Il male d’Africa – Vittorio Sereni

Foto di Alex Pardi

a Giansiro che va in Algeria (1958)

Una motocicletta solitaria.
Nei tunnel, lungo i tristi
cavalcavia di Milano
un’anima attardata. Mah!
È passata, e ora fa la sua strada
e un’eco a noi appena ne ritorna,
col borbottío della pentola familiare
nei tempi che si vanno quietando.
Diversa da Orano cantava
la corsa del treno sul finire della guerra
e che bel sole sul viaggio e a sciami
bimbetti, moretti sempre piú neri
di stazione in stazione
già con tutta alle spalle l’Algeria.
Pensa – dicevo – la guerra è sul finire
e ponente ponente mezzogiorno
guarda che giro per rimandarci a casa.
E dei bimbi moretti sempre piú neri
di stazione in stazione
give me bonbon good American please
la litania implorante. Rimbombava
la eco tra viadotti e ponti lungo
un febbraio di fiori intempestivi
ritornava a un sussulto di marmitte
che al sole fumavano allegre
e a quel febbrile poi sempre piú fioco
ritmo di ramadan
che giorni e giorni ci durò negli orecchi
ci fermammo e fu,
calcinata nel verbo
sperare nel verbo desiderare,
Casablanca.
                       E poi?
Ho visto uomini stravolti
nelle membra – o bidonville! –
barracani gonfiarsi all’uragano
altri petali accendersi – ‘sono astri
perenni’, ‘no, sono fiori caduchi’, discorsi
di cattività –
farsi di estiva cenere,
e quando piú non si aspettava quasi
fummo sul flutto sonoro
diretti a una vacanza
di volti di là dal mare, da una
nereggiante distanza, in famiglia
coi gabbiani che fidenti
si abbandonavano all’onda.
Ma caduta ogni brezza, navigando
oltre Marocco all’isola dei Sardi
una febbre fu in me:
non piú quel folle
ritmo di ramadan
                                  ma un’ansia
una fretta d’arrivare
quanto piú nella sera
d’acque stagnanti e basse
l’onda s’ottenebrava
rotta da luci fiacche – e
                                            Gibilterra! un latrato,
il muso erto d’Europa, della cagna
che accucciata lí sta sulle zampe davanti:
Tardi, troppo tardi alla festa
– scherniva la turpe gola –
troppo tardi! e altro di piú confuso
sul male appreso verbo
della bianca Casablanca.

Questa ciarla non so se di rincorsa o fuga
vecchia di dieci o piú anni
di un viaggio tra tanti… – s’inquietano i tuoi occhi –
e nessuna notizia d’Algeria.
No, nessuna – rispondo. O appena qualche groppo
convulso di ricordo: un giorno mai finito, sempre
al tramonto – e sbrindellato, scalzo
in groppa a un ciuco, ma col casco
d’Africa ancora in capo
un prigioniero come me
presto fuori di vista di dietro la collina.
Quanto restava dell’impero…
                                                       e il piffero
ramingo tra le tende a colmare la noia
e, non appena zitto, quel vuoto di radura
dove il fuoco passò e gli zingari…
Trafitture del mondo che uno porta su sé
e di cui fa racconto a Milano
tra i vetri azzurri a Natale di un inverno di sole
mentre – Symphonie nelle case, Symphonie
d’amour per le nebbiose strade – la nuova
gioventú s’industria a rianimare il ballo.

Siamo noi, vuoi capirlo, la nuova
gioventú – quasi mi gridi in faccia – in credito
sull’anagrafe di almeno dieci anni…

Portami tu notizie d’Algeria –
quasi grido a mia volta – di quanto
passò di noi fuori dal reticolato,
dimmi che non furono soltanto
fantasmi espressi dall’afa,
di noi sempre in ritardo sulla guerra
ma sempre nei dintorni
di una vera nostra guerra… se quanto
proliferò la nostra febbre d’allora
è solo eccidio tortura reclusione
o popolo che santamente uccide.

Questo avevo da dire
questo groppo da sciogliere
nell’ultimo sussulto di gioventú
questo rospo da sputare,
ma a te fortuna e buon viaggio
borbotta borbotta la pentola familiare.

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965

«Protetti sono gli amanti» – Nelly Sachs

Foto di Izis Bidermanas

 

Protetti sono gli amanti
sotto il cielo murato.
Un elemento misterioso gli dà il fiato
e fanno vivere le pietre
e tutto ciò che cresce
trova ormai una patria solo in loro.

Protetti sono gli amanti
e solo per loro gli usignoli continuano a cantare
e non sono morti nella sordità
e le quiete leggende del bosco, i caprioli,
soffrono per loro in mansuetudine –

Protetti sono gli amanti,
vedono il dolore nascosto del tramonto
sanguinare sul ramo di un salice –
e di notte si esercitano sorridendo alla morte,
la quieta morte,
con ogni fonte che stilla in nostalgia.

Nelly Sachs

(Traduzione di Ida Porena)

da “Le stelle si oscurano”, in “Al di là della polvere”, Einaudi, Torino, 1966

∗∗∗

«Geschirmt sind die Liebenden»

Geschirmt sind die Liebenden
unter dem zugemauerten Himmel.
Ein geheimes Element schafft ihnen Atem
und sie tragen die Steine in die Segnung
und alles was wächst
hat nur noch eine Heimat bei ihnen.

Geschirmt sind die Liebenden
und nur für sie schlagen noch die Nachtigallen
und sind nicht ausgestorben in der Taubheit
und des Waldes leise Legenden, die Rehe,
leiden in Sanftmut für sie.

Geschirmt sind die Liebenden
sie finden den versteckten Schmerz der Abendsonne
auf einem Weidenzweig blutend –
und üben in den Nächten lächelnd das Sterben,
den leisen Tod
mit allen Quellen, die in Sehnsucht rinnen.

Nelly Sachs

da “Sternverdunkelung: Gedichte”, Frankfurt am Main: Suhrkamp, 1949

Sottovoce – Alfonso Gatto

Foto di Luigi Ghirri

 

Una sera di nuvole, di freddo
e di luce che spiega ad altro il senso
della mia vita, questo vago accordo
di memorie in sordina, sottovoce
di me, di te, poveramente assorti.

Si resta a volte soli nella veglia
di un racconto sospeso, allora soli,
ignoti l’uno all’altro, ed ora uniti
dal ricordo che un nulla ci divise.

Il rammarico punge, se mi dici:
«bastava che quel giorno…», ti sorrido
con la mesta sfiducia di sapere
che mai giunsi per tempo, che geloso
di te, del tuo passato, almeno vedo
il tuo sguardo d’amore al primo incontro.

Ma forse è giusto credere che allora
tu m’avresti perduto:
come un ragazzo che si lascia indietro
nella paura d’essere felice.

Alfonso Gatto

da “Poesie d’amore”, Seconda parte, 1960-1972, Mondadori, Milano, 1973

Quel che forse è da tacere – Jiří Orten

 

Oggi nessuno sa, nessuna fidanzata,
del sole ai bordi del bosco.
Pure fu questa un’estate, estate senza città,

E quando tutta seria camminate per la via
quasi vi contemplaste pallida dentro uno specchio,
almeno sussurrando vi vorrei dire

quel che forse è da tacere,
quel che è già senza calore.

Ah prendere per le briglie tutti i tristi ronzini,
loro evocando un sogno di foraggi
e potergli rispondere quando ti domanda

il ronzino piú smorto, insomma che cos’è
dormire un sonno d’inverno e dopo che cosa verrà –,
che una vana speranza soltanto c’è.

Perché anche la lucertola di cui mi ricordo
vorrebbe in sogno essere un cavallo.

Jiří Orten

14.1.1940.

(Traduzione di Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš)

da “La cosa chiamata poesia”, Einaudi, Torino, 1969

∗∗∗

Snad se to neříká

Nikdo dnes neví, žádná nevěsta,
o slunci na kraji lesíka.
To bylo přece léto, léto bez města.

A když vy kráčíte tak vážně po ulici
jak viděla byste se bledá v zrcadle,
chtěl bych vám aspoň šeptem říci,

co se snad neříká,
co je už vychladlé.

Ach, vzíti všechny smutné herky za opratě,
sen přivolat jim o senu
a mocí odpovědět když se ptá tě

ta nejrnrtvéjší, co to vlastně je,
spát zimním spánkem a co přijde po něm –,
že je to jenom marná naděje.

Vždyť ještě ještěrka, na niž si vzpomenu,
chce ve snu býti koněm.

Jiří Orten

da “Deníky Jiřího Ortena”, Československý spisovatel, Praha, 1958

Ricordo di fanciulla morta – Alessandro Parronchi

Foto di Anka Zhuravleva

 

Brevemente, come fu breve il tempo
che ci trovammo vicini, e bastò
a darci annuncio di qualcosa
non destinato a perire,

io ti parli in questo giorno che le luci
fanno spazio e deserto
sul mondo e non rimane del passato
che un fiore da cogliere, solo.

C’era un segreto per noi da non dire
e divampò la sera (prossima alla tua morte!)
che tra gente fastidiosa e bisbigli
tutto fu luce e deserto improvviso

per la tua apparizione,
un segreto che rimandare è dolce
perché la vita rode
intorno i minuti e non si sa

come poterla interamente vivere
finché da questa sponda non si sbocca
a un’altra, quale sia,
fuori da un mondo dove tutto ha fine.

Eri la prima creatura nuova,
però ti suggeriscono trapassi
di luce senza posa in questo giorno
che al cielo sale a fondersi la terra.

Alessandro Parronchi

da “L’incertezza amorosa (1950-1951)”, in “Coraggio di vivere”, Garzanti, 1961