Mandorla – Paul Celan

 

Nella mandorla – cosa c’è nella mandorla?
Il Nulla.
C’è il Nulla nella mandorla.
Lì sta e ristà.

Nel Nulla – chi vi sta? Il Re.
Lì sta il Re, il Re.
Lì sta e ristà.

                  Ricciolo ebreo, tu grigio non diventi.

E il tuo occhio – dove sta il tuo occhio?
Il tuo occhio sta incontro alla mandorla.
Il tuo occhio, al Nulla sta incontro.
Sta per il Re.
Così sta e ristà.

                  Ricciolo d’uomo, tu grigio non diventi.
                  Vuota mandorla, blu regale.

Paul Celan

(Traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

da “La rosa di nessuno”, in “Paul Celan, Poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

∗∗∗

Mandorla

In der Mandel – was steht in der Mandel?
Das Nichts.
Es steht das Nichts in der Mandel.
Da steht es und steht.

Im Nichts – wer steht da? Der König.
Da steht der König, der König.
Da steht er und steht.

               Judenlocke, wirst nicht grau.

Und dein Aug – wohin steht dein Auge?
Dein Aug steht der Mandel entgegen.
Dein Aug, dem Nichts stehts entgegen.
Es steht zum König.
So steht es und steht.

                Menschenlocke, wirst nicht grau.
                Leere Mandel, königsblau.

Paul Celan

da “Die Niemandsrose”, S. Fischer Verlag, 1963

«Non ho che questi versi da intrecciarti» – Roberto Deidier

Luigi Ghirri, Modena, 1970, dalla serie “Kodachrome”

XIII

Non ho che questi versi da intrecciarti.
Stasera il fondo urbano s’è rappreso
In un murale senza proporzione
Come un secolo storto, come un fiore
Rimasto a galleggiare sull’oceano.
Da un palazzo si affaccia un volto enorme
Ma non può minacciarti ed è incompiuto.
La mezzanotte è soltanto un’illusione.
Mentre aspetto in questa casa sottile
Sono il guardiano che nascosto compie
L’ultima ronda e incauto già s’avverte
Oltre la porta di sentirti ancora
Diteggiare il morse d’una poesia.
Per te m’inventerei un alfabeto,
Ma arriva solo un suono di sirena.
M’accosto al legno scuro, nell’occhiello
Ti chiedo a voce bassa di tornare.

Roberto Deidier

da “Solstizio”, “Lo Specchio” Mondadori, 2014

Corona – Paul Celan

 

L’autunno mi bruca dalla mano la sua foglia: siamo amici.
Noi sgusciamo il tempo dalle noci e gli apprendiamo a camminare:
lui ritorna nel guscio.

Nello specchio è domenica,
nel sogno si dorme,
la bocca fa profezia.

Il mio occhio scende al sesso dell’amata:
noi ci guardiamo,
noi ci diciamo cose oscure,
noi ci amiamo come papavero e memoria,
noi dormiamo come vino nelle conchiglie,
come il mare nel raggio sanguigno della luna.

Noi stiamo allacciati alla finestra, dalla strada ci guardano:
è tempo che si sappia!
È tempo che la pietra accetti di fiorire,
che l’affanno abbia un cuore che batte.
È tempo che sia tempo.

È tempo.

Paul Celan

1948

(Traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

da “Paul Celan, Poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

È da questa poesia che Celan desume il binomio Mohn und Gedächtnis. Corona è una lirica d’amore, scritta nel 1948, probabilmente già a Parigi, che si differenzia da quelle scritte precedentemente, a Bucarest: ora infatti la relazione amorosa sembra volersi proclamare ufficialmente. Gli amanti si fanno alla finestra, si mostrano: perché «è tempo che si sappia». Con apparente paradosso essi si amano come Mohn und Gedächtnis, ossia come possono amarsi due contrari: l’oblio e la memoria. L’amore si perfeziona e si esalta nella difficile conciliazione degli opposti. Assumendolo come titolo dell’intera raccolta, Celan ne ha esteso enormemente l’alone simbolico. Dobbiamo supporre che con esso il poeta abbia voluto indicare l’opposizione in cui si trovava a vivere e sentire in quei primi anni del dopoguerra; e la speranza di poterla conciliare nel cerchio magico di una relazione, che a differenza di quelle attestate in quasi tutte le restanti poesie amorose della raccolta, in Corona si presenta tanto poco occasionale e precaria da voler essere riconosciuta ufficialmente e quindi farsi supporto di una condizione duratura. L’opposizione, quasi non occorre precisarlo, è quella tra l’inevitabile e del resto voluto ricordo delle tragiche esperienze attraversate in patria e la legittima aspirazione a non farsene sopraffare, a lasciarsi aperta la strada per una nuova esistenza.
Nel contesto di Corona il termine Mohn indica bensì, nella sua prima accezione, il rosso fiore di campo, ma l’accoppiamento con Gedächtnis lo carica in modo evidente del significato traslato, che del resto è anche letterariamente attestato («Oh Mohn der Dichtung…», invoca il poeta Ludwig Uhland) come oblio, dolce rimedio alla pressione dei ricordi o di una realtà opprimente. Ed esplicitamente il Mohn des Vergessens (alla lettera: “papavero del dimenticare”) è nominato in Die Ewigkeit. Traducendo con papavero si rimane fedeli alla lettera, ma si perde il traslato; inoltre la forma italiana ha una connotazione vistosa, popolaresca, si tratta insomma dell’allegro rosolaccio che ravviva i prati e i campi estivi. Siamo, in tutti i sensi, molto lontani dal tedesco Mohn, che non a caso conosce anche la forma Klatschmohn, per indicare specificamente il fiore in quello che ha di più sgargiante (Klatsch). (Giuseppe Bevilacqua)

∗∗∗

Corona

Aus der Hand frißt der Herbst mir sein Blatt: wir sind Freunde.
Wir schälen die Zeit aus den Nüssen und lehren sie gehn:
die Zeit kehrt zurück in die Schale.

Im Spiegel ist Sonntag,
im Traum wird geschlafen,
der Mund redet wahr.

Mein Aug steigt hinab zum Geschlecht der Geliebten:
wir sehen uns an,
wir sagen uns Dunkles,
wir lieben einander wie Mohn und Gedächtnis,
wir schlafen wie Wein in den Muscheln,
wie das Meer im Blutstrahl des Mondes.

Wir stehen umschlungen im Fenster, sie sehen uns zu von der Straße:
es ist Zeit, daß man weiß!
Es ist Zeit, daß der Stein sich zu blühen bequemt,
daß der Unrast ein Herz schlägt.
Es ist Zeit, daß es Zeit wird.

Es ist Zeit.

Paul Celan

da “Mohn und Gedächtnis”, Deutsche Verlags–Anstalt GmbH, Stuttgart, 1952

Notte – Giorgio Caproni

Brassaï, Paris de nuit

 

Una chitarra chi accorda in un bar
(in un bar nella nebbia) mentre illune
transita sulla terra ancora un tram
verso l’una di notte? Nel barlume
torbo di quel fanale che si sfa
col mio cuore fra i platani, ahi l’agrume
d’unghie che slentano e slargano là
nel raggelo gli accordi!… Dove il fiume
sciacqua e sullo sterrato che non sa
né di mare né d’erba alza il sentore
vuoto dell’acqua, perché in un tremore
lumescente di vetri la città
nelle tenebre un soffio sperde, e muore
tra i lenti accordi quel gelido tram?

Giorgio Caproni

1946.

da “Il «Terzo libro» e altre cose”, Einaudi, Torino, 1968

Incendio – Mark Strand

 

A volte scoppiava un incendio e io ci camminavo dentro
e ne uscivo illeso e continuavo per la mia strada,
e per me era soltanto un’altra cosa fatta e finita.
Quanto a estinguere l’incendio, lo lasciavo ad altri
che si gettavano nelle nubi di fumo con ramazze
e coperte per spegnere le fiamme. Una volta finito
facevano crocchio per parlare di quello che avevano visto –
la gran fortuna di aver testimoniato i lucori del calore,
l’effetto acquietante della cenere, ma anche più di aver conosciuto il profumo
della carta che brucia, il suono delle parole che respirano la loro fine.

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Uomo e cammello”, “Lo Specchio” Mondadori, 2007

∗∗∗

Fire

Sometimes there would be a fire and I would walk into it
and come out unharmed and continue on my way,
and for me it was just another thing to have done.
As for putting out the fire, I left that to others
who would rush into the billowing smoke with brooms
and blankets to smother the flames. When they were through
they would huddle together to talk of what they had seen –
how lucky they were to have witnessed the lusters of heat,
the hushing effect of ashes, but even more to have known the fragrance
of burning paper, the sound of words breathing their last.

Mark Strand

da “Man and Camel”, Alfred A. Knopf, 2006