Il lago di Annecy – Eugenio Montale

Foto di Anka Zhuravleva

 

Non so perché il mio ricordo ti lega
al lago di Annecy
che visitai qualche anno prima della tua morte.
Ma allora non ti ricordai, ero giovane
e mi credevo padrone della mia sorte.
Perché può scattar fuori una memoria 
così insabbiata non lo so; tu stessa
m’hai certo seppellito e non l’hai saputo.
Ora risorgi viva e non ci sei. Potevo 
chiedere allora del tuo pensionato, 
vedere uscirne le fanciulle in fila,
trovare un tuo pensiero di quando eri
viva e non l’ho pensato. Ora ch’è inutile 
mi basta la fotografia del lago.

Eugenio Montale

(6 giugno 1971)

da “Diario del ’71 e del ’72”, “Lo Specchio” Mondadori, 1973

Strascico – Giorgio Caproni

Dipinto di Carl Vilhelm Holsøe

     

     Dov’hai lasciato le ariose collane,
e i brividi, ed il sangue? Nel lamento
vasto che un pianoforte da lontane
stanze nel novilunio gronda, io sento
la tua voce distrutta − odo le trame
in rovina, e l’amore morto. Il vento
preme profondo un portone – d’un cane
entro la notte, il gemitío un accento
pone di gelo nel petto. E tu i fini
denti, perché tu non riaccendi, amore,
qui dove alzava di brace i suoi vini
sul selciato ogni giovane? Un madore
di brina, ora il giornale dove i primi
crimini urlano copre, e il tuo cuore.

Giorgio Caproni

1945.

da “Il passaggio d’Enea” (1943- 1955), in “Giorgio Caproni, L’opera in versi”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

In-cantonante – Paul Celan

 

IN-CANTONANTE: Rembrandt, a tu per tu
con la luce arrotante,
deriflessa dalla stella
come ricciolo di barba,
sulla tempia,

linee come d’una mano traversano
la fronte, fra desertici detriti, sulle
rupi del tavolo
ti manda un bagliore attorno
all’angolo destro della bocca il
sedicesimo salmo.

Paul Celan

(Traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

da “Parte di neve IV”, in “Paul Celan, Poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

Il lemma che funge da titolo è quasi sicuramente un neologismo, di senso alquanto astruso; per conseguenza la traduzione è semplicemente un calco. Il sedicesimo salmo, attribuito a Davide, esprime la speranza che il Signore non abbandoni l’anima del suo fedele alla totale distruzione (Sheol), e non ne permetta la putrefazione. Celan, solo un paio di settimane prima del suicidio, avrebbe dichiarato che in quel momento Einkanter era la poesia cui si sentiva più vicino (cfr. Weber 1970, p. 202). Forse anche per avere avuto presenti i fondamentali e ben noti studi su Rembrandt di Georg Simmel, si può supporre che Celan nella tarda ritrattistica del grande artista abbia letto la consapevolezza di un incombente destino di morte, unita però – quanto meno all’angolo destro della bocca – a un raggio di speranza quale è proclamata dal salmista, un’attesa di perennità oltre la distruzione fisica. Non poche poesie dell’ultimo Celan possono essere lette come autoritratti, scandagli in profondità; e non è da escludere che con Einkanter il poeta abbia anche inteso sovrapporre la propria immagine a quella dell’artista. La vasta ricerca di Reuß 1989 (50 pagine e quasi 200 note) nonostante l’impegno e l’utile messa a punto di vari dettagli non approda a perspicui risultati interpretativi. (Giuseppe Bevilacqua)

∗∗∗

Einkanter

EINKANTER: Rembrandt,
auf du und du mit dem Lichtschliff,
abgesonnen dem Stern
als Bartlocke, schläfig,

Handlinien queren die Stirn,
im Wüstengeschiebe, auf
den Tischfelsen
schimmert dir um den
rechten Mundwinkel der
sechzehnte Psalm.

Paul Celan

da “Schneepart”, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main, 1971

Nel sonno – Vittorio Sereni

Marina Ballo Charmet, Senza titolo (dalla serie Con la coda dell’occhio), 1993-94

I.

Tardi, anche tu li hai uditi
quei passi che salivano alla morte
indrappellati
dall’ordine sparso di un settembre
dai suoi già freddi ori, per rientrare nell’ordine
chiuso, coatto, di tante domeniche premilitari
reinventandolo di fierezza e scherno
con tutta la forza del piede, con pudore
di cresimandi della storia,
su spalti, per poligoni di tiro,
comparse alla ribalta che poi vanno nel buio
– e ancora tanta forza da bucare la raffica
spezzare muraglie sorvolare anni,
quei loro passi giunti fino a te.

II.

Per tutta la città, nelle strade
per poco ancora vuote un assiduo raschiare,
manifesti a brandelli, vanno a brani
le promesse di ieri e lungo i marciapiedi
è già il tritume delle cicale scoppiate.
Sceso all’incrocio un manovratore
lavora allo scambio con la sua spranga,
riavvia giorni e rumore.
– Ecco i soli sconfitti, i veri vinti… –
anonima ammonisce una voce.

III.

Di schianto il braccio s’è abbattuto
e passa ad altri, piú forti,
la mano del vincitore.
Dirò che era giusto
e tenterò una compostezza
appena contraddetta dagli occhi folli.
Che presto saranno spenti.
Presto sullo sparato del decoro
il bruco del disonore…

IV.

Abboccherà il demente all’esca
dei ragazzi del bar?
Certo che abboccherà
                                         e per un niente
nella sua nebbia si ritroverà
dalla parte del torto.
Lo picchieranno, dopo, piú di gusto.
C’era altro da fare delle domeniche?
I giornali attorno ai chioschi
garruli al vento primaverile:
viene un tale, canaglia in panni lindi,
su titoli e immagini avventa un suo cagnaccio.
– La sporca politica
e noi sempre pronti a rifondere il danno,
Pantalone che paga –
e getta soldi all’accorso edicolante.
Approvazioni, intorno, risa.

V.

L’Italia, una sterminata domenica.
Le motorette portano l’estate
il malumore della festa finita.
Sfrecciò vano, ora è poco, l’ultimo pallone
e si perse: ma già
sfavilla la ruota vittoriosa.
E dopo, che fare delle domeniche?
Aizzare il cane, provocare il matto…
Non lo amo il mio tempo, non lo amo.
L’Italia dormirà con me.
In un giardino d’Emilia o Lombardia
sempre c’è uno come me
in sospetti e pensieri di colpa
tra il canto di un usignolo
e una spalliera di rose…

VI.

oppure
tra cave e marcite una coppia.
Area da costruzioni – con le case
qui giungeremo tra non molto.
E intanto finché dura
abbandoniamoci a questi finti prati.
Dove sei perduto amore
canta l’uomo alla ragazza
saltata oltre il terrapieno.
«Hai sempre il sole dalla tua» galante
continua a motteggiarla, ritrovandola
di là, capelli al vento gola giovane
anche piú bionda a quel ritorno di sole.
Ma poi, divisi dalla folla
separati passando tra la folla che non sa,
cosa vive di un giorno? di noi o di noi due?
                 Il distacco, l’andarsene
sul filo di una musica che è già d’altro tempo
guardando in ogni volto
e non sei tu.
Qui dunque si chiude la giovinezza,
su uno scambio di persona?
Ma sí, quella sfilata di tetti
quei balconi e terrazze
rapido ponte tra noi ogni mattina
e a sera lenta fuga…
già domani potresti abbandonarti
a un’altra onda di traffico, tentare
un diverso versante,
mutare gente e rione
                                       e me su uno
di questi crolli del cuore, di queste repentine
radure di città lasciare
con l’amaro di una perdita
con quei passi di loro tardi uditi.
Solitudine, solo orgoglio…
                                                 Geme
da loro in noi nascosta una ferita
e le dà voce il vento dalla pianura,
l’impietra nelle lapidi.

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965

Il compianto di Menone per Diotíma – Friedrich Hölderlin

Francesco Jerace, Myriam o Mistica, 1894

I.

     Sotto l’aperto cielo, in ogni giorno,
vo cercando una diversa cosa.
Tutti i sentieri, interrogai da tempo;
il refrigerio delle fresche cime,
tutto lassú percorsi: e tutti i fonti;
e le foreste tutte… Implora pace,
errando fra le cuspidi ed il piano,
questo spirito mio. Cosí, la fiera
entro il folto del bosco, ove, protetta,
di solito posava in sul meriggio,
ripara a medicar le sue ferite.
Ma non trova ristoro, essa, in quel verde
fido giaciglio. Ché la scaccia intorno,
in un insonne gemito di pena,
il tormentoso assillo. Non le giova
il calore del sole; né la placida
frescura della notte. E le sue piaghe,
dentro l’onde del fiume invano bagna.
E come inutilmente le riporge
la terra le sue mediche verzure,
e la vampa del sangue non le placa
alcuna brezza, ecco, cosí si atteggia,
diletti, la mia vita… E dalla fronte
non mi strappa nessuno i tristi sogni?

2.

     O dèspoti dell’Ade! A nulla vale,
quando ghermiste un’anima, e costretta
la possedete inabissata al fondo
dell’orribile Notte, il ricercarla
invocando o adirandosi con voi.
Né pazienti sopportar l’esilio
pauroso quaggiú; né, sorridendo,
porgere ascolto al vostro canto gelido.
Se questo avvenga, 0 dèspoti dell’Ade,
meglio dimenticarsi d’ogni scampo,
meglio è muti dormire un muto sonno…
… Pure, una voce di speranza sgorga
su dal mio cuore… No, non puoi piegarti
per sempre, anima mia! Tu sogni ancóra,
anche costretta in plumbeo sopore.
Tempo non è di festa. E pur vorrei
ghirlandare i miei riccioli di fronde.
Anche cinto di cupa solitudine,
sento incontro venirmi un soffio, quasi
di beata letizia… E risorrido,
stupito di sentirmi, in tanto lutto,
tanta felicità dentro nel cuore.

3.

     Luce d’amore! In raggi d’oro brilli,
anche ai defunti. Immagini terrestri
di piú sereni giorni! Entro la notte,
mi rifulgete?… Amabili giardini,
e voi monti che imporpora il crepuscolo,
vi risaluto. E voi saluto, taciti
sentieri in fra le selve, testimoni
della mia gioia: e voi, vigili stelle
alte nel cielo, che largiste allora
i vostri a me benedicenti sguardi.
Ed anche voi, figlie del Maggio, rose,
tacite rose, e voi gigli, sovente
ancóra invoco. — Labili dileguano
le primavere; ed in vicenda e in zuffa,
si discacciano gli anni. Il Tempo mugghia
sovra il capo ai mortali, e via precipita.
Ma non fugge cosí, per le pupille
degli Amanti beate; ché concessa
a loro in dono è una diversa vita.
I giorni e gli anni delle stelle tutte
s’adunaron raccolti intorno a noi,
Diotíma, in perenne eternità.

4.

     Ma noi, congiunti come va congiunta
beatamente innamorata coppia
di cigni che riposano sul lido
o si cullan sull’onde, e giú riguardano
dentro l’acque ove specchiansi le nuvole
tutte d’argento, — ed un azzurro etereo
palpita al fondo sotto i remiganti, —
sulla terra, cosí, beatamente
andavamo anche noi. Se pur soffiasse
vento di minacciosa tramontana,
agli amanti nemico aspro tormento,
mulinando le foglie via dai rami
e scagliando la pioggia in volo sghembo,
n’era sul labbro un placido sorriso:
e nel parlarci teneri e sommessi,
sentivamo ciascuno il proprio Iddio
spirar benigno entro un concorde elisio
canto beato d’anime fanciulle.
Ora, deserta è la mia casa. Tolta
m’han la luce degli occhi; ed ho perduto,
con la luce, me stesso. E per ciò, vago
perennemente intorno; e viver debbo,
come vivono l’ombre; e tutto il resto,
già da tempo m’appar vuoto di senso.

5.

     Pure, tra gli altri celebrar vorrei,
quasi un rito, la Gioia. E unir nel coro
alle voci degli altri la mia voce.
Ma che mi giova? Abbandonato e solo,
dentro m’è spento del Divino il senso.
Lo so che il morbo in cui mi struggo, è questo.
Un malefido stronca le mie membra,
se intono il canto: e giú mi prostra, a terra.
Allora, seggo quanto lungo è il giorno
siccome un bimbo: inerti i sensi, muto.
Solo, dagli occhi, uno sgorgar frequente
di lagrime gelate… E mi rattrista
il verdeggiar dei campi: e mi rattrista
il canto degli uccelli, ché gli araldi
sono pur essi della elisia Gioia.
Ma nel trepido petto il sole d’oro
che rianima il mondo, mi si oscura
in un raggiar di tenebra notturna,
sterile intorno in brividi di freddo.
E vuoto il cielo inutile m’incombe,
quasi volta di carcere, sul capo:
e oppresso sotto il peso, me lo curva.

6.

     O Giovinezza, che cosí diversa
conobbi allora! Per quanto io t’invochi,
piú non ritornerai? Né a te mi guida
alcun sentiero piú? La sorte, dunque,
m’è riservata di color che, ignari
un giorno degli Dei, con vividi occhi
presero posto alla beata mensa:
ma, presto sazii, ne sciamaron via,
ed ora, muti, se ne stan sepolti
sotto il canto dell’aure e sotto i floridi
giardini della terra, in sino a quando
l’impeto d’un prodigio non costringa
quei sommersi al ritorno, e non li adduca
novamente ad errar sui verdi prati.
Ecco: un divino afflato le splendenti
forme trascorre, non appena s’anima
l’ora del Rito. Un amoroso fluido
palpita intorno. Un torrente di vita
scende da scaturigini di cielo,
e scroscia in corsa. Gli risponde un’eco
dal grembo della terra. I suoi tesori
offre, schiusa, la Notte: e su dai rivi,
l’oro sepolto luccica in barbagli.

7.

     Ma tu che al bivio già, quando ti caddi
smarritamente innanzi, a confortarmi,
una piú pura luce di Bellezza
indicando a’ miei sguardi, anche li apristi
ad ammirar tutto ch’è grande al mondo;
tu che, silente come i Numi, un giorno
m’insegnasti, ispirandomi, a cantarli
con piú gioioso canto, — ancor mi appari,
creatura divina? E mi saluti
siccome allora? E la tua voce, adesso,
toma a parlarmi di sublimi cose?
… Ma guarda ! Al tuo cospetto, io debbo in gemiti
sciogliermi e in pianto, se ricordo i giorni
belli che piú non sono: e ne arrossisce
l’anima, rammentando… A lungo, a lungo
t’ho ricercato, pei sentieri squallidi
della terra ramingo, o tutelare
spirito benedetto! Inutilmente.
Anni su anni inutilmente scorsero,
da quando intorno guardavam, presaghi,
splendere il lume delle sere belle.

8.

     In un nimbo di raggi ancor ti serba,
Spirto divino, l’intima tua luce.
Ed ami ancóra. Il paziente muto
essere dove sei, nuova t’infonde
capacità d’amare… E non stai sola.
Ché s’accompagnan anime fraterne
alla tua sorte là, dove tu posi
tra i cespi in fiore, risbocciando ogni anno:
e soavi ti cullano, in un canto
di ninnenanne tenere, spirando
intorno effluvii, l’aure che ti manda
l’Etere, il padre tuo, benignamente.
Oh, ti ravviso, sí! La stessa sempre
dal capo ai piedi ellenica fanciulla,
or librandosi in volo mi discende
tacita incontro. E come dalla pura
fronte serena agli uomini s’irradia,
benedicente, o Spirito d’amore,
una luce tranquilla, ecco, cosí
tu mi provi e mi dici, a che lo annunzi
la mia voce agli increduli pel mondo:
« Piú d’ogni affanno e piú d’ogni corruccio,
immortale è la Gioia. È un aureo giorno,
che giornalmente splende e si rinnova ».

9.

     Ed io per ciò, diletti Numi, voglio
rendervi grazie! Novamente sgorga
dal liberato petto dell’aedo
un canto di preghiera. E come quando
con Lei mi stetti sulla cima arrisa
tutta di raggi, ora cosí dall’intimo
tempio del cuore, ad animarmi, un Dio,
ecco, mi parla. Vivere m’è gioia!
Vivere voglio ! Già la terra vèrzica
d’erbe e di fronde. E come da divina
arpa che vibri, dalle argentee vette
d’Apollo, intorno, una voce mi chiama.
Dice: «Vieni! Fu sogno. Piú non grondano
l’ali tue sangue. Le speranze vivono,
risorte, una novella gioventú.
Restano ancóra innumeri Bellezze
da discoprire. E chi conobbe tanta
luce d’amore, va — forza è che vada! —
incontro ai Numi, per diritta via».

     E adesso voi, tempi che sacri al rito
foste d’amore, o eternamente giovani,
fateci scorta! Siateci vicini,
santi presagi ed estasi e preghiere,
e tutte voi, Divinità benigne,
cui dolce è l’indugiar presso gli amanti!
Fateci scorta, in sino a quando entrambi
non ci s’incontri per l’eterea landa,
dove i Beati attendono, raccolti,
di tornar fra i mortali; e dove incrociano
l’aquile e gli astri al padre Etere araldi;
e soggiornan le Muse; ed han dimora,
con gli Amanti, gli Eroi… Ché, se non ivi,
quaggiú c’incontreremo: in su di un’isola
rorida tutta di rugiade, dove
risbocceranno uniti i nostri spiriti,
per floridi giardini; dove echeggiano
canti veraci; e assai piú a lungo durano
le primavere belle; e un anno nuovo,
d’incanto, albeggerà pei nostri cuori.

Friedrich Hölderlin

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Liriche per Diotíma lontana”, in “La lirica di Hoelderlin”, Vol. I, Riduzione in versi italiani e Saggio biografico critico a cura di Vincenzo Errante, Sansoni, 1943

∗∗∗

Menons Klagen um Diotima

        1.

Täglich geh’ ich heraus, und such’ ein Anderes immer,
        Habe längst sie befragt alle die Pfade des Lands;
Droben die kühlenden Höhn, die Schatten alle besuch’ ich,
        Und die Quellen; hinauf irret der Geist und hinab,
Ruh’ erbittend; so flieht das getroffene Wild in die Wälder,
        Wo es um Mittag sonst sicher im Dunkel geruht;
Aber nimmer erquikt sein grünes Lager das Herz ihm,
        Jammernd und schlummerlos treibt es der Stachel umher.
Nicht die Wärme des Lichts, und nicht die Kühle der Nacht hilft,
        Und in Woogen des Stroms taucht es die Wunden umsonst.
Und wie ihm vergebens die Erd’ ihr fröhliches Heilkraut
        Reicht, und das gährende Blut keiner der Zephyre stillt,
So, ihr Lieben! auch mir, so will es scheinen, und niemand
        Kann von der Stirne mir nehmen den traurigen Traum?

          2.

Ja! es frommet auch nicht, ihr Todesgötter! wenn einmal
        Ihr ihn haltet, und fest habt den bezwungenen Mann,
Wenn ihr Bösen hinab in die schaurige Nacht ihn genommen,
        Dann zu suchen, zu flehn, oder zu zürnen mit euch,
Oder geduldig auch wohl im furchtsamen Banne zu wohnen,
        Und mit Lächeln von euch hören das nüchterne Lied.
Soll es seyn, so vergiß dein Heil, und schlummere klanglos!
        Aber doch quillt ein Laut hoffend im Busen dir auf,
Immer kannst du noch nicht, o meine Seele! noch kannst du’s
        Nicht gewohnen, und träumst mitten im eisernen Schlaf!
Festzeit hab’ ich nicht, doch möcht’ ich die Loke bekränzen;
        Bin ich allein denn nicht? aber ein Freundliches muß
Fernher nahe mir seyn, und lächeln muß ich und staunen,
        Wie so seelig doch auch mitten im Leide mir ist.

          3.

Licht der Liebe! scheinest du denn auch Todten, du goldnes!
        Bilder aus hellerer Zeit leuchtet ihr mir in die Nacht?
Liebliche Gärten seid, ihr abendröthlichen Berge,
        Seid willkommen und ihr, schweigende Pfade des Hains,
Zeugen himmlischen Glüks, und ihr, hochschauende Sterne,
        Die mir damals so oft seegnende Blike gegönnt!
Euch, ihr Liebenden auch, ihr schönen Kinder des Maitags,
        Stille Rosen und euch, Lilien, nenn’ ich noch oft!
Wohl gehn Frühlinge fort, ein Jahr verdränget das andre,
        Wechselnd und streitend, so tost droben vorüber die Zeit
Über sterblichem Haupt, doch nicht vor seeligen Augen,
        Und den Liebenden ist anderes Leben geschenkt.
Denn sie alle die Tag’ und Jahre der Sterne, sie waren
        Diotima! um uns innig und ewig vereint;

          4.

Aber wir, zufrieden gesellt, wie die liebenden Schwäne,
        Wenn sie ruhen am See, oder, auf Wellen gewiegt,
Niedersehn in die Wasser, wo silberne Wolken sich spiegeln,
Und ätherisches Blau unter den Schiffenden wallt,
So auf Erden wandelten wir. Und drohte der Nord auch,

        Er, der Liebenden Feind, klagenbereitend, und fiel
Von den Ästen das Laub, und flog im Winde der Reegen,

Ruhig lächelten wir, fühlten den eigenen Gott
        Unter trautem Gespräch; in Einem Seelengesange,
Ganz in Frieden mit uns kindlich und freudig allein.
        Aber das Haus ist öde mir nun, und sie haben mein Auge
Mir genommen, auch mich hab’ ich verloren mit ihr.
        Darum irr’ ich umher, und wohl, wie die Schatten, so muß ich
Leben, und sinnlos dünkt lange das Übrige mir.

          5.

Feiern möcht’ ich; aber wofür? und singen mit Andern,
        Aber so einsam fehlt jegliches Göttliche mir.
Diß ist’s, diß mein Gebrechen, ich weiß, es lähmet ein Fluch mir
        Darum die Sehnen, und wirft, wo ich beginne, mich hin,
Daß ich fühllos size den Tag, und stumm wie die Kinder,
        Nur vom Auge mir kalt öfters die Thräne noch schleicht,
Und die Pflanze des Felds, und der Vögel Singen mich trüb macht,
        Weil mit Freuden auch sie Boten des Himmlischen sind,
Aber mir in schaudernder Brust die beseelende Sonne,
        Kühl und fruchtlos mir dämmert, wie Stralen der Nacht,
Ach! und nichtig und leer, wie Gefängnißwände, der Himmel
        Eine beugende Last über dem Haupte mir hängt!

          6.

Sonst mir anders bekannt! o Jugend, und bringen Gebete
        Dich nicht wieder, dich nie? führet kein Pfad mich zurük?
Soll es werden auch mir, wie den Götterlosen, die vormals
        Glänzenden Auges doch auch saßen an seeligem Tisch’,
Aber übersättiget bald, die schwärmenden Gäste,
        Nun verstummet, und nun, unter der Lüfte Gesang,
Unter blühender Erd’ entschlafen sind, bis dereinst sie
        Eines Wunders Gewalt sie, die Versunkenen, zwingt,
Wiederzukehren, und neu auf grünendem Boden zu wandeln. –
        Heiliger Othem durchströmt göttlich die lichte Gestalt,
Wenn das Fest sich beseelt, und Fluthen der Liebe sich regen,
        Und vom Himmel getränkt, rauscht der lebendige Strom,
Wenn es drunten ertönt, und ihre Schäze die Nacht zollt,
        Und aus Bächen herauf glänzt das begrabene Gold. –

          7.

Aber o du, die schon am Scheidewege mir damals,
        Da ich versank vor dir, tröstend ein Schöneres wies,
Du, die Großes zu sehn, und froher die Götter zu singen,
        Schweigend, wie sie, mich einst stille begeisternd gelehrt;
Götterkind! erscheinest du mir, und grüßest, wie einst, mich,
        Redest wieder, wie einst, höhere Dinge mir zu?
Siehe! weinen vor dir, und klagen muß ich, wenn schon noch,
        Denkend edlerer Zeit, dessen die Seele sich schämt.
Denn so lange, so lang auf matten Pfaden der Erde
        Hab’ ich, deiner gewohnt, dich in der Irre gesucht,
Freudiger Schuzgeist! aber umsonst, und Jahre zerrannen,
        Seit wir ahnend um uns glänzen die Abende sahn.

          8.

        Dich nur, dich erhält dein Licht, o Heldinn! im Lichte,
Und dein Dulden erhält liebend, o Gütige, dich;
        Und nicht einmal bist du allein; Gespielen genug sind,
Wo du blühest und ruhst unter den Rosen des Jahrs;
        Und der Vater, er selbst, durch sanftumathmende Musen
Sendet die zärtlichen Wiegengesänge dir zu.
        Ja! noch ist sie es ganz! noch schwebt vom Haupte zur Sohle,
Stillherwandelnd, wie sonst, mir die Athenerinn vor.
        Und wie, freundlicher Geist! von heitersinnender Stirne
Seegnend und sicher dein Stral unter die Sterblichen fällt;
        So bezeugest du mir’s, und sagst mir’s, daß ich es andern
Wiedersage, denn auch Andere glauben es nicht,
        Daß unsterblicher doch, denn Sorg’ und Zürnen, die Freude
Und ein goldener Tag täglich am Ende noch ist.

          9.

So will ich, ihr Himmlischen! denn auch danken, und endlich
        Athmet aus leichter Brust wieder des Sängers Gebet.
Und wie, wenn ich mit ihr, auf sonniger Höhe mit ihr stand,
        Spricht belebend ein Gott innen vom Tempel mich an.
Leben will ich denn auch! schon grünt’s! wie von heiliger Leier
        Ruft es von silbernen Bergen Apollons voran!
Komm! es war wie ein Traum! Die blutenden Fittige sind ja
        Schon genesen, verjüngt leben die Hoffnungen all.
Großes zu finden, ist viel, ist viel noch übrig, und wer so

Liebte, gehet, er muß, gehet zu Göttern die Bahn.
        Und geleitet ihr uns, ihr Weihestunden! ihr ernsten,
Jugendlichen! o bleibt, heilige Ahnungen, ihr
        Fromme Bitten! und ihr Begeisterungen und all ihr
Guten Genien, die gerne bei Liebenden sind;
        Bleibt so lange mit uns, bis wir auf gemeinsamem Boden
Dort, wo die Seeligen all niederzukehren bereit,
        Dort, wo die Adler sind, die Gestirne, die Boten des Vaters,
Dort, wo die Musen, woher Helden und Liebende sind,
        Dort uns, oder auch hier, auf thauender Insel begegnen,
Wo die Unsrigen erst, blühend in Gärten gesellt,
        Wo die Gesänge wahr, und länger die Frühlinge schön sind,
Und von neuem ein Jahr unserer Seele beginnt.

Friedrich Hölderlin

da “Gedichte”, Stuttgart, J.G. Cotta, 1847