Pioggia – Roberto Bolaño

Willy Ronis, Place Vendôme sous la pluie, Paris, 1947

 

Piove e tu dici è come se le nuvole
piangessero. Poi ti copri la bocca e affretti
il passo. È come se quelle nuvole scarne piangessero?
Impossibile. Ma allora, da dove viene questa rabbia,
questa disperazione che ci porterà tutti all’inferno?
La Natura nasconde alcuni suoi procedimenti
nel Mistero, suo fratellastro. Così questa sera
che ritieni simile a una sera della fine del mondo
prima di quanto credi ti sembrerà soltanto
una sera malinconica, una sera di solitudine persa
nella memoria: lo specchio della Natura. Oppure
la dimenticherai. Né la pioggia, né il pianto, né i tuoi passi
che risuonano sulla strada della scogliera hanno importanza.
Ora puoi piangere e lasciare che la tua immagine si diluisca
sul parabrezza delle auto parcheggiate lungo
il Paseo Marítimo. Ma non puoi perderti.

Roberto Bolaño

(Traduzione di Ilide Carmignani)

da “I cani romantici”, Edizioni SUR, 2018

∗∗∗

Lluvia

Llueve y tú dices es como si las nubes
lloraran. Luego te cubres la boca y apresuras
el paso. ¿Como si esas nubes escuálidas lloraran?
Imposible. Pero entonces, ¿de dónde esa rabia,
esa desesperación que nos ha de llevar a todos al diablo?
La Naturaleza oculta algunos de sus procedimientos
en el Misterio, su hermanastro. Así esta tarde
que consideras similar a una tarde del fin del mundo
más pronto de lo que crees te parecerá tan sólo
una tarde melancólica, una tarde de soledad perdida
en la memoria: el espejo de la Naturaleza. O bien
la olvidarás. Ni la lluvia, ni el llanto, ni tus pasos
que resuenan en el camino del acantilado importan.
Ahora puedes llorar y dejar que tu imagen se diluya
en los parabrisas de los coches estacionados a lo largo
del Paseo Marítimo. Pero no puedes perderte.

Roberto Bolaño

da “Los perros románticos”, Barcelona, Acantilado, 2006

Confidenza a un amico immaginario – Gesualdo Bufalino

Gianni Berengo Gardin, Lido di Venezia, 1958

 

Innamorato d’una, innamorato
per tutti i balli da maggio a settembre,
per tutti i balli di lunga luna,
col grammofono sghembo su due pietre,
e una guancia bruna che s’accalda
e si difende dietro la duna…

Ce n’è voluto di favole e versi,
e frodi di guerra malvagia!
Andavano le amiche sottobraccio,
serie e bambine sul filo di spiaggia:
due cosí serie per una che rise,
guastandosi una ciocca con le dita.

Un nastro rosso caduto nel mare
cerco e non trovo da quella volta,
e una canzone che nessuno ascolta
mi s’è messa nel capo a cantare,
e sulla sabbia non scrivo che un volto:
innamorato, dunque, innamorato…

Gesualdo Bufalino

da “La festa breve”, in “Gesualdo Bufalino, Opere: 1 [1981, 1988]”, Bompiani, 2006

La rugiadosa – Jiří Orten

Foto di Patty Maher

 

Il bosco sente, di notte, il tuo fruscio, mia cara,
stormisci nella sua chioma e scorri giú dai suoi rami
con l’umido della rugiada, la tua mano silenziosa
fruga i nidi assonnati, tiepidi come il tuo grembo.

Sei tutta brividi, quando tu intoni ai fiumi
i miei versi, hai paura e un pudore ti arrosa
le spalle esili e i seni accosto ai quali aspetto
che tu me li porga alle labbra, umide di parole.

Tu non sai, non sai forse, ciò che è stato pronunciato,
tu non sai quante volte ho sospirato il tuo nome,
non sai che ti possiedo come il bosco, come l’ombra,

che si allarga ed a te non presente mi avvicina.
Ah mi sveglierò, riapriranno gli occhi i miei sogni,
con nuova gloria risorgerò dalla rovina.

Jiří Orten

31. 5. 1941.

(Traduzione di Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš)

da “La cosa chiamata poesia”, Einaudi, Torino, 1969

***

Vlhká

Les slýchá za noci tvé šumění, má drahá,
šumíš mu v korunách a stékáš mu na větve
s předjitřní vláhou ros, tvá tichá ruka sahá
do rozespalých hnízd, teplých jak břicho tvé.

Jsi celá ze chvění, když předříkáváš řekám
mé verše, bojíš se a stud ti růžoví
křehoučká ramena a ňadra, u nichž čekám,
až mi je podáš k rtům, vlhnoucím pod slovy.

Ty nevíš, nevíš snad, co bylo vysloveno,
ty nevíš, kolikrát jsem naříkal tvé jméno,
ty nevíš, že tě mám tak jako les, jak stín,

který se prodloužil a blíží nepřítomnou,
ach, vím, že procitnu, mé sny si oči promnou
a slavně obnoven povstanu ze ssutin.

Jiří Orten

31. V. 1941.

da “Deníky Jiřího Ortena”, Československý spisovatel, Praha, 1958

«Io non ho più niente di me.» – Mario Benedetti

Foto di Josef Sudek

«En finir avec le monde»
Io non ho più niente di me.
Pierre Jean Jouve, Matière céleste

Io non ho più niente di me.
Respiro la fatica della stanza a stare
dove gli uomini non sono più.
Io che sono qualcos’altro: distanza dalla vita.

Mario Benedetti

da “Sassi, posti di erbe, resti”, in “Umana Gloria”, “Lo Specchio” Mondadori, 2004

Le stelle – Edith Irene Södergran

Josef Sudek, The Forgotten Staircase, from the series “Remembrances”, 1950

 

Quando viene la notte,
io sto sulla scala e ascolto,
le stelle sciamano in giardino
ed io sto nel buio.
Senti, una stella è caduta risuonando!
Non andare a piedi nudi sull’erba;
il mio giardino è pieno di schegge.

Edith Irene Södergran

(Traduzione di Daniela Marcheschi)

da “La luna e altre poesie”, Via del Vento Edizioni, 1995

∗∗∗

Stjärnorna

När natten kommer
står jag på trappan och lyssnar,
stjärnorna svärma i trädgården
och jag står ute i mörkret.
Hör, en stjärna föll med en klang!
Gå icke ut i gräset med bara fötter;
min trädgård är full av skärvor.

Edith Södergran

da “Diker”, Holger Schildts, 1916