Cosmoagonia – Piero Bigongiari

Piero Bigongiari

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Ecco le lievi aure
che ridanno colore alla natura
ed i sommessi brividi dal cielo,
i voli repentini che dal cupo
blu radono le gronde, e fronde accendersi
di luce molle, sintomo di fiori,
che per le tue crepe, natura,
han desiderio d’essere guardati.
E il profondo sommosso,
non ha radici la vita
ma gracile arriva, s’apprende a un’immagine
cede al primo vento della prima primavera
fitta la pioggia impuntura la luce sul fiume
ma acque e venti e sole sono un impasto di tenebre
che s’accende solo nei tuoi occhi
a tentoni nel cielo cavo
la rondine spezza l’ultimo tratto dell’infinito
lo sbocconcella come il pane
di cui cadono briciole sugli embrici
nel ribrezzo d’un nido che non s’è solidificato
giace l’amore e gli angoli delle case
nei profondi marosi del tempo
odono giunchiglie e violette
nascere al di là dei loro tagli d’ombra
nelle rughe assolate una tromba
suona il motivo del Giudizio
per bocca di un bambino
ed io cammino cammino
tra mura che svoltano svoltano…

Piero Bigongiari

da “Le mura di Pistoia”, “Lo Specchio” Mondadori, 1958

Candele – Costantino Kavafis

Foto di Hengki Koentijoro

 

Stanno i giorni futuri innanzi a noi
come una fila di candele accese −
dorate, calde, e vivide.

Restano indietro i giorni del passato,
penosa riga di candele spente:
le piú vicine dànno fumo ancora,
fredde, disfatte, e storte.

Non le voglio vedere: m’accora il loro aspetto,
la memoria m’accora del loro antico lume.
E guardo avanti le candele accese.

Non mi voglio voltare, ch’io non scorga, in un brivido,
come s’allunga presto la tenebrosa riga,
come crescono presto le mie candele spente.

Costantino Kavafis

(Traduzione di Filippo Maria Pontani)

 da “Poesie”, “Lo Specchio” Mondadori, 1961

∗∗∗

Κεριά

Του μέλλοντος η μέρες στέκοντ’ εμπροστά μας
σα μια σειρά κεράκια αναμένα —
χρυσά, ζεστά, και ζωηρά κεράκια.

Η περασμένες μέρες πίσω μένουν,
μια θλιβερή γραμμή κεριών σβυσμένων·
τα πιο κοντά βγάζουν καπνόν ακόμη,
κρύα κεριά, λυωμένα, και κυρτά.

Δεν θέλω να τα βλέπω· με λυπεί η μορφή των,
και με λυπεί το πρώτο φως των να θυμούμαι.
Εμπρός κυττάζω τ’ αναμένα μου κεριά.

Δεν θέλω να γυρίσω να μη διω και φρίξω
τι γρήγορα που η σκοτεινή γραμμή μακραίνει,
τι γρήγορα που τα σβυστά κεριά πληθαίνουν.

Κωνσταντίνος Καβάφης

da “Από τα Ποιήματα 1897-1933”, Ίκαρος, 1984

Il vecchio professore – Wisława Szymborska

Wisława Szymborska

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Gli ho chiesto di quei tempi,
quando ancora eravamo così giovani,
ingenui, impetuosi, sciocchi, sprovveduti.

È rimasto qualcosa, tranne la giovinezza
– mi ha risposto.

Gli ho chiesto se sa ancora di sicuro
cosa è bene e male per il genere umano.

È la più mortifera di tutte le illusioni
– mi ha risposto.

Gli ho chiesto del futuro,
se ancora lo vede luminoso.

Ho letto troppi libri di storia
– mi ha risposto.

Gli ho chiesto della foto,
quella in cornice sulla scrivania.

Erano, sono stati. Fratello, cugino, cognata,
moglie, figlioletta sulle sue ginocchia,
gatto in braccio alla figlioletta,
e il ciliegio in fiore, e sopra quel ciliegio
un uccello non identificato in volo
– mi ha risposto.

Gli ho chiesto se gli capita di essere felice.

Lavoro
– mi ha risposto.

Gli ho chiesto degli amici, se ne ha ancora.

Alcuni miei ex assistenti,
che ormai hanno anche loro ex assistenti,
la signora Ludmilla, che governa la casa,
qualcuno molto intimo, ma all’estero,
due signore della biblioteca, entrambe sorridenti,
il piccolo Jav che abita di fronte a Marco Aurelio
– mi ha risposto.

Gli ho chiesto della salute e del suo morale.

Mi vietano caffè, vodka e sigarette,
di portare oggetti e ricordi pesanti.
Devo far finta di non aver sentito
– mi ha risposto.

Gli ho chiesto del giardino e della sua panchina.

Quando la sera è tersa, osservo il cielo.
Non finisco mai di stupirmi,
tanti punti di vista ci sono lassù
– mi ha risposto.

Wisława Szymborska

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Due punti” (2005), Libri Scheiwiller, 2010

∗∗∗

Stary profesor

Spytałam go o tamte czasy,
kiedy byliśmy jeszcze tacy młodzi,
naiwni, zapalczywi, głupi, niegotowi.

Trochę z tego zostało, z wyjątkiem młodości
– odpowiedział.

Spytałam go, czy nadal wie na pewno,
co dla ludzkości dobre a co złe.

Najbardziej śmiercionośne złudzenie z możliwych
– odpowiedział.

Spytałam go o przyszłość,
czy ciągle jasno ją widzi.

Zbyt wiele przeczytałem książek historycznych
– odpowiedział.

Spytałam go o zdjęcie,
to w ramkach, na biurku.

Byli, minęli. Brat, kuzyn, bratowa,
żona, córeczka na kolanach żony,
kot na rękach córeczki,
i kwitnąca czereśnia, a nad tą czereśnią
niezidentyfikowany ptaszek latający
– odpowiedział.

Spytałam go, czy bywa czasami szczęśliwy.

Pracuję
– odpowiedział.

Spytałam o przyjaciół, czy jeszcze ich ma.

Kilkoro moich byłych asystentów,
którzy także już mają byłych asystentów,
pani Ludmiła, która rządzi w domu,
ktoś bardzo bliski, ale za granicą,
dwie panie z biblioteki, obie uśmiechnięte,
mały Grześ z naprzeciwka i Marek Aureliusz
– odpowiedział.

Spytałam go o zdrowie i samopoczucie.

Zakazują mi kawy, wódki, papierosów,
noszenia ciężkich wspomnień i przedmiotów.
Muszę udawać, że tego nie słyszę
– odpowiedział.

Spytałam o ogródek i ławkę w ogródku.

Kiedy wieczór pogodny, obserwuję niebo.
Nie mogę się nadziwić,
ile tam punktów widzenia
– odpowiedział.

Wisława Szymborska

da “Dwukropek ”, Wydawnictwo a5, 2005

Solo vera è l’estate… – Vittorio Sereni

Félix Vallotton

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Solo vera è l’estate e questa sua
luce che vi livella.
E ciascuno si trovi il sempreverde
albero, il cono d’ombra,
la lustrale acqua beata
e il ragnatelo tessuto di noia
sugli stagni malvagi
resti un sudario d’iridi. Laggiù
è la siepe labile, un alone
di rossa polvere,
ma sepolcrale il canto d’una torma
tedesca alla forza perduta.

Ora ogni fronda è muta
compatto il guscio d’oblio
perfetto il cerchio.

Vittorio Sereni

Saint-Cloud, agosto 1944

da “Diario d’Algeria”, Einaudi, Torino, 1998

Crepuscolo – Ghiannis Ritsos

 

Conosci quell’istante del crepuscolo estivo
dentro la stanza chiusa; un tenue riflesso rosa
obliquo sull’assito del soffitto; e la poesia
incompiuta sul tavolo – due versi in tutto,
promessa inadempiuta di un meraviglioso viaggio,
d’una certa libertà, d’una certa autosufficienza,
d’una certa (relativa, beninteso) immortalità.

Fuori, per strada, di già l’invocazione della notte,
le ombre leggere di dèi, uomini, biciclette,
quando si svuotano i cantieri, e i giovani operai
coi loro attrezzi, coi floridi capelli fradici,
con qualche spruzzo di calce sugli abiti consunti,
svaniscono nell’apoteosi dei vapori vespertini.

Otto colpi decisivi del pendolo, in cima alla scala,
per tutta la lunghezza del corridoio – colpi inesorabili
d’un martello imperioso, nascosto dietro il cristallo
ombrato; e simultaneamente il rumore secolare
di quelle chiavi che non è mai riuscito a stabilire
con precisione se aprano o chiudano.

Ghiannis Ritsos

(Traduzione di Nicola Crocetti)

(da 12 poesie per Kavafis, 1963)

da “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

∗∗∗

Λυκόφωτος

Την ξέρεις κείνη τη στιγμή του θερινού λυκόφωτος
μες στο κλειστό δωμάτιο· μια ελάχιστη ρόδινη ανταύγεια
διαγώνια στο σανίδωμα της οροφής· και το ποίημα
ημιτελές επάνω στο τραπέζι – δυο στίχοι όλο όλο,
μια αθετημένη υπόσχεση για ένα εξαίσιο ταξίδι,
για κάποια ελευθερία, κάποια αυτάρκεια,
για κάποια (σχετική, φυσικά) αθανασία.

Έξω στο δρόμο, η επίκληση κιόλας της νύχτας,
οι ανάλαφροι ίσκιοι θεών, ανθρώπων, ποδηλάτων,
όταν σκολάνε τα γιαπιά, κι οι νέοι εργάτες
με τα εργαλεία τους, με τα βρεγμένα, ακμαία μαλλιά τους,
με λίγες πιτσιλιές ασβέστη στα φθαρμένα τους ρούχα
χάνονται στων εσπερινών ατμών την αποθέωση.

Οκτώ κρίσιμοι κτύποι στο εκκρεμές, πάνω απ’ τη σκάλα,
σ’ όλο το μάκρος του διαδρόμου – κτύποι αμείλικτοι
από σφυρί επιτακτικό, κρυμμένο πίσω από το κρύσταλλο
το σκιασμένο· και ταυτόχρονα ο αιώνιος θόρυβος
εκείνων των κλειδιών που δεν κατόρθωσε ποτέ του
να εξακριβώσει αν ξεκλειδώνουν ή αν κλειδώνουν.

Γιάννης Ρίτσος

da “12 ποιήματα για τον Καβάφη”, Κέδρος, 1970