«Ricevo da te questa tazza» – Valerio Magrelli

E la crepa nella tazza apre
un sentiero alla terra dei morti
                                        W. H. Auden
… come quando una crepa
attraversa una tazza
                                  R. M. Rilke

Ricevo da te questa tazza
rossa per bere ai miei giorni
uno ad uno
nelle mattine pallide, le perle
della lunga collana della sete.
E se cadrà rompendosi, distrutto,
io, dalla compassione,
penserò a ripararla,
per proseguire i baci ininterrotti.
E ogni volta che il manico
o l’orlo si incrineranno
tornerò a incollarli
finché il mio amore non avrà compiuto
l’opera dura e lenta del mosaico.

Scende lungo il declivio
candido della tazza
lungo l’interno concavo
e luccicante, simile alla folgore,
la crepa,
nera, fissa,
segno di un temporale
che continua a tuonare
sopra il paesaggio sonoro,
di smalto.

Valerio Magrelli

da “Clecsografie”, in “Valerio Magrelli, Nature e venature”, Mondadori, 1987

Pomeriggio – Dinos Christianòpulos

Foto di Bruce Weber

 

È stato bello quel pomeriggio, quella discussione interminabile sul marciapiede.
Gli uccelli gorgheggiavano, gli uomini passavano, le macchine correvano.
Alla finestra di fronte la radio mandava rembètika
e la figlia del vicino cantava la sua pena.
L’acacia perdeva foglie e il gelsomino odorava
e nella Trincea i bambini giocavano a nascondino
e le bambine saltavano la corda –
giocavano nella Trincea e non sapevano nulla della morte
giocavano nella Trincea e non sapevano nulla del rimorso,
e io quel pomeriggio ho amato molto gli uomini,
non so perché, li ho amati molto, come un moribondo.

Dinos Christianòpulos

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

(da Poesie 1949-1964, 1967)

da “Antologia della poesia greca contemporanea”, Crocetti Editore, 2004

∗∗∗

Ἀπόγευμα

Ἦταν ὡραῖο ἐϰεῖνο τό ἀπόγευμα μέ τήν ἀτέλειωτη συζήτηση στό πεζοδρόμιο.
Τά πουλιά ϰελαηδοῦσαν, οἱ ἄνθρωποι πέρναγαν, τ’ αὐτοϰίνητα τρέχανε.
Στό ἀπέναντι παράθυρο τό ράδιο ἔπαιζε ρεμπέτιϰα
ϰαί τό ϰορίτσι τοῦ διπλανοῦ μας τραγούδαγε τό ντέρτι του.
Φυλλορροοῦσε ἡ ἀϰαϰία ϰι εὐώδιαζε τό γιασεμί
ϰαί μές στήν Τάπια τά παιδιά παῖζαν ϰρυφτούλι
ϰαί τά ϰορίτσια γύρναγαν σϰοινί –
παῖζαν στήν Τάπια ϰαί δέν ξέραν ἀπό θάνατο, 
παῖζαν στήν Τάπια ϰαί δέν ξέραν ἀπό τύψη,
ϰι ἐγώ τούς ἀγάπησα πολύ τούς ἀνθρώπους ἐϰεῖνο τό ἀπόγευμα,
δέν ξέρω γιατί, πολύ τούς ἀγάπησα, σάν ἕνας μελλοθάνατος.

Ντῖνος Χριστιανόπουλος

da “Ποι ήματα 1949-1964”, 1967

«Non ho camminato nei tuoi sogni» – Boris Ryžhy

 

Non ho camminato nei tuoi sogni,
né mi sono mostrato in mezzo alla folla,
non sono apparso nel cortile
dove pioveva o meglio cominciava
a piovere (questo verso
lo cancello e non lo sostituirò),
era allettante credere, come uno stupido,
che ti avrei incontrato presto,
eri tu che mi apparivi in sogno
(e mi prendeva una dolce tenerezza),
mi sistemavi i capelli sulle tempie.
Quell’autunno perfino le poesie
in parte mi riuscivano bene
(però mancava sempre un verso o una rima
per essere felice).

Boris Ryžhy

(Traduzione di Valeria Ferraro)

da “La nuovissima poesia russa”, Einaudi, Torino, 2005

Didascalia – Giorgio Caproni

 

Fu in una casa rossa:
la Casa Cantoniera.
Mi ci trovai una sera
di tenebra, e pareva scossa
la mente da un transitare
continuo, come il mare.
Sentivo foglie secche,
nel buio, scricchiolare.
Attraversando le stecche
delle persiane, del mare
avevano la luminescenza
scheletri di luci, rare.
Erano lampi erranti
d’ammotorati viandanti.
Frusciavano in me l’idea
che fosse il passaggio d’Enea.

Giorgio Caproni

1954.

da “Il passaggio d’Enea”, in “Il «Terzo libro» e altre cose”, Einaudi, Torino, 1968

Ombre – Henrik Nordbrandt

Henri Cartier-Bresson, Man’s Shadow, Girl Leaning, Mexico, 1964

 

Tanto ho pensato a te
e ho scritto tanto di te
senza proprio sapere chi tu fossi.
In tante e tante camere ho dormito
senza averti al mio fianco
e tante son le case
nelle quali ho abitato, senza di te.
Tante son le città in cui non ti ho incontrato.

Tante sono le cose che ho esaurito
o smarrito per via verso di te,
e tante possibilità ho sprecato,
tante vite che la tua presenza qui e ora
mi fa sentire perdute
che ormai ti posso vedere solo
come la luce primaverile che talvolta
sfiora la tua gota o accende l’ardore dei tuoi occhi

lasciando le ombre ancora piú fredde e piú profonde.

Henrik Nordbrandt

(Traduzione di Maria Giacobbe)

da “Poesia moderna danese”, Edizioni di Comunità, 1971

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Skygger

Jeg har tænkt så meget på dig
og skrevet så meget om dig
uden at vide præcis hvem du var.
Jeg har sovet i så mange værelser
uden at have dig ved min side
og der er så mange huse, jeg er flyttet ind i
og ud af igen, uden dig.
Der er så mange byer, jeg er gået fejl af dig i.

Der er så mange ting jeg har opbrugt
eller tabt på min vej til dig,
og så mange muligheder jeg har forspildt,
så mange liv, dit nærvær, her og nu,
får mig til at føle, jeg har mistet,
at jeg omsider ikke kan se dig som andet
end forårslyset der nu og da strejfer din kind
eller får gløden i dine øjne til at flamme 

efterladende skyggerne dobbelt dybe og kolde.

Henrik Nordbrandt

da “Ode til blæksprutten og andre kærlighedsdigte”, Copenhagen, Gyldendal, 1975