In una villa medicea – Piero Bigongiari

Foto di Katia Chausheva

 

Scivolerai dentro uno specchio nero
col peso della tua ala corvina,
ti solleva la forza a cui reclina
discende la tua anima di fuoco.

La luna scalderà ancora i ginepri 
nel giardino segreto ove una spalla
illividiva cieca al roteare
dei pianeti che a lungo la cercavano, 

gli spiragli lucenti dentro i vepri,
il lampo delle chiome dissuase,
e la mano che palpa quanto, addietro,
non è ancora paura e la conduce,

e le sete gualcite, i fiori, i veli
ove il passo tuo aptero rallenta
come una lunga musica di cieli
vi dissesti le stelle all’albeggiare.

Piero Bigongiari

da “Almanacco dello Specchio 2009”, Milano, Mondadori, 2010

(II tuo splendore) – Piero Bigongiari

Brett Weston, Untitled (High Tide), 1951

 

Il tuo splendore è di chi ha attraversato
il fuoco (con me o senza di me?).
Vaghi, se stella non sei, nei riflessi
dei bicchieri che torbidi si levano
dal rogo degli auguri. Ma tu che àuguri
un futuro allo splendore dei riposi?

Se il tempo si fa fiamma, subsidenza
opaca alla parola è ogni altro dramma
che trascolora e non rimane in sé:
se mi guardi l’aurora non ardisce
ripresentarsi, anzi non sa se è,
ma se non è rincuora – o uccide? – l’altro

in sé… Son io, il sasso che il torrente
gemica della gemma che traspare,
e non sa ancora – né tu puoi sapere –
se il fuoco brucia il tempo o questo il rogo,
se trattenersi un poco dentro il sole
è un orlo troppo puro o troppo roco.

Piero Bigongiari

da “Agosto al Forte”, Poesie inedite e disperse (1978-1991), Pistoia, Gli Ori, 2014

Una tomba per l’amore ucciso – Piero Bigongiari

Marcus Møller Bitsch

 

Chi ha nascosto qualcosa nell’evidenza?
Chi non ha scagliato la prima pietra?
Chi è senza peccato, il testimone
o il testimoniato?

                              Eppure senza
quella testimonianza, il reato
avrebbe la voce dell’innocenza.
Chi ha passeggiato, un giorno come questo
che la storia era solo un filo d’erba
spuntato tra il selciato, intorno a quello
che fu scritto illeggibile da tutti?
Il dito s’è rialzato come i flutti
amari del mare di Galilea:
pesantissimo è stato quello che non è stato
più di quello che è stato.

                                              Un fiotto ancora
del sangue del costato, sotto il sole,
fluttua purpureo come le viole
nel vento che ti accarezza il viso
in cui il sorriso erra dimenticato
del più incomprensibile perdono:
è l’atto più enigmatico del dono.
Chi è tra noi, chi si è allontanato?
Vive la santità grazie al peccato
o questo è un’inutile disgrazia?

Ma quale inopia più di questa sazia,
quale copia di quale sacrificio,
la misteriosa ira della storia?
Ogni storia è particola di un tutto,
un’ostia che attende quale lingua:
è Croazia, è il flutto che schiaffeggia
la mia terra natale così bassa
all’orizzonte che ritorna mare,
in cui quando vi torno non so andare
al di là di uno sguardo obliato.
(Sono sempre in ritardo su me stesso
o qualcosa scompare di me stesso
in un altro me stesso inattendibile,
in un me stesso ch’io non so più amare?).

La terra è così piccola – chi è stato
a ferire a morte anche l’amore? –
là dove Bosko, serbo innamorato,
e la piccola Admira musulmana,
abbracciati, in terra di nessuno,
giacciono morti. Chi potrà slacciarli,
dare una tomba all’amore ucciso?
Quale porta, di quale sacrificio,
s’è dischiusa, se non quella del sogno?
La parola che romba nell’orecchio
è quella del più antico maleficio,
ma di quale risveglio c’è bisogno?

Quel viso contro viso, quale bacio
– lì tra l’erba di un greto (è la storia
che appartiene a tutti e a nessuno?) –
è più intriso per noi di rimorso…
È stata fucilata la speranza?
Quale sforzo il dolore non sa fare
tra l’odio, il male e lì presso, dove…,
ma dove ha sede la felicità?
Quale cecchino sta a spiare, quale
risuscitato Caino, pronto
allo sparo, nascosto? Il testimone
del dolore del mondo ha cambiato
posto, non sa ormai più che sparare,
innamorare ormai solo la morte,
sventagliare nel mucchio l’innocenza,
il suo ghigno divenuto immonda
indifferenza tra il dire e il fare,
insofferenza tra il mezzo e il fine.

La vergogna del secolo non ha
nel dolore del secolo confine.
Là il rezzo della morte non ha fine.
Carezza dolce le chiome corvine
di Admira la morte innamorata,
molce il respiro spento in quelle labbra.
E io che ci sto a fare, alla mia rabbia
che cosa è rimasto da ammirare,
perduta in quale lebbra ogni bellezza,
in quale ebbro annaspare la carezza
che non sa più su qual volto posare
la sua stessa terribile tristezza.

Piero Bigongiari

24-26 maggio 1993

da “Nel centro oscuro dell’incandescenza”, in “Dove finiscono le tracce” (1984-1996), Le Lettere, Firenze, 1996

Valzer – Piero Bigongiari

Foto di Katia Chausheva

 

Dalle griglie celesti quale strazio
rileva le falene? cadon rosse
nelle tue vene aperte, od è il tuo sangue?
Tu deliri dai vetrici su su
verso il mio cuore,
tu piú assente dell’ore che piú versi
come le tamerici in un colore
di morte: se nel tuo trovarti ancora
senza dolore uguale alla tua pena,
una barca disancora piú lungi
su un porto di verbena un altro addio,
tu ritorna col passo ch’io ti rendo.

 Piero Bigongiari

da “La figlia di Babilonia”, 1942, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968

Replicazioni – Piero Bigongiari

Foto di Michael Kenna

a L. M.

Vanno a pelo dell’acqua, misteriose
effimere pattinatrici, le idrometre
sfiorandone il lucido miraggio.
Quando, o dove, ti ho visto, specchio, infrangerti
di rimando a un raggio di sole? Dove
o quando piegano il capo le viole
che tutto in sé bevono, e s’inebriano,
fino a un profumo quasi luttuoso,
quel sole fino al suo più ombroso siero?

È già un profumo tra pensiero e oblio.
Tutto a metà, anche la tua bellezza,
terra, se tutto porta nel suo compiersi
a infrangersi, il principio nella fine.
Tutto resta tra i propri estremi incline
a una forza che erra dubitosa:
anche l’audacia della rosa, infine
corrosa dalla sua spinosa ebbrezza.

Terra di poca brezza, e di molto
e forse troppo doloroso amore,
se qualcosa si spezza, altro si leva
in te. Le quaglie che hanno pigolato
a lungo tra i tuoi steli si sollevano
pesanti verso i veli cinerini
dell’orizzonte. Quanto ha atteso è fonte
del suo passato? Era quanto sarà?

Non è stata, nel serico sarong,
la tua muta dolcezza a trattenermi,
troppo oltre la stagione di quei voli,
qui presso il fuoco ad alimentare
la lontananza d’ogni tua presenza?
Ora cieca tu giri nella stanza
della mia mente: non potrai vedermi,
né additarmi la porta e forse chiuderla
col tuo passo opimo di orientale.

Ti sostengo, non so dove portarti,
dove lasciarti. Quasi fosse il male
a contenere il proprio bene. È certo
che qualcosa congiunge disgiungendo.
Ma l’amore è tremendo ora sul fremito
che tu non puoi vedere
delle tue labbra, se le tue parole,
non sapendo dove io sono, mi parlano,
mi parlano, e parlano di me.

Piero Bigongiari

 25-27 marzo ’90

da “La legge e la leggenda” (1986-1991), “Saggi e testi” Mondadori, 1992