Marina delle rocce – Odisseas Elitis

Filippo Palizzi, Fanciulla sulla roccia a Sorrento, 1871

 

Hai un sapore di tempesta sulle labbra − Ma dove vagavi
Tutto il giorno nel duro sogno della pietra e del mare
Vento da aquile ha spogliato i colli
Ha spogliato fino all’osso il tuo desiderio
E le pupille dei tuoi occhi hanno accolto il segnale della Chimera
Rigando di schiuma il ricordo!
Dov’è la consueta erta del breve settembre
Nella rossa terra dove giocavi guardando in basso
I profondi faveti delle altre fanciulle
Gli angoli dove le tue compagne lasciavano bracciate di rosmarino

− Ma dove vagavi
Tutta la notte nel duro sogno della pietra e del mare
Ti dicevo di contare nell’acqua spoglia i suoi giorni luminosi
Di goderti supina l’alba delle cose
O anche di vagare per gialle vallate
Con un trifoglio di luce al petto eroina di giambo.

Hai un sapore di tempesta sulle labbra
E una veste rossa come il sangue
In profondo dentro l’oro dell’estate
E nel profumo dei giacinti − Ma dove vagavi

Scendendo verso rive e baie con i ciottoli
Là c’era un’erba marina fredda salmastra
Ma più giù un sentimento umano che sanguinava
E aprivi con stupore le braccia dicendo il suo nome
Salendo leggera sino alla trasparenza del fondo
Dove risplendeva la tua stella marina.

Ascolta, la parola è la saggezza degli ultimi
E il tempo scultore impetuoso degli uomini
E il sole lo sovrasta belva di speranza
E tu più vicina a lui stringi un amore
Con un amaro sapore di tempesta sulle labbra.

Non puoi contare azzurra sino all’osso su altra estate
Perché cambino corso i fiumi
E ti riportino indietro alla loro madre
Per baciare ancora altri ciliegi
O per andartene a cavallo del maestrale.

Avvinta alle rocce senza ieri né domani
Nei pericoli delle rocce con la raffica della tempesta
Darai l’addio al tuo enigma.

Odisseas Elitis

(Traduzione di Paola Maria Minucci)

da “Orientamenti”, 1940, in “Odisseas Elitis, È presto ancora”, Donzelli Poesia, 2011

***

Η Μαρίνα των βράχων

Ἔχεις μιά γεύση τριϰυμίας στα χείλη —Μα ποῦ γύριζες
Ὁλημερίς τή σϰληρή ρέμβη της πέτρας ϰαί τῆς θάλασσας
Ἀετοφόρος ἄνεμος γύμνωσε τούς λόφους
Γύμνωσε τήν ἐπιθυμία σου ῶς τό ϰόϰαλο
Κι οἱ ϰόρες τῶν ματιῶν σου πήρανε τή σϰυτάλη τῆς Χίμαιρας
Ριγώνοντας μ’ ἀφρό τή θύμηση!
Ποῦ εἶναι ἡ γνώριμη ἀνηφορια τοῦ μιϰροῦ Σεπτεμβρίου
Στό ϰοϰϰινόχωμα ὅπου ἔπαιζες θωρώντας πρός τα ϰάτω
Τούς βαθιούς ϰυαμῶνες τῶν ἄλλων ϰοριτσιῶν
Τίς γωνιές ὅπου οἱ φίλες σου ἄφηναν ἀγϰαλιές τά διοσμαρίνια

—Μα ποῦ γύριζες
Ὁλονυχτίς τή σϰληρή ρέμβη τῆς πέτρας ϰαί τῆς θάλασσας
Σοῦ ’λεγα νά μετρᾶς μές στό γδυτό νερό τίς φωτεινές του μέρες
Ἀνάσϰελη νά χαίρεσαι τήν αὐγή τῶν πραγμάτων
Ἢ πάλι να γυρνάς ϰίτρινους ϰάμπους
Μ’ ἕνα τριφύλλι φῶς στό στῆθος σου ἡρωίδα ἰάμβου.

Ἔχεις μιά γεύση τριϰυμίας στά χείλη
Κι ἕνα φόρεμα ϰόϰϰινο σάν τό αἷμα
Βαθιά μές στό χρυσάφι τοῦ ϰαλοϰαιριοῦ
Καί τ’ ἄρωμα τῶν γυαϰίνθων —Μα ποῦ γύριζες

Κατεβαίνοντας πρός τούς γιαλούς τούς ϰόλπους μέ τά βότσαλα
Ἦταν ἐϰεῖ ἕνα ϰρύο ἀρμυρό θαλασσόχορτο
Μά πιό βαθια ἕνα ἀνθρώπινο αἴσθημα πού μάτωνε
Κι ἄνοιγες μ’ ἔϰπληξη τα χέρια σου λέγοντας τ’ ὄνομά του
Ἀνεβαίνοντας ἀνάλαφρα ὣς τή διαύγεια τῶν βυθῶν
Ὅπου σελάγιζε ὁ διϰός σου ὁ ἀστερίας.

Ἄϰουσε, ὁ λόγος εἶναι τῶν στερνῶν ἡ φρόηση
Κι ὁ χρόνος γλύπτης τῶν ἀνθρώπων παράφορος
Κι ὁ ἥλιος στέϰεται ἀπό πάνω του θηρίο ἐλπίδας
Κι ἐσύ πιό ϰοντά του σφίγγεις ἕναν ἔρωτα
Ἔχοντας μιά πιϰρή γεύση τριϰυμίας στα χείλη.

Δέν εἶναι γιά νά λογαριάζεις γαλανή ὥς τό ϰόϰαλο ἄλλο ϰαλοϰαίρι
Γιά ν’ ἀλλάξουνε ρέμα τά ποτάμια
Καί νά σέ πᾶνε πίσω στή μητέρα τους
Γιά νά ξαναφιλήσεις ἄλλες ϰερασιές
Ἢ γιά νά πᾶς ϰαβάλα στόν μαΐστρο.

Στυλωμένη στούς βράχους δίχως χτές ϰαί αὔριο
Στούς ϰινδύνους τῶν βράχων μέ τή χτενισια τῆς θύελλας
Θ’ ἀποχαιρετήσεις τό αἴνιγμά σου.

Οδυσσέας Ελύτης

da “Οδυσσέας Ελύτης, Προσανατολισμοί”, Atene, 1940

«Vederla è un quadro −» – Emily Dickinson

1568

Vederla è un quadro −
Ascoltarla è una musica 
Conoscerla un eccesso
Così innocente come giugno −
Non conoscerla − afflizione −
Averla come amica
È come se nella tua mano
Ardesse un calore simile al sole.

Emily Dickinson

c.1883

(Traduzione di Annalisa Cima e Eugenio Montale)

da “Tutte le poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 1997

∗∗∗

1568

To see her is a Picture −
To hear her is a Tune −
To know her an Intemperance
As innocent as June −
To know her not − Affliction −
To own her for a Friend
A warmth as near as if the Sun
Were shining in your Hand.

Emily Dickinson

da “Bolts of Melody: New Poems of Emily Dickinson”, New York: Harper, 1945

Parole del tuffatore di Paestum – Roberto Mussapi

PaestumTaucher

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Io sono l’anima di tuo padre, il tuffatore:
ti ho seguito ogni giorno, ti sono accanto,
conosco come allora le tue zone d’ombra,
il linguaggio dei moti tracciato dalla tua faccia,
niente è cambiato da allora, in questo senso.
Questa è la prima cosa che ho scoperto,
la prima che volevo dirti: non cambia la percezione
dei tuoi attimi, come non cambiava
di notte, nel sonno, o per la distanza.
So che questo mio soffio (dal fondo dell’acqua, tra le attinie)
sarà per te come le mie parole un tempo:
che ti infondevano memoria e coraggio,
più del vino o di una donna che ti guarda.
La mia prima scoperta, la prima verità è che nulla
si spezza nel segreto dell’anima.
Il resto è confuso, è presto
per cercare di riferirti,
coralli, attinie, vite che si disegnano da un moto
d’acqua e si dileguano all’istante.
Non tutto è luce, trasparenza, silenzio,
cunicoli di buio, respiri compressi, poi voci
che inalano in me come se io parlassi.
Scivolo verso un fondo sempre più distante
e sento che una luce sommersa mi chiama da Oriente:
non so dove finisca, per ora,
non so che cosa sia ma so che amore
la muove e ne determina il respiro.
Di questo viaggio parlerò più avanti,
quando esperito sarà conoscenza,
posso parlarti di quanto ho lasciato,
sopra la superficie azzurra delle acque,
tra le sabbie bianchissime, le palme,
l’ombra degli ulivi, il vino
che veniva versato dalle anfore:
ama la terra rosa nel tramonto,
immergiti nel mare per gioco, come un tritone,
gusta la frutta, il pane, bevi e mangia,
ascolta le risa delle ragazze,
cerca la loro bocca, ridi e dispèrati,
ringrazia ogni giorno il tuo paese lucente.
Io non sono tuo padre ma la sua anima,
non so quello che vivo ma ricordo,
la riva, la piscina, i colori che formano
lo strano disegno della vita mortale.
Vivi in quella ceramica smagliante e attendi
quanto saprò dirti più avanti, alla fine del viaggio.
Ma ora che dormi come quando in una culla
sembravi cercare i segreti del mondo,
ora che hai spalle più larghe e più radi i capelli,
ascolta le parole della mia anima:
non so molto di lei – di me stessa –
(è presto, figlio, non conosco abbastanza,
ho appena iniziato, sto nuotando),
non pensare al mio corpo (è tardi,
perle, quelli che furono i miei occhi,
e le mie labbra contratte in corallo),
ma ho conoscenza del loro matrimonio,
di quando vivevano all’unisono nel mondo
e io, anima di tuo padre, il tuffatore
ti consegno solo questa esperita certezza
(dal fondo dell’abisso, nel brivido del tuffo):
che anche l’uomo può amare eternamente.

Roberto Mussapi

da “La stoffa dell’ombra e delle cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 2007

Fiume poesia – Antonis Fostieris

Foto di Minor White

 

Caddi in una buca di bianco e mi bruciai.

Eppure la poesia è un fiume
Una meravigliosa umidità
Credo che plachi l’ira del silenzio
Se l’ho tradito. Non ho colpa, lo giuro.
Alcuni hanno dimenticato sulla mensola un vaso di vocali
Che avrei potuto raggiungere. Poi imparai a costruire barchette
Con bucce di sillabe. Piccole quanto il dito di un bimbo,
Le gettavo nell’acqua corrente –
Allora capii: solo la separazione
Unisce gli uomini. Il resto
Lo sapete da altri racconti. Come “indietro non si torna”
Come “non è possibile bagnarsi due volte nella stessa acqua” e simili.
Ce l’hanno detto e ripetuto, come se l’evidenza
Necessitasse d’interpretazione. Ma la poesia
È un fiume di lacrime estranee. Bambino diventato adulto
Lo vedo spesso tornare alla sua piccola fonte.
E quando si gonfia
Di troppo amore,

                          Annega.

Antonis Fostieris

(Traduzione di Nicola Crocetti) 

da “Il pensiero appartiene al dolore (1966)”, in “Nostalgia del presente”, Crocetti Editore, 2021

∗∗∗

Ποτάμι ποίημα

Ἔπεσα σέ λάϰϰο μέ ἄσπρο ϰαί ϰάηϰα.

Ὅμως τό ποίημα εἶναι ποτάμι
Καί μια ὑγρασία θαυμαστιϰή
Θαρρῶ γλυϰαίνει τή σιωπή ἀπ’ τήν ὀργή της
Ἂν τήν πρόδωσα. Δέ φταίω, τ’ ὁρϰίζομαι.
Κάποιοι ξεχάσαν ἕνα βάζο μέ φωνήεντα στο ράφι
Πού θά τό’ φτανα. Ὕστερα ἔμαθα μέ φλοῦδες συλλαβῶν
Νά φτιάνω πλοῖα. Μιϰρά, ὅσο το δάχτυλο παιδιοῦ
Καί τά’ ριχνα μές στύ νεράϰι πού ἔέφευγε –
Τότε ϰατάλαβα: μονάχα ὁ χωρισμός
Ἑνώνει τούς ἀνθρώπους. Τά ὑπόλοιπα
Τά ξέρετε ἀπό ἄλλες διηγήσεις. Πώς “πίσω δέ γυρνάει”
Πώς “δίς ἐμβῆναι τῷ αύτῷ οὐϰ ἔστιν” ϰαί τά ὅμοια.
Μᾶς τά’ παν, τά ξανάπαν, σάν τό αὐτονόητο
Νά εἶχε χρείαν ἐρμηνείας. Ἀλλά τό ποίημα
Εἶναι ποτάμι ἀπό δάϰρυα ξένα. Παιδί πού ἀντρώθηϰε
Συχνά τό βλέπω νά γυρνάει πρός τήν πηγούλα του.
Κι ὅταν φουσϰώνει
Ἀπ’ τήν πολλήν ἀγάπη,

                                      Πνίγει.

Ἀντώνης Φωστιέρης

da “Ἡ σϰέφη ἀνήϰεί στη λύπη”, 1996 

La rosa bianca – Attilio Bertolucci

Dorothy Barton, Emma Barton (née Rayson), 1872-1938

 

Coglierò per te
l’ultima rosa del giardino,
la rosa bianca che fiorisce
nelle prime nebbie.
Le avide api l’hanno visitata
sino a ieri,
ma è ancora così dolce
che fa tremare.
È un ritratto di te a trent’anni,
un po’ smemorata, come tu sarai allora.

Attilio Bertolucci

da “Fuochi in novembre”, Minardi, Parma, 1934