Fallimento – Philip Schultz

Foto di William Gedney

 

Per pagare il funerale di mio padre
mi feci prestare soldi da persone
cui lui già doveva soldi.
Uno lo definì una nullità.
No, dissi io, lui era un fallito.
Nessuno ricorda
il nome di una nullità, perciò
sono chiamati nullità.
I falliti non li dimentichi.
Il rabbino che lesse l’elogio di rito
di un uomo che non apparteneva
e non credeva a niente
era lui un fallito e una nullità.
Non riuscì a capire che ogni
sua parola umiliava il figlio
e la moglie del morto.
A capire che non
credere e non appartenere a
niente richiedeva una sorta
di fede e di spavalderia.
Uno zio, che contava sulle dita
gli affari falliti di mio padre –
un parcheggio dove allevava oche,
un motel con lune di miele in palio,
un bowling con mariachi itineranti –
non riuscì ad amare e rispettare suo fratello,
che gli aveva insegnato a fischiare
di nascosto, a rubare mele
con la destra e la sinistra. In realtà,
mio padre era un tipo buffo.
L’orologio gli pizzicava il polso, inciampava
nel risvolto dei calzoni e russava
forte al cinema, dove
la stanchezza alla fine
lo vinceva. Non credeva a:
risparmi assicurazioni giornali
verdure bene e male fragilità
umana storia né Dio.
I parenti ci evitavano
come la peste. Lasciai la città
ma non riuscii a scappare.

Philip Schultz

(Traduzione di Paola Splendore, con la collaborazione di Maria Baiocchi, Barbara Fiore e Sandro Triulzi)

da “Fallimento, 2007”, in “Il dio della solitudine”, a cura di Paola Splendore, Donzelli Poesia, 2018

∗∗∗

Failure

To pay for my father’s funeral
I borrowed money from people
he already owed money to.
One called him a nobody.
No, I said, he was a failure.
You can’t remember
a nobody’s name, that’s why
they’re called nobodies.
Failures are unforgettable.
The rabbi who read a stock eulogy
about a man who didn’t belong to
or believe in anything
was both a failure and a nobody.
He failed to imagine the son
and wife of the dead man
being shamed by each word.
To understand that not
believing in or belonging to
anything demanded a kind
of faith and buoyancy.
An uncle, counting on his fingers
my father’s business failures –
a parking lot that raised geese,
a motel that raffled honeymoons,
a bowling alley with roving mariachis –
failed to love and honor his brother,
who showed him how to whistle
under covers, steal apples
with his right or left hand. Indeed,
my father was comical.
His watches pinched, he tripped
on his pant cuffs and snored
loudly in movies, where
his weariness overcame him
finally. He didn’t believe in:
savings insurance newspapers
vegetables good or evil human
frailty history or God.
Our family avoided us,
fearing boils. I left town
but failed to get away.

Philip Schultz

da “Failure”, Harcourt Books, 2007

Sfere di fuoco – Tomas Tranströmer

Kōgyo Tsukioka, Fireflies, 1910

 

Nei mesi oscuri la mia vita scintillava
solo quando ti amavo.
Come la lucciola si accende e si spegne, si accende e si spegne,
– dai bagliori si può seguire il suo cammino
nel buio della notte tra gli ulivi.

Nei mesi oscuri l’anima stava rannicchiata
e senza vita
ma il corpo veniva dritto verso di te.
Il cielo notturno mugghiava.
Furtivi mungevamo il cosmo e siamo sopravvissuti.

Tomas Tranströmer

(Traduzione di Maria Cristina Lombardi)

da “La piazza selvaggia”, in “Poesia dal silenzio”, Crocetti Editore, 2001

***

Eldklotter

Under de dystra månaderna gnistrade mitt liv till
bara när jag älskade med dig.

Som eldflugan tänds och slocknar, tänds och slocknar
– glimtvis kan man följa dess väg
i nattmörkret mellan olivträden.

Under de dystra månaderna satt själen hopsjunken
och livlös
men kroppen gick raka vägen till dig.
Natthimlen råmade.
Vi tjuvmjölkade kosmos och överlevde.

Tomas Tranströmer

da “Det Vilda torget”, Bonnier, 1983 

Lettera d’amore – John Williams

Gotthard Schuh, Lovers, 1950

 

Da un tale tra la folla,
illustre sconosciuto,
citare casualmente
il nome tuo ho sentito:
parola come tante
docile per chiunque
parlasse quel dialetto
d’ossa e di sangue inquieto.
E poi ho veduto, a quasi
vent’anni che ti ho persa,
la tua figura disegnata d’aria
bruciare in ogni dove.
Cadere i nostri corpi oltre
fluenti anni di luce,
nel caos romito della notte,
fino all’amore che si espande ingordo.
Mi è giunto il grido antico
della mortalità d’amore,
che un suono è diventato
per cui non c’è parola,
per quanto ripetuto,
e nato dalla terra
dei nervi e del segreto sangue.
Cosa ne è stato di quei corpi,
amore mio? In quale luogo,
in quale falla del tempo,
si stringono i poveri arti smaniosi?
Saranno diventati molli e laschi,
dimentichi di tanta inerzia,
la carne una sterpaglia vana
al luccichio del sangue?
O risvegliati dal ritorno,
tornano svelti ad ardere
un istante, in quella mente
che ormai li confina?
Amore lontanissimo,
che vaghi in una casa ignota,
ci vedo persi nelle tenebre
in balia delle correnti
oltre il mortale costo dell’amore;
e penso, perché devo,
a Helen, al sangue agro
come melato fiele,
che invitava senza più rimedio
le luci di Parigi alla piena
di antiche conseguenze.

John Williams

(Traduzione di Stefano Tummolini)

da “John Williams, Stoner e La necessaria menzogna (Poesie)”, Mondadori, 2020

∗∗∗

Love Letter

This man I overheard,
This stranger in the crowd,
Most casually said
Your long remembered name,
As if it were a word
That any man could tame
To fit a language made
Of bone and restless blood.
And then I saw, across
Some twenty years of loss,
Your self shaped of the air
And burning everywhere.
I watched our bodies fall
Through streaming years of light,
The lone chaos of night,
Into love’s wanton sprawl.
I heard the ancient cry
Of love’s mortality,
The ry become a sound
For which there is no word,
Though it be heard and heard,
Raised from the underground
Of the nerve and secret blood.
Where are those bodies now,
My darling? In what pIace,
What fault of time, do those
Poor seeking limbs embrace?
Have they gone slack and loose,
Casual to their sloth,
The flesh an undergrowth
The bright blood cannot use?
Or warming to this return,
Do our swift bodies burn
Momently in the mind
By which they are confined?
Ah, my most distant dear,
Who dwell in a strange house,
I see us darkly tossed
Upon a billowing air
Beyond love’s mortal cost;
And think, because I must,
Of Helen, of the blood
Bitter as honeyed gall,
Who lured beyond recall
Bright Paris to the flood
or ancient consequence.

John Williams

da “John Williams, Necessary Lie”, Verb Publications, Denver, 1965

«Abito nella tua voce» – Chandra Livia Candiani

Willy Ronis, Night at the Chalet, 1935

 

Abito nella tua voce
e quando tace
il silenzio è alato
abito sotto la violenza
delle tue ali
e quando il silenzio
è sommerso dai rumori
essi sono il cuore del mondo
abito nel mondo
e le piume del mondo
sanno che la bellezza esiste:
«Quando arriverà il tuo passo
metterò una conchiglia sopra la soglia
e nell’aprirla
i frantumi volando
reciteranno il tuo nome».

Chandra Livia Candiani

da “Bevendo il tè con i morti”, Interlinea, Novara, 2015

Ricerca della poesia – Carlos Drummond de Andrade

Minor White

 

Non fare versi sugli avvenimenti.
Non c’è creazione né morte di fronte alla poesia.
Di fronte a lei, la vita è un sole estatico,
non riscalda né illumina.
Le affinità, gli anniversari, gli incidenti personali non contano.
Non fare poesia con il corpo,
eccellente, completo e confortevole corpo, così avverso all’effusione lirica.

La tua goccia di bile, la tua smorfia di piacere o di dolore nel buio
sono indifferenti.
Non rivelarmi i tuoi sentimenti,
che si avvalgono dell’equivoco e tentano il lungo viaggio.
Quel che pensi e senti, non è ancora poesia.
Non cantare la tua città, lasciala in pace.
Il canto non è il movimento delle macchine né il segreto delle case.
Non è la musica udita di passaggio; rumore del mare nelle strade lungo la linea di schiuma.

Il canto non è la natura
né gli uomini in società.
Per lui, pioggia e notte, fatica e speranza nulla significano.
La poesia (non trarre poesia dalle cose)
elide soggetto e oggetto.

Non drammatizzare, non invocare,
non indagare. Non perdere tempo a mentire.
Non annoiarti.
Il tuo veliero d’avorio, le tue scarpe di diamante,
le vostre mazurche e illusioni, i vostri scheletri di famiglia
scompaiono nella curva del tempo, inutili.

Non ricomporre
la tua sepolta e melanconica infanzia.
Non oscillare tra lo specchio e la
memoria in dissipazione.
Se si è dissipata, non era poesia,
se si è frantumato, non era cristallo.

Penetra sordamente nel regno delle parole.
Là sono le poesie che aspettano di essere scritte.
Sono paralizzate, ma non c’è disperazione,
c’è calma e freschezza sulla superficie intatta.
Eccole sole e mute, in stato di dizionario.
Convivi con le tue poesie, prima di scriverle.
Abbi pazienza, se oscure. Calma, se ti provocano.

Aspetta che ciascuna si realizzi e consumi
con il suo potere di parola
e il suo potere di silenzio.
Non forzare la poesia a staccarsi dal limbo. 
Non raccogliere la poesia che si è persa.
Non adulare la poesia. Accettala
come lei accetterà la sua forma definitiva e concentrata
nello spazio.

Avvicinati e contempla le parole.
Ciascuna
ha mille facce segrete sotto la faccia neutra
e ti chiede, senza interesse per la risposta,
povera o terribile, che le darai:
Hai portato la chiave?

Sta’ attento:
erme di melodia e concetto,
si rifugiano nella notte, le parole.
Ancora umide e impregnate di sonno,
rotolano in un fiume difficile e si trasformano in disprezzo.

Carlos Drummond de Andrade

(Traduzione di Giulia Lanciani)

dalla rivista “Poesia”, Anno XVIII, Dicembre 2005, N. 200, Crocetti Editore

∗∗∗

Procura da poesia

Não faças versos sobre acontecimentos.
Não há criação nem morte perante a poesia.
Diante dela, a vida é um sol estático,
não aquece nem ilumina.
As afinidades, os aniversários, os incidentes pessoais não contam.
Não faças poesia com o corpo,
esse excelente, completo e confortável corpo, tão infenso à efusão lírica.

Tua gota de bile, tua careta de gozo ou de dor no escuro
são indiferentes.
Nem me reveles teus sentimentos,
que se prevalecem do equívoco e tentam a longa viagem.
O que pensas e sentes, isso ainda não é poesia.

Não cantes tua cidade, deixa-a em paz.
O canto não é o movimento das máquinas nem o segredo das casas.
Não é música ouvida de passagem, rumor do mar nas ruas junto à linha de espuma.

O canto não é a natureza
nem os homens em sociedade.
Para ele, chuva e noite, fadiga e esperança nada significam.
A poesia (não tires poesia das coisas)
elide sujeito e objeto.

Não dramatizes, não invoques,
não indagues. Não percas tempo em mentir.
Não te aborreças.
Teu iate de marfim, teu sapato de diamante,
vossas mazurcas e abusões, vossos esqueletos de família
desaparecem na curva do tempo, é algo imprestável.

Não recomponhas
tua sepultada e merencória infância.
Não osciles entre o espelho e a
memória em dissipação.
Que se dissipou, não era poesia.
Que se partiu, cristal não era.

Penetra surdamente no reino das palavras.
Lá estão os poemas que esperam ser escritos.
Estão paralisados, mas não há desespero,
há calma e frescura na superfície intata.
Ei-los sós e mudos, em estado de dicionário.
Convive com teus poemas, antes de escrevê-los.
Tem paciência se obscuros. Calma, se te provocam.

Espera que cada um se realize e consume
com seu poder de palavra
e seu poder de silêncio.
Não forces o poema a desprender-se do limbo.
Não colhas no chão o poema que se perdeu.
Não adules o poema. Aceita-o
como ele aceitará sua forma definitiva e concentrada
no espaço.

Chega mais perto e contempla as palavras.
Cada uma
tem mil faces secretas sob a face neutra
e te pergunta, sem interesse pela resposta,
pobre ou terrível, que lhe deres:
Trouxeste a chave?

Repara:
ermas de melodia e conceito
elas se refugiaram na noite, as palavras.
Ainda úmidas e impregnadas de sono,
rolam num rio difícil e se transformam em desprezo.

Carlos Drummond de Andrade

da “A Rosa do Povo”, Livraria José Olympio, 1945