora finì.

Scesi come ero salita;
il portiere aprì la porta.

Il clima mite della giornata persisteva.
Sopra i negozi erano state spiegate le tende a strisce
a proteggere la frutta.

Ristoranti, negozi, chioschi
con gli ultimi giornali e sigarette.
Gli interni diventavano più luminosi
mentre l’esterno diventava più scuro.

Forse i farmaci stavano funzionando?
Ad un tratto si sono accesi i lampioni.

Ho sentito, improvvisamente, la sensazione che telecamere iniziassero a riprendere;
ero consapevole del movimento intorno a me, i miei simili
guidati da un insensato feticcio per l’azione —

Quanto profondamente ho resistito a questo!
Mi sembrava superficiale e falso, o forse
parziale e falso —
Invece la verità … beh, la verità come la vedevo io
si esprimeva come immobilità.

Ho camminato un po’, fissando le vetrine delle gallerie …
i miei amici erano diventati famosi.

Potevo sentire il fiume in sottofondo,
da cui proveniva l’odore dell’oblio
intrecciato con le erbe aromatiche in vaso dei ristoranti—

Avevo deciso di unirmi a una vecchia conoscenza per cena.
Eccolo al nostro solito tavolo;
il vino fu versato; era impegnato con il cameriere,
discutendo dell’agnello.

Come al solito, durante la cena è nata una piccola discussione, apparentemente
riguardante l’estetica. C’era libertà di espressione.

Fuori, il ponte luccicava.
Le auto correvano avanti e indietro, il fiume
brillò dietro, imitando il ponte. Natura
che riflette l’arte: qualcosa di simile.
Il mio amico ha trovato l’immagine potente.

Era uno scrittore. I suoi numerosi romanzi, all’epoca,
sono stati molto lodati. Uno era molto simile a un altro.
Eppure il suo compiacimento mascherava la sofferenza
come forse la mia sofferenza mascherava la compiacenza.
Ci conoscevamo da molti anni.

Ancora una volta lo avevo accusato di pigrizia.
Ancora una volta, ha respinto la parola …

Sollevò il bicchiere e lo capovolse.
Questa è la tua purezza, ha detto,
questo è il tuo perfezionismo
Il bicchiere era vuoto; non ha lasciato segni sulla tovaglia.

Il vino mi era andato alla testa.
Tornai a casa lentamente, meditabonda, un po’ ubriaca.
Il vino mi era andato alla testa, o no
la notte stessa, la dolcezza di fine estate?

Sono i critici, ha detto,
i critici hanno le idee. Noi artisti
(includeva me): noi artisti
siamo solo bambini con i nostri giochi.

Louise Glück

(TRADUZIONE DI MARCELLO COMITINI)
ALTRE POESIE DI LOUISE GLÜCK TRADOTTE DA MARCELLO COMITINI

∗∗∗

The sword in the stone

My analyst looked up briefly.
Naturally I couldn’t see him
but I had learned, in our years together,
to intuit these movements. As usual,
he refused to acknowledge
whether or not I was right. My ingenuity versus
his evasiveness: our little game.

At such moments, I felt the analysis
was flourishing: it seemed to bring out in
a sly vivaciousness I was
inclined to repress. My analyst’s
indifference to my performances
was now immensely soothing. An intimacy

had grown up between us
like a forest around a castle.

The blinds were closed. Vacillating
bars of light advanced across the carpeting.
Through a small strip above the windowsill,
I saw the outside world.

All this time I had the giddy sensation
of floating above my life. Far away
that life occurred. But was it
still occurring: that was the question.

Late summer: the light was fading.
Escaped shreds flickered over the potted plants.

The analysis was in its seventh year.
I had begun to draw again—
modest little sketches, occasional
three-dimensional constructs
modeled on functional objects—

And yet, the analysis required
much of my time. From what
was this time deducted: that
was also the question.

I lay, watching the window,
long intervals of silence alternating
with somewhat listless ruminations
and rhetorical questions—

My analyst, I felt, was watching me.
So, in my imagination, a mother stares at her sleeping child,
forgiveness preceding understanding.

Or, more likely, so my brother must have gazed at me—
perhaps the silence between us prefigured
this silence, in which everything that remained unspoken
was somehow shared. It seemed a mystery.

Then the hour was over.

Louise Glück

da “Faithful and Virtuous Night”, Farrar, Straus and Giroux, 2014

«La luce prigioniera nella stanza» – Marcello Comitini

Foto di Hadar Ariel Magar

 

La luce prigioniera nella stanza
proietta sul soffitto grappoli di fiori
come una finta luna e poche stelle
in un cielo percorso dalle nuvole.
Assorto nel silenzio il cuore scuote le mie vene
e gli occhi fissano le immagini fluttuanti come drappi
di un amore dissolto tra le dita.
Sembra farsi lentamente più vicino
il tuo corpo, albero irrorato dalla linfa.
Tra i miei seni celi il viso
e al mio cuore giunge l’oscuro grido del tuo sguardo
come il sole che sprofonda.
La tua risata tra i miei capelli scorre
più limpida dell’acqua sotto il sole
e le tue mani di gabbiano carezzano
il profilo del mio corpo per placarne la tempesta.
S’impennano nel vento taglienti come lame
discendono a ferire
il desiderio e i fuochi accesi
all’orizzonte del mio cielo grondante di malinconia
nel tepore solitario della notte.

No, non svanire! Resta ancora!
Inganna la mia memoria
col profumo dolce del tuo sangue.

Marcello Comitini

da “Donne sole”, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

AMAZON – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020
IL MIO LIBRO – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020