Poscritto, dopo molti anni – Gesualdo Bufalino

Foto di Francesca Woodman

 

Se qualcuno stasera è infelice come me,
qualcuno come me, sprangato in una stanza,
dopo aver visto due volte lo stesso film,
solo con un baule di parole sbagliate,
di ricordi bugiardi, in un paese di neve,
fra due lenzuola bianchissime, solo;
se qualcuno stasera è come me nel mondo
uno straniero che domani se n’andrà…

Amico che di là dei monti
per ascoltarmi stringi gli occhi come una volta,
ricordi i balli prima della guerra,
e Jole e Minia e la signora forestiera,
ricordi il sole del trentanove
sui nostri visi brutti, le nostre risa di poveri,
l’intercalare  «Quien sabe?»  di moda tutta un’estate,
finché significò qualcosa…

Poi la luna si chiuse nei pozzi,
l’unghia d’inverno recise
i mazzi di robinie spruzzolati di sangue,
migrarono gli uccelli dai nidi delle caserme…
Chi guarirà dentro di noi tutti quei morti
che palpano con mani cieche
la notte smisurata che li mura?
Chi nel nero tizzone risveglierà una guancia
per ripetere «t’amo» al ponte della Bettola?

Giorni piú neri altrove m’aspettavano:
mi punse il petto la febbre
con lunghe aguzze scapole di vergine,
scaltro venne un sensale
a contare i miei passi, il mio respiro…
Insolente proposta di esistere,
inutilmente al balcone
il grido del gallo un’alba mi chiamò.

Da allora chiuso nel mio cunicolo, e pieno
d’un minuto rancore, d’un bambino rancore,
come un guardiano di faro infedele
vivo in attesa d’un naufragio, m’affeziono
ai minimi relitti che la tempesta mi porge,
dirigo sugli scogli ogni barca che mi cerca,
rido da solo strofinandomi le mani…

Dio, tu dici, o chiedi in silenzio:

a guisa dei poliziotti dei romanzi,
ho fiutato nel mondo le Sue peste;
in piedi e in ginocchio, beffato e beffardo,
l’ho ferito e chiamato, l’ho perduto e cercato,
ma il delitto dentro la stanza chiusa
s’è ripetuto ogni volta, all’improvviso…

E poi… ma addio, addio, le parole non servono.

Gesualdo Bufalino

da “L’amaro miele”, Einaudi, Torino, 1996

Potrebbero dirti morta – Alfonso Gatto

Foto di Paul Apal’kin

 

I tuoi occhi son come la giovinezza
grandi, perduti, lasciano il mondo.
Potrebbero dirti morta senza rumore
e incamminare su te il cielo,
passo a passo, seguendo l’alba.
Tu sei l’amore da portare in braccio
di corsa sino al vento, sino al mare,
e dirti fredda da scaldare al fuoco
e dirti triste coi capelli neri
da pettinare eternamente, è come
deporti nel silenzio, starti accanto
udendo l’acqua battere alle rive.

Alfonso Gatto

da “Poesie d’amore”, Prima parte, 1941-1949, Mondadori, Milano, 1973

La poesia è ricerca del fulgore – Adam Zagajewski

Foto di Renate von Mangoldt

 

La poesia è ricerca del fulgore.
La poesia è una strada regale,
che ci conduce nel punto più remoto, più in avanti, più ulteriore.
Cerchiamo il fulgore all’imbrunire, al culmine
imperante del giorno o nei cercanti comignoli dell’alba,
persino sull’autobus, a novembre,
quando poco più in là sonnecchia un vecchio prete.

Un cameriere in un ristorante cinese
scoppia a piangere e nessuno capisce il perché.
Chissà, forse anche questa è ricerca,
così come l’istante in riva al mare,
quell’istante in cui, all’orizzonte,
si manifestò un vascello desideroso di catturare,
e si sospese, fermò il proprio tempo per molto tempo.
Ma anche i momenti di profonda gioia

e gli innumerevoli momenti inquieti. Permettimi
di vedere, per poter poi aver visto, chiedo. Permettimi
di vivere fino al compimento il significato
o l’intenzione della mia durata, dico.
A sera cade una pioggia fredda.
Nelle strade e nei viali della mia città
col crepitio di un silenzio attivo e vivissimo
sotto le ceneri sta concentrata su un’opera l’oscurità.
La poesia è ricerca del fulgore.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Marco Bruno)

da “Il ritorno, 2003”, in “Guarire dal silenzio: Nuovi versi e poesie scelte”, “Lo Specchio” Mondadori, 2020

∗∗∗

Poezja jest poszukiwaniem blasku

Poezja jest poszukiwaniem blasku.
Poezja jest królewską drogą,
która prowadzi nas najdalej.
Szukamy blasku o szarej godzinie,
w południe lub w kominach świtu,
nawet w autobusie, w listopadzie,
kiedy tuż obok drzemie stary ksiądz.

Kelner w chińskiej restauracji wybucha płaczem
i nikt się nie domyśla, dlaczego.
Kto wie, może i to jest poszukiwaniem,
podobnie jak chwila na brzegu morza,
gdy na horyzoncie pojawił się drapieżny okręt
i zatrzymał się, znieruchomiał na długo.
A także momenty głębokiej radości

i niezliczone momenty niepokoju.
Pozwól mi zobaczyć, proszę.
Pozwól mi wytrwać, mówię.
Wieczorem pada zimny deszcz.
W ulicach i alejach mojego miasta
bezgłośnie i żarliwie pracuje ciemność.
Poezja jest poszukiwaniem blasku.

Adam Zagajewski

da “Powrót”, Znak, Krakow, 2003

La somiglianza – Milo De Angelis

Milo De Angelis, foto di Viviana Nicodemo

 

Era
nelle borgate, camminando in fretta
quell’assolutamente
oltre
che dai libri usciva nella storia
radendo le bancarelle, d’estate.
Domanderemo perdono
per avere tentato, nello stadio,
chiedendogli di lanciare un giavellotto
perché ritornasse l’infanzia.
Non si poteva
ma la somiglianza era noi
nell’immagine di un altro, ravvicinato, nel sole
volevamo trattenere il nostro senso
verso lui
in un gesto da rivivere: chi poteva sancire
che tutto fosse al di qua?

Prese la rincorsa, tese il braccio…

Milo De Angelis

da “Somiglianze, 1976”, in “Tutte le poesie 1969 – 2015”, “Lo Specchio” Mondadori, 2017

«L’aria è ormai quasi irrespirabile» – Pedro Salinas

Donata Wenders, Zora, Paris, France, 2002

6

L’aria è ormai quasi irrespirabile
perché non mi rispondi:
tu sai bene che quello che respiro
sono le tue risposte. E ora soffoco.

La prima domanda che io ti feci
fu quando stavi
con le braccia appoggiate
su una ringhiera di ricordi,
una sera chinata
sul lago azzurro che ti porti dentro,
guardando quattro dubbi
con piume di dolori,
così tacite e bianche come cigni,
che lo solcavano, senza quasi sfiorarlo.
Tu guardavi l’immagine
confusa di te stessa, ti vedevi
lì riflessa, però
con tale tremito, così insicura
del tuo esistere stesso quel che eri,
che te ne andasti via di corsa
per cercare un vestito di pesante
velluto nell’armadio, e per provartelo.
Siccome è fatto a misura,
metterci il corpo dentro
vuol dire per un poco persuadersi
del consolante
e preciso contatto della tela
di cui si vive e di cui siam qualcosa
più di un riflesso tremulo
di cui abbiamo paura, in quel lago.
E ti chiesi: «Cerchiamo insieme?
Quel che si vuol trovare
in acque tanto vaghe ed imprecise
c’è da cercarlo
in aria, verso l’alto.
Perché nel fondo di un lago c’è sempre
o la copia di un angelo o di un dio,
la figura di un essere che là si guarda
dal suo vero essere celeste.
E va cercato dov’è; che se cerchi
come altre ingannate verso il basso,
troverai solamente rami o pietre,
molle fango e anelli arrugginiti.
Dimmi, non vuoi che passiamo negli anni,
negli anni del futuro, come cieli,
in cerca del tuo angelo?
Vuoi che io sia tuo compagno
come per le rondini un’ala
è compagna dell’altra ala?
Io prenderò la via
più rapida che trovi,
anche in un radiogramma, se mi accetti».
Capisco il tuo silenzio. La domanda
l’ho fatta a seimila chilometri
e siccome ho parlato sottovoce
perché non mi sentisse altri che te,
non hai potuto udirmi. E vai avanti
a provarti vestiti che ti calmano.

La seconda domanda, era ottobre,
la scrissi su una foglia di quell’albero
vicino alla tua casa. Tu sentivi
l’autunno che arrivava, quella sera,
in grandi quantità
di vento grigio e di progetti vaghi,
così poco difesa
da una lieve fede nel tuo calore
come la seta delle tue calze.
Il tuo passo affrettato, contro il vento
credeva all’illusione che correndo
all’inizio di ottobre
si arriva subito alla primavera.
Io ti scrissi: «Ho un’estate
che si apre, solo, quando due persone
che amano il verde e che temono il freddo
bussano insieme alla sua porta.
Non c’è altro inverno che la solitudine.
Quel che scioglie la neve è un amore
che si serve del sole come interprete.
Prendi il mio braccio, accogli questo modo
semplice di abolire, insieme, inverno
e solitudine, chiamato amarsi.
Non vuoi che entriamo
in quella festa dei chiarori
che inizia nel formarsi di una coppia,
là dove grazie a certe
sottili trasparenze e velature
di carne o di cristallo, è sempre buio
molto, molto più tardi che nel mondo,
e l’aurora coincide
col primo desiderio della luce?»
L’albero consegnò al momento giusto
il mio messaggio ai tuoi piedi. Hai ricordo
di una foglia che cadde al tuo passaggio,
un tenero rumore sulla terra,
con le sillabe infrante del tuo nome
appena sussurrate e un rotolare
di materia lievissima sui sassi,
che ti veniva dietro, per salvarti
dalle tante inclemenze solitarie?
Tu non hai mai risposto. Sono certo
che tu per evitare di pensarmi hai confuso
quella con qualunque altra foglia
che gli autunni redigono a milioni
per fare volantini dell’assenza.

E la terza domanda te la feci
stando vicini, sì, molto vicini.
Abbracciati eravamo.
Era abbraccio il nostro soffitto,
pareti e pavimento erano abbraccio,
di quel colore intenso
con cui dipinge tutto l’abbracciarsi.
Abbraccio fu la porta da cui entrammo.
La finestra era abbraccio.
La notte, i suoi prati,
il gregge di mansueti grattacieli
che brucavano stelle a collo eretto,
lo vedevamo attraverso l’abbraccio.
La visione era abbraccio e udire abbraccio.
E i nostri sensi erano
talmente stretti gli uni contro gli altri
nell’offrire alla nostra unione le loro differenze,
che mai prima di allora videro
gli occhi quel che vide l’abbraccio.
Per questo io ti chiesi senza voce,
solo stringendo un po’ di più al mio petto
il tuo corpo che i cieli mi prestavano,
se tu sapevi scrivere
promesse coi tuoi occhi
e se nel primo foglio
del primo plico dell’aurora tu
mi volessi tracciare una parola
qualsiasi, per esempio: «eterno».
Avevo brama di sapere
qual è la tua scrittura quando l’anima scrive.
Ma tu non mi hai risposto. Lo capisco.
Ti eri già addormentata sul mio petto;
e la domanda come un’ala si disfece
urtando contro gli occhi ormai serrati.
Qualcuna delle sue parole o piume
— promessa, aurora, eterno — ti sfiorarono
l’anima, sì, ma con dolcezza tale
che tu, credendole
un sogno come tanti, senza domanda,
non hai pensato mai di rispondere a un sogno.

Pedro Salinas

(Traduzione di Valerio Nardoni)

da “Amore, mondo in pericolo. Lungo lamento”, Passigli Poesia, 2014

***

                                                  6

El aire ya es apenas respirable
porque no me contestas:
tú sabes bien que lo que yo respiro
son tus contestaciones. Y me ahogo.

La primera pregunta que te hice
fue cuando tú tenías
los brazos apoyados
en una barandilla de recuerdos,
una tarde inclinada
sobre ese lago azul que llevas dentro,
mirando a cuatro dudas
con plumaje de penas,
tan blancas y calladas como cisnes,
que lo surcaban, sin moverlo casi.
Tú mirabas la estampa
confusa de ti misma, te veías
en ella reflejada
pero con tal temblor, tan insegura
de tu propio existir, de lo que eras,
que te marchaste huyendo
a buscar en tu armario algún vestido
de denso terciopelo, y a probártelo.
Como está hecho a medida,
meter el cuerpo en él
es persuadirse unos instantes
por el consolador
y ajustado contacto de la tela,
de que se vive y de que somos algo
más que un reflejo trémulo
del que tenemos miedo, en aquel lago.
Y yo te pregunté: «¿Buscamos juntos?
Lo que se quiere hallar
en un agua tan vaga y tan borrosa
hay que buscarlo
por el aire hacia arriba.
Porque en lo hondo de un lago lo que hay siempre
es la copia de un ángel o de un dios,
la figura de un ser que allí se mira,
desde su verdadero ser celeste.
Y hay que buscarlo donde está; si buscas
como otras engañadas hacia abajo,
sólo te encontraras ramas o piedras,
limo blando y sortijas oxidadas.
¿Quieres, di, que vayamos por los años,
los años del futuro, como cielos,
en busca de tu ángel?
¿Quieres que sea yo tu compañero
para lo mismo que en las golondrinas
un ala es compañera de otra ala?
Yo saldré por la vía
más rápida que haya,
dentro de un radiograma, si me aceptas.»
Comprendo tu silencio. La pregunta
la hice a seis mil kilómetros
y como hablé muy bajo
para que sólo tú me oyeses,
no me pudiste oir. Y continúas
probándote vestidos que te calman.

La segunda pregunta la escribí
el mes de octubre, en una hoja del árbol
que hay cerca de tu casa. Tú sentías
el otoño llegar, aquella tarde,
en grandes cantidades
de viento gris y proyectos vagos,
apenas defendida
por una fe tan leve en tu calor
como la seda de tus medias.
Tu paso acelerado, contra el aire
se hacía la ilusión de que corriendo,
a primeros de octubre
se llega antes a la primavera.
Yo te escribí: «Tengo un verano
que se abre, sólo, cuando dos personas
que aman lo verde y tienen miedo al frío
al mismo tiempo llaman a su puerta.
No hay más invierno que la soledad.
Lo que funde la nieve es un amor
que se sirve del sol como su intérprete.
Toma mi brazo, acéptame este modo
sencillo de abolir, al mismo tiempo,
invierno y soledad, llamado amarse.
¿Quieres que entremos
en esas fiesta de las claridades
que empieza al iniciarse una pareja,
donde gracias a ciertas
sutiles transparencias y trasluces
de carne o de cristal, siempre anochece
mucho, mucho más tarde que en el mundo,
y la aurora coincide
con el primer deseo de la luz?»
El árbol entregó oportunamente
mi mensaje a tus pies. ¿Tú no recuerdas
una hoja que cayó cuando pasabas,
un rumor tierno por el suelo,
con las sílabas rotas de tu nombre
apenas susurradas, y un rodar
de materia muy leve, sobre piedras,
que iba detrás de ti, para salvarte
de tantas inclemencias solitarias?
Nunca me has contestado. Estoy seguro
de que, por no ir pensando en mí, la confundiste
con cualquier hoja de esas
que editan por millones los otoños
para hacer propagandas de lo ausente.

La tercera pregunta te la hice,
estando cerca, sí, muy cerca.
Abrazados estábamos.
Nuestro techo era abrazo,
las paredes y el suelo abrazo eran,
de ese color intenso
con que lo pinta todo el abrazarse.
Abrazo fue la puerta por donde entramos.
La ventana era abrazo.
La noche, sus praderas,
el rebaño de mansos rascacielos
pastando estrellas con el cuello erguido,
a través del abrazo lo veíamos.
La visión era abrazo y el oír abrazo.
Y estaban los sentidos
tan apretados unos contra otros
brindando a nuestra unión sus diferencias,
que hasta entonces mis ojos
no habían visto lo que vio el abrazo.
Por eso yo te pregunté sin voz
sólo estrechando aún más contra mi pecho
el cuerpo que los cielos me prestaban,
si tú sabías escribir
promesas con los ojos
y si en la hoja primera
del primer pliego de la aurora tú
me querrías trazar
cualquier palabra, por ejemplo: «eterno».
Mi afán era saber
cómo es tu letra cuando el alma escribe.
Tú no me has respondido. Lo comprendo.
Te habías ya dormido allí en mi pecho;
y mi pregunta como un ala se deshizo
al chocar con los ojos ya cerrados.
Algunas de sus plumas o palabras
-promesa, aurora, eterno- te rozaron
el alma, sí, pero tan levemente
que tú, creyendo que eran
uno de tantos sueños sin pregunta,
nunca has pensado en responder a un sueño.

Pedro Salinas

da “Largo lamento: Amor, mundo in peligro”, Cruz y Raya, Madrid, 1936