Ninnananna – Wystan Hugh Auden

Pietro Canonica, L’abisso, 1909, Museo Canonica, Roma

 

Posa il capo assopito, amore mio,
umano sul mio braccio senza fede;
tempo e febbri avvampano e cancellano
ogni bellezza individuale, via
dai bambini pensosi, e poi la tomba
attesta che effimero è il bambino:
ma finché spunti il giorno mi rimanga
tra le braccia la viva creatura,
mortale sì, colpevole, eppure
per me il bello nella sua interezza.

Anima e corpo non hanno confini:
agli amanti che giacciono sul suo
tollerante declivio incantato
in preda al deliquio ricorrente,
solenne la visione manda Venere
di soprannaturale armonia,
di universale amore e speranza;
mentre un’astratta intuizione accende,
in mezzo ai ghiacciai e tra le rupi,
dell’eremita l’estasi carnale.

Passano sicurezza e fedeltà
allo scoccare della mezzanotte
come le vibrazioni di campana,
e forsennati alla moda lanciano
il loro pedantesco, uggioso grido:
il costo fino all’ultimo centesimo
– sta scritto in tutte le temute carte –
andrà pagato, ma da questa notte
non un solo bisbiglio, né un pensiero,
non un bacio o uno sguardo sia perduto.

Bellezza muore, e mezzanotte, ed estasi:
che i venti dell’alba, mentre lievi
spirano intorno al tuo capo sognante,
mostrino un giorno di accoglienza tale
che occhio e cuore pulsante ne gioiscano,
paghi di un mondo, il nostro, che è mortale;
meriggi di arsura ti ritrovino
nutrito dei poteri involontari,
notti di oltraggio ti lascino andare
sorvegliato da ogni umano amore.

Wystan Hugh Auden

(Traduzione di Gilberto Forti)

da “W. H. Auden, La verità, vi prego, sull’amore”, Adelphi Edizioni, 1994

∗∗∗

Lullaby

Lay your sleeping head, my love,
Human on my faithless arm;
Time and fevers burn away
Individual beauty from
Thoughtful children, and the grave
Proves the child ephemeral:
But in my arms till break of day
Let the living creature lie,
Mortal, guilty, but to me
The entirely beautiful.

Soul and body have no bounds:
To lovers as they lie upon
Her tolerant enchanted slope
In their ordinary swoon,
Grave the vision Venus sends
Of supernatural sympathy,
Universal love and hope;
While an abstract insight wakes
Among the glaciers and the rocks
The hermit’s carnal ecstasy.

Certainty, fidelity
On the stroke of midnight pass
Like vibrations of a bell
And fashionable madmen raise
Their pedantic boring cry:
Every farthing of the cost,
All the dreaded cards foretell,
Shall be paid, but from this night
Not a whisper, not a thought,
Not a kiss nor look be lost.

Beauty, midnight, vision dies:
Let the winds of dawn that blow
Softly round your dreaming head
Such a day of welcome show
Eye and knocking heart may bless,
Find our mortal world enough;
Noons of dryness find you fed
By the involuntary powers,
Nights of insult let you pass
Watched by every human love.

Wystan Hugh Auden

da “Tell Me the Truth About Love: Ten Poems”, Vintage and Faber paperback, 1994

 

QUALCHE PAROLA PER DIECI POESIE
Le dieci poesie che troverete sotto questa copertina sono state scritte quando la maggior parte di voi non era ancora tra i vivi: circa sessant’anni fa, negli anni Trenta di questo secolo. Nel mondo che si era appena riavuto dalla prima guerra mondiale e si stava avviando verso una carneficina anche più grande.
Tutti sapevano dell’una, pochissimi presentivano l’altra. Tra questi pochissimi era Wystan Hugh Auden, l’autore di queste poesie che, si può ben dire, portano in sé l’odore della guerra imminente. O, in ogni caso, l’odore del futuro.
I temi di queste poesie sono l’amore e la disonestà – i due poli tra i quali ci siamo trovati a soggiornare nel nostro secolo, pronti a gloriarci della loro occasionale divergenza ma bravissimi, anche quando siamo sfortunati, a conciliarli tra loro, a fonderli insieme. Ci sono buone ragioni se i versi del poeta oscillano tra la più intensa tenerezza e parossismi di indifferenza, e se da queste oscillazioni nasce uno stridente lirismo che non ha precedenti.
Non vi succederà un’altra volta di incontrare canzoni d’amore così cariche di apprensione. Contengono e trasmettono una sensibilità dissonante che si presterebbe facilmente a essere manipolata se non fosse per l’assoluta sobrietà che la sostiene. Inutile dire che non lasciano molte illusioni né a chi ama né a chi è amato; e meno ancora ne offrono al vostro prossimo e allo sconosciuto. Profondamente tragiche come sono, rimangono anche straordinariamente divertenti, perché la loro ironia è un risultato della desolazione.
Riescono a sedurre e a temprare nello stesso tempo; in questo sta il loro potere e, insieme, la loro garanzia di durata. Ma ad accrescerne il vigore contribuisce la loro forma tradizionale: sono infatti, sostanzialmente, versioni moderne della folk ballad, e la ballata popolare è il «genere» che consola il lettore per la sua intonazione, se non con il suo contenuto narrativo. Una buona lirica è l’unica assicurazione che un soccombente riesce a riscuotere.
«Ballata» viene dal verbo «ballare»; e in una ballata, in un certo senso, tutto è danza, tutto balla e ammicca all’ascoltatore o al lettore: il tema, il significato e, più ancora, il metro. Poiché in generale ha per tema la violenza e la resa dei conti, la ballata è normalmente concisa nell’esposizione e molto perentoria nel dénouement, nel suo scioglimento finale. Il nostro poeta, sovvertendo questo genere per piegarlo all’intento lirico, vi lascia vibrare l’eco sconvolgente di una danse macabre tudoriana. Quanto più forte è l’accento lirico, tanto più le dita del lettore sono portate a battere il tempo.
Sono molto drammatiche, queste poesie; e non c’è da stupirsene, poiché spesso sono i frutti secondari, se così vogliamo chiamarli, della vasta attività teatrale cui Auden si dedicò negli anni Trenta in collaborazione con Christopher Isherwood. Ciò non toglie nulla alla loro autonomia, che è fuori questione, e al loro timbro, che è tagliente. Con l’asciutta precisione delle loro immagini e la semplicità della dizione, esse appartengono per natura al palcoscenico; ma l’intensità del sentimento era già un motivo più che sufficiente a metterle in corsa per la copertina di un libro.
Benché siano in effetti un diversivo rispetto alla sua attività principale, queste poesie offrono un’ottima occasione per dare una prima occhiata a colui che è stato, senza alcun dubbio, il più grande poeta inglese di questo secolo: è un’affermazione che si può fare con la coscienza tranquilla, ora che il secolo ha davanti a sé soltanto sei anni. Vi potrà capitare, certamente, di sentire opinioni differenti, ma dovete fidarvi dei vostri occhi. La superiorità di Auden rispetto ai suoi contemporanei è ovvia nella sua maestria tecnica, nella sua cultura e nella sua capacità di penetrare a fondo nella condizione umana. Ma è soprattutto evidente nell’enorme generosità del suo spirito e nell’intelligenza con cui viene incontro al lettore in ognuno (non è un’esagerazione) dei suoi versi.
Anche nei suoi momenti più bui Auden vi illumina e vi scalda il cuore. Per quanto il libro sia smilzo, nel chiuderlo sentirete e vi direte non quanto è grande questo poeta, ma quanto umani siete voi. Le sue poesie sono totalmente immuni da qualsiasi posa, e non vi parlano del poeta e dei suoi travagli ma vi dicono se potete farcela. Leggete, per non dire altro, Lullaby, As I Walked Out One Evening, O What Is That Sound, Funeral Blues, e ci sono molte probabilità che lo scopriate.
Se no, studiate l’inglese e leggete Auden nell’originale. È un suggerimento sensato, poche cose sono altrettanto sensate, perché in verità le poesie di Auden rendono più accettabile questa vita. Il dono di creare un tale effetto è raro nel nostro mondo, e conviene approfittarne. Evidentemente, composto come noi «of Eros and of Dust, / Beleaguered by the same negation and despair» («di Eros e di Polvere, / assediato dalla stessa negazione e disperazione»), egli era migliore di tutti noi, poeti e non poeti. Non c’è alcun motivo, per noi, di non sopportare ciò che egli sopportava. Merita di essere ascoltato, e non ve ne pentirete; e anzi, sì, se si può accettare la morte, è perché lui è morto.
IOSIF BRODSKIJ

Francis Turner – Edgar Lee Master

Constant Puyo, Im Schilf, 1903

 

Io non potevo correre né giocare
quand’ero ragazzo.
Quando fui uomo, potei solo sorseggiare alla coppa,
non bere —
perché la scarlattina mi aveva lasciato il cuore malato.
Eppure giaccio qui
blandito da un segreto che solo Mary conosce:
c’è un giardino di acacie,
di catalpe e di pergole addolcite da viti —
là, in quel pomeriggio di giugno
al fianco di Mary —
mentre la baciavo con l’anima sulle labbra,
l’anima d’improvviso mi fuggí.

Edgar Lee Master

(Traduzione di Fernanda Pivano)

da “Spoon River Anthology”, Einaudi Editore, 1943

∗∗∗

Francis Turner

I could not run or play
In boyhood.
In manhood I could only sip the cup,
Not drink —
For scarlet-fever left my heart diseased.
Yet I lie here
Soothed by a secret none but Mary knows:
There is a garden of acacia,
Catalpa trees, and arbors sweet with vines —
There on that afternoon in June
By Mary’s side —
Kissing her with my soul upon my lips
It suddenly took flight.

Edgar Lee Masters

da “Spoon River Anthology”, Mc Millan Company, New York, 1916

Notte Fedele e Virtuosa – Louise Glück

Louise Glück

 

La mia storia inizia in modo assai semplice: potevo parlare ed ero felice.
O: potevo parlare, quindi ero felice.
Oppure: ero felice, quindi parlavo.
Ero come una luce brillante che attraversa una stanza buia.

Se è così difficile iniziare, immagina cosa sarà finire –
Sul mio letto, lenzuola stampate con barche a vela colorate
suscitavano, simultaneamente, visioni di avventura (sotto forma di esplorazione)
e sensazioni di dolce dondolio, come di una culla.

Primavera, e le tende svolazzano.
Le brezze entrano nella stanza, portando i primi insetti.
Un ronzio come il suono delle preghiere.

Memorie
costitutive di una memoria vasta.
Punti di chiarezza in una nebbia, visibili a intermittenza,
come un faro il cui unico compito
è emettere un segnale.

Ma qual è veramente il messaggio del faro?
Questo è il nord, dice.
No: sono il tuo porto sicuro.

Con suo grande fastidio, ho condiviso questa stanza con mio fratello maggiore.
Per punirmi di esistere, mi ha tenuto sveglia, leggendo
storie di avventura alla luce gialla della lampada notturna.

Le abitudini di molto tempo fa: mio fratello dalla sua parte del letto,
sottomesso ma volontariamente,
la sua testa illuminata china sulle mani, il viso oscurato –

Nel momento di cui parlo,
mio fratello stava leggendo un libro che ha chiamato
La notte fedele e virtuosa.
Era la notte in cui lui leggeva, e io giacevo sveglia?
No – era una notte di molto tempo fa, un lago di oscurità in cui
apparve una pietra e dalla pietra
emergeva una spada.

Le impressioni andavano e venivano nella mia testa,
un debole ronzio, come insetti.
Quando non osservavo mio fratello, mi sdraiavo nel lettino che condividevamo
fissando il soffitto, – mai
la parte della stanza da me preferita. Mi ha ricordata
quello che non potevo vedere, il cielo ovviamente, ma più dolorosamente
i miei genitori seduti sulle nuvole bianche nei loro completi da viaggio bianchi.

Eppure anch’io viaggiavo
in questo caso impercettibilmente
da quella notte al mattino successivo,
e anch’io indossavo un abbigliamento speciale:
pigiama a righe.

Immagina se vuoi un giorno di primavera.
Una giornata innocua: il mio compleanno.
Al piano di sotto, tre regali sul tavolo della colazione.

In una scatola, fazzoletti stirati con monogramma.
Nella seconda scatola, matite colorate disposte
in tre file, come una fotografia scolastica.
Nell’ultima scatola, un libro intitolato La mia prima lettura.

Mia zia ha ripiegato la carta da regalo stampata;
i nastri venivano arrotolati in matasse ordinate.
Mio fratello mi ha consegnato una tavoletta di cioccolato
avvolta in carta argentata.

Poi, all’improvviso, ero sola.

Forse l’occupazione di una bambina molto piccola
è osservare e ascoltare:

In quel senso, tutti erano occupati –
Ho ascoltato i vari suoni degli uccelli che sfamavamo,
lo schiudersi delle tribù di insetti, i piccoli
che strisciano lungo il davanzale della finestra e in alto
la macchina da cucire di mia zia che trapana
buchi in una pila di vestiti –

Irrequieta, sei irrequieta?
Stai aspettando che il giorno finisca, che tuo fratello torni al suo libro?
Perché la notte ritorni, fedele, virtuosa,
a riparare, in breve, lo scisma tra
te e i tuoi genitori?

Questo, ovviamente, non è avvenuto subito.
Intanto, c’era il mio compleanno;
in qualche modo l’inizio luminoso divenne
l’interminabile punto centrale.

Mite per fine aprile. Gonfie
nuvole in alto, fluttuanti tra i meli.
Presi La mia prima lettura, che sembrava essere
una storia di due bambini: non riuscivo a leggere le parole.

A pagina tre apparve un cane.
A pagina cinque c’era una palla: uno dei bambini
la lanciò più in alto di quanto sembrasse possibile, dopodiché
il cane fluttuò nel cielo incontro alla palla.
Questa sembrava essere la storia.

Ho girato le pagine. Quando ho finito
ho ripreso a girare, quindi la storia ha assunto una forma circolare,
come lo zodiaco. Mi ha fatto girare la testa. La palla gialla

sembrava epicena, ugualmente
a suo agio nella mano del bambino e nella bocca del cane –

Sotto di me, mani che mi sollevavano.
Potevano essere le mani di chiunque,
un uomo, una donna.
Lacrime che cadono sulla mia pelle scoperta. Di chi sono le lacrime?
O eravamo fuori sotto la pioggia, in attesa che arrivasse la macchina?

La giornata era diventata instabile.
Squarci apparivano nell’ampio blu, o
più precisamente, improvvise nuvole nere
s’imposero sullo sfondo azzurro.

Da qualche parte, nel lontano passato,
mia madre e mio padre
stavano intraprendendo il loro ultimo viaggio,
mia madre bacia affettuosamente la neonata, mio padre
lanciando mio fratello in aria.

Mi sono seduta vicino alla finestra, alternando
la mia prima lezione di lettura con
uno sguardo al passare del tempo, la mia introduzione a
filosofia e religione.

Forse ho dormito. Quando mi sono svegliata
il cielo era mutato. Stava cadendo una leggera pioggia,
rendendo tutto molto fresco e nuovo –

Ho continuato a fissare
gl’incontri frenetici del cane
con la palla gialla, un oggetto
che presto sarebbe stato sostituito
da un altro oggetto, forse un peluche –

E poi all’improvviso si fece sera.
Ho sentito la voce di mio fratello
che chiamava per dire che era a casa.

Come sembrava vecchio, più vecchio di questa mattina.
Posò i suoi libri accanto al portaombrelli
e andò a lavarsi la faccia.
I polsini della sua uniforme scolastica
penzolavano sotto le ginocchia.

Non hai idea di quanto sia scioccante
per una bambina se
qualcosa di continuo si ferma.

In questo caso i suoni della stanza del cucito,
come un trapano, ma molto lontano –

Svanito. Il silenzio era ovunque.
E poi, nel silenzio, passi che risuonano.
E poi eravamo tutti insieme, mia zia e mio fratello.

Poi fu preparato il tè.
Al mio posto, una fetta di torta allo zenzero
e al centro della fetta,
una candela, da accendere più tardi.
Quanto sei tranquilla, disse mia zia.

Era vero –
i suoni non uscivano dalla mia bocca. Eppure
erano nella mia testa, espressi, forse,
come qualcosa di meno esatto, pensato forse,
anche se a quel tempo mi sembravano ancora suoni.

C’era qualcosa là dove non c’era stato niente.
O dovrei dire, non c’era niente
ma era stato contaminato da domande –

Le domande mi circondarono la testa; avevano una qualità
di essere organizzate in qualche modo, come i pianeti –

Fuori stava calando la notte. Era quella
la notte perduta, coperta di stelle, schizzata di luna,
come una sostanza chimica che conserva
tutto quel che è immerso in essa?

Mia zia aveva acceso la candela.

L’oscurità aveva invaso la terra
e sul mare galleggiava la notte
legata a una tavola di legno –

Se avessi potuto parlare, cosa avrei detto?
Penso che avrei voluto dire
addio, perché in un certo senso
era un addio –

Ebbene, cosa potevo fare? Non ero
più una bambina.

Ho trovato confortante l’oscurità.
Potevo vedere, vagamente, il blu e il giallo
barche a vela sulla federa.

Ero sola con mio fratello;
siamo sdraiati al buio, respirando insieme,
l’intimità più profonda.

Mi era venuto in mente che tutti gli esseri umani sono divisi
in coloro che desiderano andare avanti
e quelli che vogliono tornare indietro.
Oppure si potrebbe dire, quelli che desiderano continuare a muoversi
e quelli che vogliono essere fermati sulle loro tracce
come dalla spada fiammeggiante.

Mio fratello mi prese la mano.
Presto anche questo sarebbe volato via
anche se forse, nella mente di mio fratello,
sarebbe sopravvissuto diventando immaginario –

Avendo finalmente iniziato, come fermarsi?
Suppongo che posso semplicemente aspettare di essere interrotta
come nel caso dei miei genitori da un grande albero –
la zattera, per così dire, sarà passata
per l’ultima volta tra le montagne.
Qualcosa, dicono, come addormentarsi,
cosa che mi accingo a fare.

Il giorno dopo potei parlare di nuovo.
Mia zia era felicissima –
sembrava che la mia felicità fosse
passata in lei, ma allora
ne aveva più bisogno, aveva due figli da crescere.

Ero soddisfatta del mio rimuginare.
Ho passato le mie giornate con le matite colorate
(Ho esaurito presto i colori più scuri)
anche se quello che ho visto, come ho detto a mia zia,
era meno un resoconto fattuale del mondo
che una visione della sua trasformazione
susseguente al passaggio attraverso il vuoto di me stessa.

Qualcosa, ho detto, come il mondo in primavera.

Quando non ero preoccupata per il mondo
disegnavo la figura di mia madre
per cui mia zia ha posato,
reggendo, su mia richiesta,
un ramoscello di sicomoro.

Quanto al mistero del mio silenzio:
sono rimasta perplessa
meno per la scomparsa della mia anima che
per il suo ritorno, poiché è tornata a mani vuote –

Quanto è profonda questa anima,
come una bambina in un grande magazzino,
che cerca sua madre –

Forse è come un subacqueo
con aria nel serbatoio sufficiente soltanto
ad esplorare le profondità per qualche minuto o giù di lì, –
poi i polmoni lo rimandano indietro.

Ma qualcosa, ne ero sicura, si opponeva ai polmoni,
forse un desiderio di morte
(Uso la parola anima come compromesso).

Ovviamente, in un certo senso non ero a mani vuote:
Avevo le mie matite colorate.
In un altro senso, questo è il mio punto:
avevo accettato dei sostituti.

È stato difficile usare i colori vivaci,
quelli rimasti, anche se mia zia li preferiva ovviamente –
pensava che tutti i bambini dovessero essere spensierati.

E così il tempo è passato: sono diventata
giovane come mio fratello, poi
una persona.

Penso che qui ti lascerò. Così sembra
che non ci sia un finale perfetto.
In effetti, ci sono infiniti finali.
O forse, una volta che si inizia,
ci sono solo finali.

Louise Glück

(TRADUZIONE DI MARCELLO COMITINI)
ALTRE POESIE DI LOUISE GLÜCK TRADOTTE DA MARCELLO COMITINI

∗∗∗

Faithful and Virtuous Night

My story begins very simply: I could speak and I was happy.
Or: I could speak, thus I was happy.
Or: I was happy, thus speaking.
I was like a bright light passing through a dark room.

If it is so difficult to begin, imagine what it will be to end—
On my bed, sheets printed with colored sailboats
conveying, simultaneously, visions of adventure (in the form of exploration)
and sensations of gentle rocking, as of a cradle.

Spring, and the curtains flutter.
Breezes enter the room, bringing the first insects.
A sound of buzzing like the sound of prayers.

Constituent
memories of a large memory.
Points of clarity in a mist, intermittently visible,
like a lighthouse whose one task
is to emit a signal.

But what really is the point of the lighthouse?
This is north, it says.
Not: I am your safe harbor.

Much to his annoyance, I shared this room with my older brother.
To punish me for existing, he kept me awake, reading
adventure stories by the yellow nightlight.

The habits of long ago: my brother on his side of the bed,
subdued but voluntarily so,
his bright head bent over his hands, his face obscured—

At the time of which I’m speaking,
my brother was reading a book he called
the faithful and virtuous night.
Was this the night in which he read, in which I lay awake?
No—it was a night long ago, a lake of darkness in which
a stone appeared, and on the stone
a sword growing.

Impressions came and went in my head,
a faint buzz, like the insects.
When not observing my brother, I lay in the small bed we shared
staring at the ceiling—never
my favorite part of the room. It reminded me
of what I couldn’t see, the sky obviously, but more painfully
my parents sitting on the white clouds in their white travel outfits.

And yet I too was traveling,
in this case imperceptibly
from that night to the next morning,
and I too had a special outfit:
striped pyjamas.

Picture if you will a day in spring.
A harmless day: my birthday.
Downstairs, three gifts on the breakfast table.

In one box, pressed handkerchiefs with a monogram.
In the second box, colored pencils arranged
in three rows, like a school photograph.
In the last box, a book called My First Reader.

My aunt folded the printed wrapping paper;
the ribbons were rolled into neat balls.
My brother handed me a bar of chocolate
wrapped in silver paper.

Then, suddenly, I was alone.

Perhaps the occupation of a very young child
is to observe and listen:

In that sense, everyone was occupied—
I listened to the various sounds of the birds we fed,
the tribes of insects hatching, the small ones
creeping along the windowsill, and overhead
my aunt’s sewing machine drilling
holes in a pile of dresses—

Restless, are you restless?
Are you waiting for day to end, for your brother to return to his book?
For night to return, faithful, virtuous,
repairing, briefly, the schism between
you and your parents?

This did not, of course, happen immediately.
Meanwhile, there was my birthday;
somehow the luminous outset became
the interminable middle.

Mild for late April. Puffy
clouds overhead, floating among the apple trees.
I picked up My First Reader, which appeared to be
a story about two children—I could not read the words.

On page three, a dog appeared.
On page five, there was a ball—one of the children
threw it higher than seemed possible, whereupon
the dog floated into the sky to join the ball.
That seemed to be the story.

I turned the pages. When I was finished
I resumed turning, so the story took on a circular shape,
like the zodiac. It made me dizzy. The yellow ball

seemed promiscuous, equally
at home in the child’s hand and the dog’s mouth—

Hands underneath me, lifting me.
They could have been anyone’s hands,
a man’s, a woman’s.
Tears falling on my exposed skin. Whose tears?
Or were we out in the rain, waiting for the car to come?

The day had become unstable.
Fissures appeared in the broad blue, or,
more precisely, sudden black clouds
imposed themselves on the azure background.

Somewhere, in the far backward reaches of time,
my mother and father
were embarking on their last journey,
my mother fondly kissing the new baby, my father
throwing my brother into the air.

I sat by the window, alternating
my first lesson in reading with
watching time pass, my introduction to
philosophy and religion.

Perhaps I slept. When I woke
the sky had changed. A light rain was falling,
making everything very fresh and new—

I continued staring
at the dog’s frantic reunions
with the yellow ball, an object
soon to be replaced
by another object, perhaps a soft toy—

And then suddenly evening had come.
I heard my brother’s voice
calling to say he was home.

How old he seemed, older than this morning.
He set his books beside the umbrella stand
and went to wash his face.
The cuffs of his school uniform
dangled below his knees.

You have no idea how shocking it is
to a small child when
something continuous stops.

The sounds, in this case, of the sewing rroom,
like a drill, but very far away—

Vanished. Silence was everywhere.
And then, in the silence, footsteps.
And then we were all together, my aunt and my brother.

Then tea was set out.
At my place, a slice of ginger cake
and at the center of the slice,
one candle, to be lit later.
How quiet you are, my aunt said.

It was true—
sounds weren’t coming out of my mouth. And yet
they were in my head, expressed, possibly,
as something less exact, thought perhaps,
though at the time they still seemed like sounds to me.

Something was there where there had been nothing.
Or should I say, nothing was there
but it had been defiled by questions—

Questions circled my head; they had a quality
of being organized in some way, like planets—

Outside, night was falling. Was this
that lost night, star-covered, moonlight-spattered,
like some chemical preserving
everything immersed in it?

My aunt had lit the candle.

Darkness overswept the land
and on the sea the night floated
strapped to a slab of wood—

If I could speak, what would I have said?
I think I would have said
goodbye, because in some sense
it was goodbye—

Well, what could I do? I wasn’t
a baby anymore.

I found the darkness comforting.
I could see, dimly, the blue and yellow
sailboats on the pillowcase.

I was alone with my brother;
we lay in the dark, breathing together,
the deepest intimacy.

It had occurred to me that all human beings are divided
into those who wish to move forward
and those who wish to go back.
Or you could say, those who wish to keep moving
and those who want to be stopped in their tracks
as by the blazing sword.

My brother took my hand.
Soon it too would be floating away
though perhaps, in my brother’s mind,
it would survive by becoming imaginary—

Having finally begun, how does one stop?
I suppose I can simply wait to be interrupted
as in my parents’ case by a large tree—
the barge, so to speak, will have passed
for the last time between the mountains.
Something, they say, like falling asleep,
which I proceeded to do.

The next day, I could speak again.
My aunt was overjoyed—
it seemed my happiness had been
passed on to her, but then
she needed it more, she had two children to raise.

I was content with my brooding.
I spent my days with the colored pencils
(I soon used up the darker colors)
though what I saw, as I told my aunt,
was less a factual account of the world
than a vision of its transformation
subsequent to passage through the void of myself.

Something, I said, like the world in spring.

When not preoccupied with the world
I drew pictures of my mother
for which my aunt posed,
holding, at my request,
a twig from a sycamore.

As to the mystery of my silence:
I remained puzzled
less by my soul’s retreat than
by its return, since it returned empty-handed—

How deep it goes, this soul,
like a child in a department store,
seeking its mother—

Perhaps it is like a diver
with only enough air in his tank
to explore the depths for a few minutes or so—
then the lungs send him back.

But something, I was sure, opposed the lungs,
possibly a death wish—
(I use the word soul as a compromise).

Of course, in a certain sense I was not empty-handed:
I had my colored pencils.
In another sense, that is my point:
I had accepted substitutes.

It was challenging to use the bright colors,
the ones left, though my aunt preferred them of course—
she thought all children should be lighthearted.

And so time passed: I became
a boy like my brother, later
a man.

I think here I will leave you. It has come to seem
there is no perfect ending.
Indeed, there are infinite endings.
Or perhaps, once one begins,
there are only endings.

Louise Glück

da “Faithful and Virtuous Night”, Farrar, Straus and Giroux, 2014

La verità, vi prego, sull’amore – Wystan Hugh Auden

Robert Doisneau, Le baiser de l’Hôtel de Ville, Paris, 1950

 

Dicono alcuni che amore è un bambino
            e alcuni che è un uccello,
alcuni che manda avanti il mondo
            e alcuni che è un’assurdità
e quando ho domandato al mio vicino,
           che aveva tutta l’aria di sapere,
sua moglie si è seccata e ha detto che
           non era il caso, no.

Assomiglia a una coppia di pigiami
   o al salame dove non c’è da bere?
Per l’odore può ricordare i lama
   o avrà un profumo consolante?
È pungente a toccarlo, come un prugno
   o è lieve come morbido piumino?
È tagliente o ben liscio lungo gli orli?
   La verità, vi prego, sull’amore.

I manuali di storia ce ne parlano
           in qualche noticina misteriosa,
ma è un argomento assai comune
          a bordo delle navi da crociera;
ho trovato che vi si accenna nelle
          cronache dei suicidi
e l’ho visto persino scribacchiato
          sul retro degli orari ferroviari.

Ha il latrato di un alsaziano a dieta
   o il bum-bum di una banda militare?
Si può farne una buona imitazione
   su una sega o uno Steinway da concerto?
Quando canta alle feste è un finimondo?
   Apprezzerà soltanto roba classica?
Smetterà se si vuole un po’ di pace?
   La verità, vi prego, sull’amore.

Sono andato a guardare nel bersò
          lì non c’era mai stato;
ho esportato il Tamigi a Maidenhead,
          e poi l’aria balsamica di Brighton.
Non so che cosa mi cantasse il merlo,
          o che cosa dicesse il tulipano,
ma non era nascosto nel pollaio
          e non era nemmeno sotto il letto.

Sa fare delle smorfie straordinarie?
   Sull’altalena soffre di vertigini?
Passerà tutto il suo tempo alle corse
   o strimpellando corde sbrindellate?
Avrà idee personali sul denaro?
   È un buon patriota o mica tanto?
Ne racconta di allegre, anche se spinte?
   La verità, vi prego, sull’amore.

Quando viene, verrà senza avvisare,
   proprio mentre sto frugando il naso?
Busserà la mattina alla mia porta
   o là sul bus mi pesterà un piede?
Accadrà come quando cambia il tempo?
   Sarà cortese o spiccio il suo saluto?
Darà una svolta a tutta la mia vita?
   La verità, vi prego, sull’amore.

Wystan Hugh Auden

(Traduzione di Gilberto Forti)

da “W. H. Auden, La verità, vi prego, sull’amore”, Adelphi Edizioni, 1994

∗∗∗

O Tell Me The Truth About Love 

Some say love’s a little boy,
          And some say it’s a bird,
Some say it makes the world go round,
          Some say that’s absurd,
And when I asked the man next-door,
          Who looked as if he knew,
His wife got very cross indeed,
           And said it wouldn’t do.

Does it look like a pair of pyjamas,
   Or the ham in a temperance hotel?
Does its odour remind one of llamas,
   Or has it a comforting smell?
Is it prickly to touch as a hedge is,
   Or soft as eiderdown fluff?
Is it sharp or quite smooth at the edges?
   O tell me the truth about love.

Our history books refer to it
           In cryptic little notes,
It’s quite a common topic on
          The Transatlantic boats;
I’ve found the subject mentioned in
          Accounts of suicides,
And even seen it scribbled on
          The backs of railway guides.

Does it howl like a hungry Alsatian,
   Or boom like a military band?
Could one give a first-rate imitation
   On a saw or a Steinway Grand?
Is its singing at parties a riot?
   Does it only like Classical stuff?
Will it stop when one wants to be quiet?
   O tell me the truth about love.

I looked inside the summer-house;
          It wasn’t even there;
I tried the Thames at Maidenhead,
          And Brighton’s bracing air.
I don’t know what the blackbird sang,
          Or what the tulip said;
But it wasn’t in the chicken-run,
          Or underneath the bed.

Can it pull extraordinary faces?
   Is it usually sick on a swing?
Does it spend all its time at the races,
   or fiddling with pieces of string?
Has it views of its own about money?
   Does it think Patriotism enough?
Are its stories vulgar but funny?
   O tell me the truth about love.

When it comes, will it come without warning
   Just as I’m picking my nose?
Will it knock on my door in the morning,
   Or tread in the bus on my toes?
Will it come like a change in the weather?
   Will its greeting be courteous or rough?
Will it alter my life altogether?
   O tell me the truth about love.

Wystan Hugh Auden

da “Wystan Hugh Auden, Collected Poems”, Random House, 1976 

Il grande poeta ritorna – Mark Strand

Mark Strand

 

Quando la luce si riversò da uno spiraglio fra le nubi,
capimmo che il grande poeta si sarebbe mostrato. E così fu.
Scese da una limousine con le gomme bianche e i vetri
fumé, quindi, con andatura nitida e felpata,
entrò nella hall. Si fece silenzio. Aveva ali grandi.
Il taglio dell’abito, la larghezza della cravatta, erano datati.
Quando prese la parola, l’aria parve sbiancata da grida immaginarie.
Il tarlo del desiderio penetrò nel cuore di tutti i presenti.
Avevano le lacrime agli occhi. Il grande era al massimo.
«Non c’è  fretta», disse concludendo la lettura, «la fine
del mondo è solo la fine del mondo che conoscete».
Tipico di lui, pensarono tutti. Poi non lo si vide più,
e il mondo fu vuoto. Faceva freddo e l’aria era ferma.
Ditemi, voi laggiù, cos’è poi la poesia?
            È possibile morire senza averne almeno un po’?

Mark Strand

(Traduzione di Damiano Abeni)

da “Tormenta al singolare, 1988”, in “L’inizio di una sedia”, Donzelli Poesia, 1999

∗∗∗

The Great Poet Returns

When the light poured down through a hole in the clouds,
We knew the great poet was going to show. And he did.
A limousine with all-white tires and stained-glass windows
Dropped him off. And then, with a clear and soundless fluency,
He strode into the hall. There was a hush. His wings were big.
The cut of his suit, the width of his tie, were out of date.
When he spoke, the air seemed whitened by imagined cries.
The worm of desire bore into the heart of everyone there.
There were tears in their eyes. The great one was better than ever.
«No need to rush,» he said at the close of the reading, «the end
Of the world is only the end of the world as you know it».
How like him, everyone thought. Then he was gone,
And the world was a blank. It was cold and the air was still.
Tell me, you people out there, what is poetry anyway?
                         Can anyone die without even a little?

Mark Strand

da “Blizzard of One”, New York: Alfred A. Knopf, 1988