La carta – Pierluigi Cappello

 

Resta la carta mentre mi dileguo
specchio di me ma che non è me stesso
rimedio oppure tedio quando intesso
trame di me scrivendomi e m’inseguo

Pierluigi Cappello

da “Un prato in pendio”, Rizzoli, 2018

Odette R… – Rainer Maria Rilke

Leonid Pasternak, Rainer Maria Rilke a Mosca. Collezione privata.

 

78.

Le lacrime, le piú profonde, salgono!

Oh, allorché una vita è ascesa fino in cima
e dalle nuvole del proprio affanno
ricade: noi chiamiamo morte questa pioggia.
Ma piú sensibile si fa a noi poveri, per questo, l’oscuro –,
piú prezioso, a noi ricchi, il regno strano della terra.

Rainer Maria Rilke

Muzot, 21 dicembre 1922

(Traduzione di Giacomo Cacciapaglia)

da “Poesie sparse (1907-1926)”, in “R. M. Rilke, Poesie II [1908-1926]”, Biblioteca della Pléiade, Einaudi-Gallimard, Torino, 1994

∗∗∗

78.

Odette R…

Tränen, die innigsten, steigen!

O wenn ein Leben
völlig stieg und aus Wolken des eigenen Herzleids
niederfällt: so nennen wir Tod diesen Regen.
Aber fühlbarer wird darüber, uns Armen, das dunkle, –
köstlicher wird, uns Reichen, darüber das seltsame Erdreich.

Rainer Maria Rilke

da “Verstreuten und nachgelassene Gedichte”, in “Sämtliche Werke”, a cura di Ernst Zinn, Frankfurt am Main, 1955 sgg.

È l’amore – Piero Bigongiari

Foto di Remo Daut

 

Sono il mittente, il latore, o chi,
ricevuto il messaggio, non sa aprirlo
o non osa, e rigira tra le mani
il plico oscuro, (forse il suo domani?).
Ho viaggiato seguendo anch’io la rotta
del sole nella immaginaria grotta
del cielo, non foss’altro per udire
lo sciacquío del Pacifico su coste
friabili…

                            E forse ho creduto
che dinanzi ai miei occhi quasi inabili
lo stesso e il diverso coincidessero.
Dovevo trovare qualcuno, e
non ho fatto che una serie di frecce
indicanti che più in là, forse più in là…

Forse più in là ritroverai la dimora,
la sconosciuta per eccellenza,
la tua di cui non puoi fare senza,
anima, che se qualcuno la sorveglia,
se il tuo essere non è ancora un’essenza.

Smuovi ancora una volta la nidiata
dei fanciulli assiepati sulla soglia.
Entra. O chi entra con te, per te?
Lì troverai chi non può rispondere
a te, forse all’altro. Lì vedrai
l’inutile messaggio necessario
volatilizzarsi nelle tue mani.

Se devi essere dove non puoi essere.
Ma il raggiro è lento, compensato.
Se uno è stato dove non è stato.
È l’amore che ronza come un’ape
vicino al fiore. Il polline è incantato.

Ma il salvatore non si è salvato.

Piero Bigongiari

15 aprile 1991

da “L’eruzione solare della notte”, in “Dove finiscono le tracce” (1984-1996), Le Lettere, Firenze, 1996

Ho veduto solo una volta – Jaroslav Seifert

Ferdinand du Puigaudeau, Sailboats at Sea, Evening

 

Ho veduto solo una volta
un sole cosí insanguinato.
               E poi mai piú.
Scendeva funesto sull’orizzonte
e sembrava
che qualcuno avesse sfondato la porta dell’inferno.
Ho domandato alla spècola
e ora so il perché.

L’inferno lo conosciamo, è dappertutto
e cammina su due gambe.
               Ma il paradiso?
Può darsi che il paradiso non sia null’altro
che un sorriso
             atteso per lungo tempo,
e labbra
              che bisbigliano il nostro nome.
E poi quel breve vertiginoso momento
quando ci è concesso di dimenticare velocemente
quell’inferno.

Jaroslav Seifert

(Traduzione di Sergio Corduas)

da “La colata delle campane” (1967), in “Jaroslav Seifert, Vestita di luce”, Einaudi, Torino, 1986

***

Jen jednou jsem spatřil

Jen jednou jsem spatřil
slunce tak krvavé.
               A pak již nikdy.
Zlověstně padalo k obzoru
a zdálo se,
že někdo rozkopl dveře pekla.
Ptal jsem se na hvězdárně
a vím už proč.

Peklo známe, je všude
a chodí po dvou.
               Ale ráj?
Možná, že ráj není nic jiného
než úsměv,
              na který jsme dlouho čekali,
a ústa,
             která zašeptají naše jméno.
A pak ta krátká závratná chvíle,
kdy smíme rychle zapomenout
na to peklo.

Jaroslav Seifert

da “Odlévání zvonů”, Československý spisovatel, 1967 

Un giorno d’estate – John Williams

Eddie Kuligowski, Couple, 1978

 

Dove eravamo stesi
sotto il pino
in quel giorno d’estate
a seguire il profilo
della vetta di un monte
sottile e scuro
ai nostri occhi stupiti,
ora ritorno;
ma più non trovo un segno
che sappia dirmi dove
pestammo con i corpi
quest’erba.

Altri verranno, forse
dove ci sdraiammo
e toccheranno insieme
i loro corpi quando
sopra di loro, vasti
e derelitti, i cieli
in vortice cadranno.
Ma adesso il vento
s’alza, e svelto
il gelo dell’autunno
qui m’inchioda.

Altri potranno,
ma non noi
tornare a visitare
questo luogo,
anche se ancora resto
al termine dell’anno
a immaginarci qui
in quel giorno d’estate.
Non un istante di tregua
per il nostro ritorno;
dal profondo del tempo,
ci guadagniamo le nostre perdite
con l’amore che abbiamo meritato.

John Williams

(Traduzione di Stefano Tummolini)

da “John Williams, Stoner e La necessaria menzogna (Poesie)”, Mondadori, 2020

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A Summer Day

Where we quietly lay
Beneath the pine
On that summer day
And traced the line
Of a mountain’s rise
Thin and dark
In our amazed eyes,
I have come back;
But see no mark
That shows me where
Our bodies crushed
The grasses there.

Others may come
Where we have been
And touch together
Their bodies when
Above them, vast,
The lorn heavens
Reel and descend.
But now the wind
Comes up, and fast
The autumn weather
Chills me where I stand.

Others may,
Yet we cannot
Come again
To this same spot,
Though I stand here
In the falling year
And think of us
On that summer day.
No moment pauses
For our return;
Held deep in time,
We gain our losses
By the love we earn.

John Williams

da “John Williams, Necessary Lie”, Verb Publications, Denver, 1965