Non scriverti – Paul Celan

 

NON SCRIVERTI
tra i mondi,

imponiti alla
varietà dei significati,

confida nella scia di lacrime
e impara a vivere.

Paul Celan 

(Traduzione di Dario Borso)

da “Oscurato”, Einaudi, Torino, 2010

∗∗∗

Schreib dich nicht 

SCHREIB DICH NICHT
zwischen die Welten,

komm auf gegen
der Bedeutungen Vielfalt,

vertrau der Tränenspur
und lerne leben.

Paul Celan

da “Eingedunkelt”, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main, 2006

oh, se tu potessi ritornare… – Maria do Rosário Pedreira

Foto di Anka Zhuravleva

 

oh, se tu potessi ritornare, ti mostrerei le sette lune che si vedono
dalla finestra della mia stanza. E i sette soli, se ci volessi
passare una notte ancora. Niente di ciò ti rivelai prima,
che erano segreti miei – e io, i segreti, li custodisco
finché diventa troppo tardi per raccontarli.

oh, se tu potessi ritornare, ti porterei a vedere il giardino,
dietro casa, dove c’è un nespolo che è solo mio
e alla cui ombra potremmo leggere d’estate, se l’estate venisse
e tu volessi passarla solo con me. E anche il lucernario,
sul tetto, senza un vetro da dove, a
volte, cadono le stelle; e tanto piccole che si perdono negli occhi
di chi si pone così, a guardarle, senza sapere da dove vengono –

dicono che sono gli angeli che le lanciano adagio per riscaldare
le notti. Forse ti mostrerei anche gli angeli se tu ritornassi.

Maria do Rosário Pedreira

(Traduzione di Mirella Abriani)

da “La casa e l’odore dei libri”, Librati, 2008

***

oh, se pudess voltar… 

oh, se pudess voltar, mostrava-te as sete luas que se vêem
da janela do menu quarto. E os sete sóis, se nele quisesses
passar mais uma noite. Nada distro te revalai antes,
que eran segretos meus – e eu, aos segretos, guardo-os
até sen tarde de mais para contá-los.

oh, se pudess voltar, havia de levar-te a ver o jardim,
por trás da casa, onde há una nespereira que é só minha
e a cuja sombra podíamos ler no verão, se o verão viesse
e tu quisesses passá-lo só comigo. E também a clarabóia,
no telhado, que tem um vidro a menos por onde, de vez
em quando, caem estralas; e tão pequenas que se perden nos olhos
de quem se pôe assim, a olhá-las, sem saber de onde vêm –

dizem que são os anjos que as lançan devagar para aquecer
as noites. Talves tambén te mostrasse os anjos se voltasses.

Maria do Rosário Pedreira

de “A Casa e o Cheiro dos Livros”, 1996

L’attimo – Karin Boye

Karin Boye

 

Nessun cielo di una notte d’estate senza respiro
giunge così profondo nell’eternità,
nessun lago, quando le nebbie si diradano,
riflette una calma simile
come l’attimo –

quando i confini della solitudine si cancellano
e gli occhi diventano trasparenti
e le voci diventano semplici come venti
e niente c’è più da nascondere.
Come posso ora aver paura?
Io non ti perderò mai.

Karin Boye

(Traduzione di Valeria Marcheschi)

da “Per l’albero, 1935”, in “Karin Boye, Poesie”, Le Lettere, Firenze, 1994

∗∗∗

Den stunden

Ingen andlös sommarmattshimmel
når så långt in i evighten,
ingen sjö, när dimmorna lättar,
speglar sådan stillhet
som den stunden –

då ensamhetens gränser plånas ut
och ögonen blir genomskinliga
och rösterna blir enkla som vindar
ods ingenting mer är att gömma.
Hur kan jag nu vara rädd?
Jag mister dig aldrig.

Karin Boye

da “För trädets skull”, Albert Bonniers Förlag, 1935

La poesia – Eugenio Montejo

Randolph Fritz, Court Yard Door

 

La poesia attraversa la terra in solitudine,
appoggia la sua voce sul dolore del mondo
e niente chiede
    – nemmeno parole.

Arriva da lontano e senza orario, non avverte mai:
ha la chiave della porta.
Entrando si sofferma sempre ad osservarci.
Poi apre la sua mano e ci offre
un fiore o un ciottolo, qualcosa di segreto,
ma tanto intenso che il cuore palpita
troppo veloce. E ci svegliamo.

Eugenio Montejo

(Traduzione di Luca Rosi)

da “Addio al XX secolo” (1992), in “La lenta luce del tropico”, Le Lettere, Firenze, 2006

***

La poesía 

La poesía cruza la tierra sola,
apoya su voz en el dolor del mundo
y nada pide
   – ni siquiera palabras.    

Llega de lejos y sin hora, nunca avisa;
tiene la llave de la puerta.
Al entrar siempre se detiene a mirarnos.
Después abre su mano y nos entrega
una flor o un guijarro, algo secreto,
pero tan intenso que el corazón palpita
demasiado veloz. Y despertamos.

Eugenio Montejo

da “Adiós al siglo XX”, Ediciones Aymaría, 1992 

«Nella mia tristezza entravano masnade» – Angelo Maria Ripellino

Oskar Schlemmer

 

39.

Nella mia tristezza entravano masnade
di pierrots, di pagliacci, di stracci sgargianti,
ma soprattutto ragazze dal muso di topo,
argentee donnine di pasta lunare,
gentiluzze con occhi come bragia di fuoco,
desiderabili, desiderabili.
«Fedeltà» è una parola che trasciniamo a fatica,
bruciata come il legno di una chitarra zigana:
senza la mia unica donna mi mancava la vita,
ma le altre, tuffolotte, premevano con sguardi succhiosi
e con popolline mature, bramose di darsi buon tempo.
Ecco Violante tra i capelli di rame di un fràssino
in un caffè di Kufstein, ma frenetiche turbe
di claudicanti vecchiacce sbucate da tane di tassi,
con ricciolini e cappelli a cloche, Dio ci salvi,
dimenando un nodoso Alpenstock, mi garrivano:
«Stop, torna subito dalla tua unica! ». E le Alpi
azzurre ripetevano: «Fedeltà! », come corvi.
E se Aquilia Zborowska dai guanti glacés fino al gomito
e dal collo lungo lunghissimo mi accarezzava le mani,
chiamandomi: «Dolce mia fiamma», «Idol mio»,
di colpo la gaglioffesca fanfara di pece dei corvi:
«Non si può. Non si deve.
Dove vai? Dove corri?
Parlane prima con Modigliani».
Dicono che la vita sia breve
e che il poeta sia un impostore,
ma è bello che mille occhi di donne
come semi di mele scintillino
dai margini verdi della città del tuo cuore.

Angelo Maria Ripellino

da “Das letze Varieté”, in “Lo splendido violino verde”, Einaudi, Torino, 1976