Volo di uccelli che sentono la tempesta – Piero Bigongiari

Foto di Mario Giacomelli

 

D’uno in altro finito nelle azzurre
caverne l’infinito schiuma al vento
che involve nel suo fulgido tormento
il colore dei prati, l’ali eterne
di primavera dei sommessi alati:
mare che non ha requie sulle tombe
umane, dove i petti ansano invano,
mare che spinge il suo sorriso a fiore
strano tra scogli e addii. Ad ali tese
precedono gli uccelli la tempesta,
celesti ne disegnano le corolle,
grigi barlumi insegnano alle zolle
e in alto al nido, fermo
ingorgo di mota, di sterpi, d’amore
ch’altro rapprese e sollevò tra i rami
e le grondaie. Altro percorre il fiume
fin oltre la sorgente, un altro lume
avvena le tue mani, ulcera gli occhi.
Chiamami dalla tua sorda caverna,
io sono in basso, tento il piede, salgo
alla tua verna altissima e non ti odo,
amore penetrato come un chiodo
sul legno delle croci che fioriscono.

Piero Bigongiari

[20 luglio ’56]

da “Le mura di Pistoia”, “Lo Specchio” Mondadori, 1958

«Non ti vedo. So bene» – Pedro Salinas

Maya Deren, in “Meshes of an Afternoon”, di Maya Deren, 1943

49

Non ti vedo. So bene
che sei qui,
dietro una parete fragile
di calce e di mattoni, alla portata
della mia voce, se chiamassi.
Ma io non chiamerò.
Ti chiamerò domani,
quando ormai non vedendoti,
immagini che ancora
tu sia qui, accanto a me,
e che basti oggi la voce
che ieri ho trattenuto.
Domani… quando tu sarai
al di là di una
fragile parete di venti,
di cieli e di anni.

Pedro Salinas

(Traduzione di Valerio Nardoni)

da “Presagi”, Passigli Poesia, 2008

***

49

No te veo. Bien sé
que estás aquí, detrás
de una frágil pared
de ladrillos y cal, bien al alcance
de mi voz, si llamara.
Pero no llamaré.
Te llamaré mañana,
cuando, al no verte ya
me imagine que sigues
aquí cerca, a mi lado,
y que basta hoy la voz
que ayer no quise dar.
Mañana… cuando estés
allá detrás de una
frágil pared de vientos,
de cielos y de años.

Pedro Salinas

da “Presagios”, 1924, in “Pedro Salinas, Poesías completas”, Aguilar, Madrid, 1955

Ora che sale il giorno – Salvatore Quasimodo

Carmen Laffón, Muchacha de espaldas, 1956

 

Finita è la notte e la luna
si scioglie lenta nel sereno,
tramonta nei canali.

È così vivo settembre in questa terra
di pianura, i prati sono verdi
come nelle valli del sud a primavera.
Ho lasciato i compagni,
ho nascosto il cuore dentro le vecchie mura,
per restare solo a ricordarti.

Come sei più lontana della luna,
ora che sale il giorno
e sulle pietre batte il piede dei cavalli!

Salvatore Quasimodo

da “Ed è subito sera”, Mondadori, Milano, 1942

La patria – Julio Cortázar

Ulf Andersen, Julio Cortazar

 

Questa terra sugli occhi,
questo panno appiccicoso, nero di stelle impassibili,
questa notte continua, questa distanza.
Ti amo, paese buttato a mare, pesce a pancia in su,
povera ombra di paese, pieno di venti,
di monumenti e gigionate,
di orgoglio senza oggetto, soggetto ad assalti,
preso a sputi ubriaco inoffensivo che impreca e sventola bandierine,
distribuisce coccarde sotto la pioggia, e schizza
di bava e stupore campi di calcio e ring.

Poveri negri.

Stai bruciando a fuoco lento, e dov’è il fuoco,
dov’è chi si mangia la carne e ti tira gli ossi?
Delinquenti, gagà, signori e papponi,
deputati, oche dal doppio cognome,
grassone che lavorano a maglia nell’atrio, maestre, parroci, notai.
centravanti, pesi leggeri. Fangio da solo, primi tenenti,
colonnelli. generali, marinai, sanità, carnevali, vescovi,
bagualas, chamamés, malambos, mambi, tanghi,
segreterie, sottosegreterie, capi. controcapi, partite a truco con rilanci. E che cazzo,
se la casetta era il suo sogno, se lo hanno ucciso in una rissa,
se prendi, intaschi e porti via

Liquidazione forzata, svendita totale.

Ti amo, paese gettato sul marciapiede, scatola di fiammiferi vuota,
ti amo, secchio della spazzatura che si portano via su un affusto di cannone
avvolto nella bandiera che ci ha lasciato Belgrano,
mentre le vecchie piangono alla veglia, e il mate scorre
con il suo verde conforto, lotteria del povero,
e in ogni appartamento c’è qualcuno che è nato facendo discorsi
per qualcun altro che è nato per  ascoltarli e spellarsi le mani.
Poveri negri che accumulano voglia di essere bianchì,
poveri bianchi che vivono un carnevale da negri,
che totocalcio, fratello mio, a Boedo, alla Boca,
a Palermo e a Barracas, sui ponti, fuori,
nei ranchos che arrestano il sudiciume della pampa,
nelle case imbiancate dal silenzio del nord,
nelle lamiere zincate dove il freddo si struscia,
nella Plaza de Mayo dove è di ronda la morte vestita da Menzogna.
Ti amo, paese nudo che sogna uno smoking,
vicecampione del mondo in ogni cosa, in tutto ciò che si presenta,
terza posizione, energia nucleare, giustizialismo, vacche,
tango, coraggio, pugni, arguzia ed eleganza.
Così triste nel più profondo del grido, così malridotto
nel meglio della baldoria, così baldanzoso al momento dell’autopsia.
Ma ti amo, paese di fango, e anche altri ti amano, e qualcosa
nascerà da questo sentimento. Oggi è distanza, fuga,
non ti immischiare, che ci vuoi fare, dai che ce la fai, pazienza.
La terra fra le dita, l’immondizia negli occhi,
essere argentini è essere tristi,
essere argentini è essere lontani.
E non dire: domani,
perché basta essere debole adesso.
Mentre nascondo la faccia
(il poncho te lo lascio, folclorista imbecille)
ricordo una stella in piena campagna,
ricordo un’alba sull’altopiano,
Tilcara un pomeriggio, Paraná fragrante,
Tupungata aspra, un volo di fenicotteri
che bruciavano un orizzonte di paludi.
Ti amo, paese, fazzoletto sporco, con le tue vie
piene di manifesti peronisti, ti amo
senza speranza e senza rimedio, senza ritorno e senza diritto,
solo da lontano e amareggiato e di notte.

Julio Cortázar

(Traduzione di Eleonora Mogavero)

da “Il giro del giorno in ottanta mondi”, Alet, 2006

∗∗∗

La patria

Esta tierra sobre los ojos,
este paño pegajoso, negro de estrellas impasibles,
esta noche continua, esta distancia.
Te quiero, país tirado más abajo del mar, pez panza arriba,
pobre sombra de país, lleno de vientos,
de monumentos y espamentos,
de orgullo sin objeto, sujeto para asaltos,
escupido curdela inofensivo puteando y sacudiendo banderitas,
repartiendo escarapelas en la lluvia, salpicando
de babas y estupor canchas de fútbol y ringsides.

Pobres negros.

Te estás quemando a fuego lento, y dónde el fuego,
dónde el que come los asados y te tira los huesos.
Malandras, cajetillas, señores y cafishos,
diputados, tilingas de apellido compuesto,
gordas tejiendo en los zaguanes, maestras normales, curas, escribanos,
centroforwards, livianos, Fangio solo, tenientes primeros,
coroneles, generales, marinos, sanidad, carnavales, obispos,
bagualas, chamamés, malambos, mambos, tangos,
secretarías, subsecretarías, jefes, contrajefes, truco,
contraflor al resto. Y qué carajo,
si la casita era su sueño, si lo mataron en
pelea, si usted lo ve, lo prueba y se lo lleva.

Liquidación forzosa, se remata hasta lo último.

Te quiero, país tirado a la vereda, caja de fósforos vacía,
te quiero, tacho de basura que se llevan sobre una cureña
envuelto en la bandera que nos legó Belgrano,
mientras las viejas lloran en el velorio, y anda el mate
con su verde consuelo, lotería del pobre,
y en cada piso hay alguien que nació haciendo discursos
para algún otro que nació para escucharlos y pelarse las manos.
Pobres negros que juntan las ganas de ser blancos,
pobres blancos que viven un carnaval de negros,
qué quiniela, hermanito, en Boedo, en la Boca,
en Palermo y Barracas, en los puentes, afuera,
en los ranchos que paran la mugre de la pampa,
en las casas blanqueadas del silencio del norte,
en las chapas de zinc donde el frío se frota,
en la Plaza de Mayo donde ronda la muerte trajeada de Mentira.
Te quiero, país desnudo que sueña con un smoking,
vicecampeón del mundo en cualquier cosa, en lo que salga,
tercera posición, energía nuclear, justicialismo, vacas,
tango, coraje, puños, viveza y elegancia.
Tan triste en lo más hondo del grito, tan golpeado
en lo mejor de la garufa, tan garifo a la hora de la autopsia.
Pero te quiero, país de barro, y otros te quieren, y algo
saldrá de este sentir. Hoy es distancia, fuga,
no te metás, qué vachaché, dale que va, paciencia.
La tierra entre los dedos, la basura en los ojos,
ser argentino es estar triste,
ser argentino es estar lejos.
Y no decir: mañana,
porque ya basta con ser flojo ahora.
Tapándome la cara
(el poncho te lo dejo, folklorista infeliz)
me acuerdo de una estrella en pleno campo,
me acuerdo de un amanecer de puna,
de Tilcara de tarde, de Paraná fragante,
de Tupungato arisca, de un vuelo de flamencos
quemando un horizonte de bañados.
Te quiero, país, pañuelo sucio, con tus calles
cubiertas de carteles peronistas, te quiero
sin esperanza y sin perdón, sin vuelta y sin derecho,
nada más que de lejos y amargado y de noche.

Julio Cortázar

da “La vuelta al día en ochenta mundos”, Siglo Veintiuno, 2005

Un ritorno – Vittorio Sereni

Roberto Nespola, Orbetello, settembre 2017

 

Sul lago le vele facevano un bianco e compatto poema
ma pari piú non gli era il mio respiro
e non era piú un lago ma un attonito
specchio di me una lacuna del cuore.

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965