«Il mio fanciullo ha le piume leggere.» – Sandro Penna

Foto di Édouard Boubat

 

Il mio fanciullo ha le piume leggere.
Ha la voce sì viva e gentile.
Ha negli occhi le mie primavere
perdute. In lui ricerco amor non vile.

Così ritorna il cuore alle sue piene.
Così l’amore insegna cose vere.
Perdonino gli dèi se non conviene
il sentenziare su piume leggere.

Sandro Penna

da “Poesie (1927-1938)”, in “Sandro Penna, Poesie”, Garzanti, 1989

Seduta sulla soglia… – Marcello Comitini

Foto di Monia Merlo

 

Seduta sulla soglia di un giorno bianco.
Nella mia mano il frutto aspro. Lo stringo
tra le dita. Lo mordo.
Il melograno
dalla scorza rossa e d’oro
non è come dicono.
Dalla luminosa ferita sgorga la tua anima.
Sento gocciare caldo il sangue sui miei seni
sulle ginocchia e sulle labbra.
Ne bevo il succo ne percepisco il sapore
con la lingua che saetta tra i miei denti.
Ora un lampo illumina la sera
anima e corpo stretta tra le tue braccia.
Un lampo
felicità di un sogno! Nient’altro
che l’illusione
dello specchio che mi dorme accanto.

Marcello Comitini

da “Donne sole”, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

AMAZON – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020
IL MIO LIBRO – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

Terza elegia – Jiří Orten

Jiří Orten

 

Sogno di un desiderio, ma avrò dimenticato
ben prima del risveglio: e un regno darei per la preda.
Cantato con dolore al nome che tutto contiene,
allontano il mio canto da questi luoghi di sole
a plaghe di non-tempo, dove il confronto scompare,
dove il nudo interiore strappa alla tenebra il mondo,
dove, ahimè, si fa piccolo tutto che ci dà nome,
e non si può rimare con la caduta l’abisso.

Sono piú che autunnali le chiome che accarezzo,
col sogno piú che triste, e sono un fiume di pianto,
piú che primaverile correva il petto tra filari
e tutto vibrava inseguendo la bellezza,
come mattine di neve di un giovane inverno
sono le spalle e l’erto dirupo dei fianchi,
estivo è il grembo, fertile giardino, che concimò
un Orgasmo pittore intento al suo ritratto.

Ma perché dal telaio di gioia ha strappato la tela
e distrutto il suo bianco e via gettati i colori
e dati al vento e vuole crearlo eternamente?
Perché con unguento di fuoco si spalma sul ventre dei mali?

Dormono nei letti le ragazze. Ah chi li ha preparati?
Chi ha fatto il centro del dolce cerchio nel loro pudore?
E a loro ha recato pianto amandole e mentendole?
Chi ha fatto, crudele ricordo, la parte del destino?
Chi l’ha strappate alla terra creando questo cratere,
che sarà un giorno colmato dal dolore?
Chi cosí tanto bramoso da esserne insaziato
le lasciava indurire e diventare un frutto?

Chi se non quello che dettava Rolla
all’angelo ebbro che lo spingeva alla taverna
e veleno gli dava giú per la bocca pura,
giú nei visceri arsi e il santo in lui martoriava?
Chi se non quello che sveglia in noi desiderio
di fiumi senza fine, del vino delle turbe,
che per quel che soffriamo ci sopporta un momento
e insieme a noi l’oltraggio ha incatenato alla terra?
Chi se non quello che amarono tanto
i poveri marcianti, quando alle soglie del sonno
il cielo si abbassava e si moveva il macigno?
Chi se non quello che crea mediante l’attesa?

Oh non c’è solitudine! Non c’è nemmeno l’amore!
Dormono le ragazze nei letti che mentiscono!
Lui entra, le fa grevi, le infiamma tremendamente
con la preghiera precipite e cieca,
discioglie ogni legame e tutto spalancherà,
e infuoca là dove vorresti bere
e l’anima saccheggia che poi non vuole piú niente,
se non scordare il sogno. Ed è questo il conforto…

C’era un traghettatore, al paese senza ponti,
traghettava i viandanti alla riva inaccessibile.
Aveva casa e barca, a cui diceva: io cresco
se le mie mani-remi immergo nella corrente.
Di lui cosa sapevano quelli che non tornavano!
Di sé cosa sapeva! Che fiume! Che corrente!
Solo che esiste e un attimo l’hanno scorto.
Soltanto che dovevano arrivare e andar via.

Sei arrivato anche tu. Ne passano migliaia.
Non domandare, lasciati traghettarti.
E paga la tariffa. E taci. E sopra l’acqua
non indagare la faccia del tuo remoto dolore.

Fra poco scenderai, la barca ritornerà.
E andrai in avanti, tradito, con ogni cosa alle spalle.
Qualcosa ti sta innanzi. È tardi per morire.
Pattuglie d’orizzonte dicono: viene il giorno.

Jiří Orten

2-3. 3. 1941.

(Traduzione di Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš)

da “La cosa chiamata poesia”, Einaudi, Torino, 1969

∗∗∗

Třetí elegie

Sen touhy zdá se mi. A vím, že zapomenu,
ještě než procitnu. Království za kořist.
Bolestně prozpíván k všeobsažnému jménu,
odnáším píseň svou z těchto slunečných míst
do krajin bezčasých, kde mizí přirovnání,
kde nahým nitrem svět je třeba ze tmy rvát,
kde, běda, zmenšuje se vše, čím zde jsme zváni,
kde nelze propasti již s pádem rýmovat.

Více než podzimní jsou vlasy, které hladím,
více než smutným snem, jak pláč, jak řeka jsou,
více než jarní hrud’ běžela stromořadím
a rozvlnila se úprkem za krásou,
tak jako za zimy mladinká sněžná rána
jsou tato ramena a prudký boků sráz,
letní je tento klín, zahrada požehnaná,
již hnojil malíř Křeč, když rval se o obraz.

Proč ale plátno sňal s podstavce radostného
a trhal jeho běl a barvy rozházel
a větru daroval a věčně tvořit chce ho?
Proč mastí pálící se vtírá v břicha zel?

Dívky spí na ložích. Ach, kdo jen rozesdal je?
Střed sladké kružnice kdo vbodl v jejich stud?
A pláč jim přinesl a miloval a lhal je?
Kdo krutou památkou si zahrál na osud?
Kdo zemi vyrval je a stvořil onen jícen,
jenž bude zasypán bolestí jedenkrát?
Kdo tolik hladověl, že, ještě nenasycen,
nechal je zpevněti a zovocnět a zrát?

Kdo, ne-li ten, co nadiktoval Rollu
zpitému andělu, co štval ho do krčem
a jed mu proléval Čistými ústy dolů,
do útrob spálených, a mučil světce v něm,
kdo, nc-li ten, jenž budí touhu naši
po řece bez konce, po vině zástupů,
jenž tím, ze trpíme, nás na okamžik snáší
a s námi připoutal k zemi i potupu,
kdo, ne-li ten, jejž tolik milovali
ubozí pěšáci, když večer před spaním
nebe se nížilo a hýbaly se skály,
kdo, ne-li ten, jenž tvoří čekáním!

Ó, není samoty! A ani lásky není!
Dívky spí na ložích a jejich lože lžou!
On vstoupí, ztěžkne je, strašně je rozplamení
jakousi propastnou a slepou modlitbou,
rozváže řeménky a všechno pozotvírá,
tam, kde bys dychtil pít, palčivost zanechá
a duši vyplení, až nechce nic už, sirá,
než zapomenout sen. A to je útěcha…

Byl jeden převozník. V kraji, kde není mostů,
převážel pocestné na nedostupný břeh.
Měl dům a pevnou lod’. Říkal jí: pohled’, roštu,
když ruce ponořím do proudu ne veslech.
Co o něm věděli ti, co se nevraceli!
Co o nich věděl on! Co řeka! A co proud!
Jen to, že prostě je, že na chvíli ho zřeli.
Jen to, že musili přijít a odplynout.

Přišel jsi také ty. Tisíce tudy minou.
Po ničem neptej se a dej se převézti.
A zaplat’ poplatek. A mlč. A nad hladinou
nehledej pravou tvář své dávné bolesti.
Už brzo vystoupíš a lod’ se zase vrátí.
A půjdeš kupředu, vším vzadu podveden.
Cosi je před tebou. Je pozdě umírati.
Rozvědky obzoru říkají, že jde den.

Jiří Orten

da “Deníky Jiřího Ortena”, Československý spisovatel, Praha, 1958

C’è in me dunque… – Jiří Orten

Jiří Orten

 

C’è in me dunque (oggi, oggi, oggi, e forse ancora domani…! ) una pietà dell’irreparabilmente perduto, pietà dell’irreparabilmente irrecuperabile, di ciò che insegue nel puro sguardo. Si tratta di cose assolutamente piccole o assolutamente grandi e posso giustamente cosí bene sentire un amore immenso per un giornale già letto, per un giornale buttato via, che mai piú nessuno leggerà, come per la pioggia, che in questa forma non cadrà mai piú, o come per l’eternità che è tanto, tanto eterna!

Jiří Orten

15.8.1939.

(Traduzione di Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš)

da “La cosa chiamata poesia”, Einaudi, Torino, 1969

∗∗∗

U mné je to tedy (dnes, dnes, dnes, možná ještě zítra… !) soucit k neodvolatelně ztracenému, soucit k neodvolatelně nenavratitelnému, oč usiluji v čistém pohledu. Jde o věci zcela malé nebo zcela velké a mohu právě tak dobře cítit nesmírnou lásku k přečteným novinám, novinám odhozeným, jež už nikdy nikdo nebude čísti, jako k dešti, který v této podobě už nikdy nespadne, nebo jako k věcnosti, že je tolik, tolik věčná!

Jiří Orten

da “Deníky Jiřího Ortena”, Československý spisovatel, Praha, 1958

Migranti – Derek Walcott

Foto di Sebastião Salgado

 

L’onda della marea dei rifugiati, non un semplice passo di oche
selvatiche, gli occhi di carbone nei vagoni merci, le facce
smunte, e in particolare lo sguardo fisso dei bambini
emaciati, gli enormi fardelli che traversano i ponti, gli assali
che cricchiano con un suono di giunture e di ossa, la macchia scura
che passa le frontiere sulle carte geografiche e ne dissolve le forme,
come succede ai corpi dei morti dentro le fosse di calce, o come
fa il pacciame luccicante che si disfa sotto i piedi in autunno
nel fango, mentre il fumo di un cipresso segnala Sachenhausen,
e quelli che non stanno sopra un treno, che non hanno muli o cavalli,
quelli che hanno messo la sedia a dondolo e la macchina per cucire
sul carretto a mano perché da tempo le bestie hanno lasciato
i loro campi al galoppo per tornare alla mitologia del perdono,
alle campane di pietra sui ciottoli della domenica e al cono
della guglia del campanile aranciato che buca le nubi sopra i tigli,
quelli che appoggiano la mano stanca sulla sponda del carro
come sul fianco del mulo, le donne con la faccia di selce
e gli zigomi di vetro, con gli occhi velati di ghiaccio che hanno
il colore degli stagni dove posano le anitre, e per le quali
c’è un solo cielo e una sola stagione nel corso di un anno
ed è quando il corvo come un ombrello rotto sbatte le ali,
si sono tutti ridotti alla comune e incredibile lingua
della memoria, e questa gente che non ha una casa e nemmeno
una provincia parla delle fonti limpide e parla delle mele,
e del suono del latte in estate dentro le zangole piene,
e tu da dove vieni, da quale regione, io conosco
quel lago e anche le locande, la birra che si beve,
e quelle sono le montagne dove riponevo la mia fede,
ma adesso sulla carta, che è simile a un mostro, altro non si vede
che una rotta che ci porta verso il Nulla, anche se sul retro
c’è la veduta di un posto che si chiama la Valle del Perdono,
dove il solo governo è quello dell’albero dei pomi e le forze
schierate dell’esercito sono gli striscioni di orzo
all’interno di umili tenute, e questa è la visione
che a poco a poco si restringe dentro le pupille
di chi muore e di chi si abbandona in un fosso,
rigido e con la fronte che diventa fredda come le pietre
che ci hanno bucato le scarpe e grigia come le nuvole
che quando il sole si leva, si trasformano subito in cenere
sopra i pioppi e sopra le palme, nell’ingannevole aurora
di questo nuovo secolo che è il vostro.

Derek Walcott

St. Lucia, Caraibi, 16 giugno 2000

(Traduzione di Luigi Sampietro)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXIX, Ottobre 2016, N. 319, Crocetti Editore

∗∗∗

Prodigal, 3° excerpt

 II
to Luigi Sampietro

The tidal motion of refugees, not the flight of wild geese,
the faces in freight cars, haggard and coal-eyed,
particularly the peaked stare of children,
the huge bundles crossing bridges, axles creaking
as if joints and bones were audible, the dark stain
spreading on maps whose shapes dissolve their frontiers
the way that corpses melt in a lime-pit or
the bright mulch of autumn is trampled into mud,
and the smoke of a cypress signals Sachsenhausen,
those without trains, without mules or horses,
those who have the rocking chair and the sewing machine
heaped on a human cart, a wagon without horses
for horses have long since galloped out of their field
back to the mythology of mercy, back to the cone
of the orange steeple piercing clouds over the lindens
and the stone bells of Sunday over the cobbles,
those who rest their hands on the sides of the carts
as if they were the flanks of mules, and the women
with flint faces, with glazed cheekbones, with eyes
the color of duck-ponds glazed over with ice,
for whom the year has only one season, one sky:
that of the rooks flapping like torn umbrellas,
all have been reduced into a common language,
the homeless, the province-less, to the incredible memory
of apples and clean streams, and the sound of milk
filling the summer churns, where are you from,
what was your district, I know that lake, I know the beer,
and its inns, I believed in its mountains,
now there is a monstrous map that is called Nowhere
and that is where we’re all headed, behind it
there is a view called the Province of Mercy,
where the only government is that of the apples
and the only army the wide banners of barley
and its farms are simple, and that is the vision
that narrows in the irises and the dying
and the tired whom we leave in ditches
before they stiffen and their brows go cold
as the stones that have broken our shoes,
as the clouds that grow ashen so quickly after dawn
over palm and poplar, in the deceitful sunrise
of this, your new century.

Derek Walcott

da “The Prodigal”, Farrar, Straus and Giroux, 2004