Alle origini – Giuseppe Conte

Édouard Boubat, Lella, Bretagne, 1847

 

Riaverti così, sentire
in me che tu sei simile
al vento e agli anemoni.
Alle origini. Riaverti
dopo il tempo dell’abbandono
dopo gli oltraggi e l’odio
senza pentimenti, senza perdono.

Sono stato lontano da te
per anni come uno che
vuole essere solo, più
solo di un muro diroccato
più immobile di un sasso
che non lambisce il mare.
Poi abbiamo incominciato a viaggiare.
Dove ci siamo incontrati,
anima? In che piazza di
città, in che prato,
in riva a che torrente?
E ora sei qui, da sempre
simile al vento, ai fiori, ai vulcani.
Alle origini.

Giuseppe Conte 

da “Dialogo del poeta e del messaggero”, “Il Nuovo Specchio” Mondadori, 1992

Creparsi dei ghiacci – Vladimír Holan

Foto di Roberto De Mitri

 

È da tempo finito il banchetto e l’invitata giunge solo ora.
Non sapendo che fare con il tuo spavento
che, fuori, dietro le finestre
a malapena porta aiuto al fragore del ghiaccio che si crepa,
volentieri si immedesimerebbe in una più certa sembianza.
Ma mentre fa concessioni agli spiriti,
ti viene inesorabilmente incontro –
e tu di colpo e quasi confidenzialmente cominci a capire
che non puoi amare per essere amato,
che non puoi amare ed essere amato,
che non puoi amare perché ami,
ma che devi amare chi non ti ama…

Vladimír Holan

(Traduzione dal ceco di Vlasta Fesslová. Versi italiani di Marco Ceriani)

Dalla raccolta In progresso (Versi degli anni 1943 -1948)

da “Vladimír Holan, Addio?”, Arcipelago Edizioni, 2014

∗∗∗

Pukání ledu

Je dávno po hostině a návštěva teprve přichází.
Nevědouc si rady s tvým úlekem,
kterému venku za okny
sotva pomáhá řev pukajícího ledu,
ráda by se vcítila do určitější podoby.
Ale zatímco dělá ústupky duchům,
jde ti neúprosně vstříc –
a ty pojednou a jaksi svěřené začínáš chápat,
že nesmíš milovat, abys byl milován,
že nesmíš milovat a býti milován,
že nesmíš milovat, protože miluješ,
ale že musíš milovat nemilujícího…

Vladimír Holan

da “Na postupu: verše z let 1943-1948”, Československý spisovatel, 1964

Se io venissi da te… – Angelo Maria Ripellino

27.

Se io venissi da te con un ispido aspetto di cardo violaceo
e, tutto timido, tremando, ti dicessi
che, sebbene irsuto, sono buono,
rideresti, chiamandomi Ser Bonifacio,
Falananna, Giulebbe, Meringa di Pasqua.
Se io venissi da te in una livida maschera,
con grandi placche di occhiacci cattivi,
a dirti che sono malvagio come lo zucchero,
ti metteresti subito a piangere,
perché da tempo lo presentivi.
Se io venissi da te a raccontarti
che senza tregua cambio il mio trucco,
perché la morte non mi riconosca,
sobbalzeresti come un pompiere che dorma dietro le quinte
al primo annunzio del fuoco.
Io sono un vetro di scarto di una spettrale Vetralla.
Innamorarsi e ammalare: ecco tutto il mio giuoco.
Qualunque cosa io ti dica con moine e con finte,
non crederla: è solo una balla.

Angelo Maria Ripellino

da “Das letze Varieté”, in “Lo splendido violino verde”, Einaudi, Torino, 1976

Un minuto di silenzio per Ludwika Wawrzyńska – Wisława Szymborska

 

E tu dove vai,
là ormai non c’è che fumo e fiamme!
− Là ci sono quattro bambini d’altri,
vado a prenderli!

Ma come,
disabituarsi così d’improvviso
a se stessi?
al succedersi del giorno e della notte?
alle nevi dell’anno prossimo?
al rosso delle mele?
al rimpianto per l’amore,
che non basta mai?

Senza salutare, non salutata
in aiuto ai bambini corre, s’affanna,
guardate, li porta fuori tra le braccia,
nel fuoco quasi a metà sprofondata,
i capelli in un alone di fiamma.

E voleva comprare un biglietto,
andarsene via per un po’,
scrivere una lettera,
spalancare la finestra dopo la pioggia,
aprire un sentiero nel bosco,
stupirsi delle formiche,
guardare il lago
increspato dal vento.

Il minuto di silenzio per i morti
a volte dura fino a notte fonda.

Sono testimone oculare
del volo delle nubi e degli uccelli,
sento crescere l’erba
e so darle un nome,
ho decifrato milioni
di caratteri a stampa,
ho seguito con il telescopio
stelle bizzarre,
solo che nessuno finora
mi ha chiamato in aiuto
e se rimpiangessi
una foglia, un vestito, un verso −

Conosciamo noi stessi solo fin dove
siamo stati messi alla prova.
Ve lo dico
dal mio cuore sconosciuto.

Wisława Szymborska

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Appello allo Yeti” (1957), Libri Scheiwiller, 2009

∗∗∗

Minuta ciszy po Ludwice Wawrzyńskiej

A ty dokąd,
tam już tylko dym i płomień!
− Tam jest czworo cudzych dzieci,
idę po nie!

Więc, jak to,
tak odwyknąć nagle
od siebie?
od porządku dnia i nocy?
od przyszłorocznych śniegów?
od rumieńca jabłek?
od żalu za miłością,
której nigdy dosyć?

Nie żegnająca, nie żegnana
na pomoc dzieciom biegnie sama,
patrzcie, wynosi je w ramionach,
zapada w ogień po kolana,
łunę w szalonych włosach ma.

A chciała kupić bilet,
wyjechać na krótko,
napisać list,
okno otworzyć po burzy,
wydeptać scieżkę w lesie,
nadziwić sie mrówkom,
zobaczyć jak od wiatru
jezioro się mruży.

Minuta ciszy po umarłych
czasem do późnej nocy trwa.

Jestem naocznym świadkiem
lotu chmur i ptaków,
słyszę jak trawa rośnie
i umiem ją nazwać,
odczytałam miliony
drukowancyh znaków,
wodziłam teleskopem
po dziwacznych gwiazdach,
tylko nikt mnie dotychczas
nie wzywał na pomoc
i jeśli pożaluję
liścia, sukni, wiersza −

Tyle wiemy o sobie,
ile nas sprawdzono.
Mówię to wam
ze swego nieznanego serca.

Wisława Szymborska

da “Wołanie do Yeti”, Wydawnictwo Literackie, 1957

Raccoglimento – Valerio Magrelli

Andrew Wyeth, Afternoon flight, 1976

Uno diceva: io sono prevenuto contro me stesso fin dalla nascita
                                                                                     Friedrich Nietzsche

 

Mia debolezza, debolezza mia,
ma che devo fare con te?
Ho cinquant’anni e tremo quando tuona,
e sbaglio ancora posto
come quando sbagliai banco all’asilo.
Ho un corpo trapunto da graffe,
il sonno come un campo di macerie,
la forza che si sbriciola, la memoria in frantumi,
e in questo Grande Sfascio, l’unica cosa intatta resti tu,
mia ferita, mio Graal, codice a barre
di un estraneo che è leso, che è fallato,
costretto a essere me.
Mia debolezza, talpa del nemico,
creaturina indifesa che mi rendi indifeso,
il solo, vero premio della morte
sarà saperti morta insieme a me,
mio motore,
mio orrore,
mia consustanziale sconfitta.

Valerio Magrelli

da “Il sangue amaro”, Einaudi, Torino, 2014