«Sempre affacciato a una finestra io sono» – Sandro Penna

 

Sempre affacciato a una finestra io sono,
io della vita tanto innamorato.
Unir parole ad uomini fu il dono
breve e discreto che il cielo mi ha dato.

Sandro Penna

da “Stranezze”, 1957-1976, in “Sandro Penna, Poesie”, Garzanti, 1987

«Tu sei per me una creatura triste» – Cesare Pavese

Ellen Auerbach / Grete Stern – Klärchen, 1931

 

Tu sei per me una creatura triste,
un fiore labile di poesia,
che, nell’istante stesso che lo godo
e tento inebriarmene,
sento fuggire lontano
tanto lontano,
per la miseria dell’anima mia,
la mia miseria triste.
Quando ti stringo pazzamente al cuore
e ti suggo la bocca,
a lungo, senza posa,
sono triste, bambina,
perché sento il mio cuore tanto stanco
di amarti cosí male.
Tu mi dài la tua bocca
e insieme ci sforziamo di godere
il nostro amore che sarà mai lieto
perché l’anima in noi è troppo stanca
dei sogni già sognati.
Ma sono io sono io il vile,
e tu sei tanto in alto
che, quando penso a te,
non mi resta che struggermi d’amore
per quel poco di gioia che mi dài,
non so se per capriccio o per pietà.
La tua bellezza è una bellezza triste
quale avrei mai osato di sognare,
ma, come tu mi hai detto, è solo un sogno.
Quando ti parlo le cose piú dolci
e ti stringo al mio cuore
e tu non pensi a me,
hai ragione, bambina:
io sono triste triste e tanto vile.
Ecco, tu sei per me
null’altro che una fragile illusione
dai grandi occhi di sogno,
che per un’ora mi si stringe al cuore
e mi ricolma tutto
di cose dolci, piene di rimpianto.
Cosí mi accade quando stancamente
mi struggo a infondere nei versi lievi
un mio spasimo triste.
Un fiore labile di poesia,
nulla di piú, mio amore.
Ma tu non sai, bambina,
e mai saprai ciò che mi fa soffrire.
Continuerò, piccolo fiore biondo,
che hai già tanto sofferto nella vita,
a contemplarti il viso che ti piange
anche quando sorride
– oh la dolcezza triste del tuo viso!
non saprai mai, bambina –
continuerò a adorare accanto a te
le tue piccole membra melodiose
che han la dolcezza della primavera
e son tanto struggenti e profumate
che io quasi impazzisco
al pensiero che un altro le amerà
stringendole al suo corpo.
Continuerò a adorarti,
e a baciarti e a soffrire,
finché tu un giorno mi dirai che tutto
dovrà essere finito.
E allora tu non sarai piú lontana
e non mi sentirò piú stanco il cuore,
ma urlerò dal dolore
e ribacerò in sogno
e mi stringerò al petto
l’illusione svanita.
E scriverò per te,
per il tuo ricordo straziante
pochi versi dolenti
che tu non leggerai piú.
Ma a me staranno atroci
inchiodati nel cuore
per sempre.

Cesare Pavese

[4 settembre 1927]

da “Prima di «Lavorare stanca» (1923-1930)”, in “Cesare Pavese, Le poesie”, Einaudi, Torino, 1998

Il corvo bianco – Piero Bigongiari

Elisabeth Sommerville

 

Un’illusione verde giù dal nero
dei graticci si espande, su dal nero
rugoso: gravità dell’illusione
senza centro nel sole, primavera,
mia primavera ultima, mia prima,
tornata tra gli spini della terra
a strisciare tra i dumi e le ombre forti
dei candori nevati: i prati attendono
il bramito dei cervi, il polverio
fresco del bosco entro cui batte il picchio
frenetico ed il vento par di brina.
Aprite, stelle, l’occhio nella notte
del cuore, rivelatevi, illusioni,
lasciate il ramo, scendete scendete
a terra ancora verdi, non col secco
sgrigliolio rosseggiante dell’autunno.
Il corvo bianco beccherà tra l’erba
d’un’eterna stagione: sarà un fiocco
di neve mossa dall’alto dei cieli.
Batte il martello sulle assi schiodate.
Dove siete andate, primavere,
a fiorire?

Piero Bigongiari

12 maggio ’54

da “Tutte le poesie”, 1933-1963, a cura di Paolo Fabrizio Iacuzzi, Le Lettere, Firenze, 1994

Questa edizione, rispetto a quella mondadoriana di “Stato di cose” presenta, proprio in chiusura, due versi in più: «Dove siete andate, primavere, / a fiorire?». La spiegazione ci viene data da Bigongiari stesso nella Postilla finale a TP: «In questa edizione ne varietur ho apportato alcune varianti, se così si possono definire alcune addizioni di versi a completamento del senso che il testo poetico ha proposto ma non aveva portato al suo significato compiuto» (TP, p. 372). E non c’è dubbio che i due versi aggiunti siano indispensabili al “completamento del senso”.

Dare acqua alla pianta del sognare – Elisa Biagini

(dialogo con Paul Celan)
Esperimento di dialogo attivo con un poeta amato: testi costruiti intorno a singoli versi del poeta tedesco, allontanati dal contesto originario e usati come micce per scatenare una nuova deflagrazione poetica.

 

Mi si chiudono
le notti dentro
il palmo,
                ti tocco
e sei d’inchiostro.

Troppe cose già dette,
troppo già respirato,

nel palmo
solo una pietra risputata,
piccola come
una mandorla

(il dolce è troppo
nascosto e troppo
duro il guscio).

Contami tra le mandorle 1

     Zähle mich zu den Mandeln

La lingua vola ovunque, rotola,
gettala via, gettala via,
e cosí la riavrai 2:
sarà un frullare d’orecchio,
un’ala che s’apre a misurare il cielo.

     2 wirf sie weg, wirf sie weg, | dann hast du sie wieder

Quando la bocca
sputa la parola,
c’è un tempo, un
tra «me e te»,
che è una zolla
affettata dalla lama,
verme che poi
ritrova vita.

Questo torcersi di
piedi, come il cammino
in sogno, come
il racconto in
un orecchio
già di vetro.

Con gli occhi-
forbici 3 ti ritaglio
il profilo, ti fermo
con la lama di tempo
che mai fa ruggine.

     3 mit den Augen | -schere

– Quanto divelto torna di nuovo insieme –
il nome, il nome, la mano, la mano 4:

sulla mia mano
poggia la foglia
che a questa luce
non cresce:

mettile un guanto
che il vento la sbuccia,
mettila in tasca
che da qui non rinasca.

     4 was abriß, wächst wieder zusammen | … den Namen, den Namen, die Hand, die Hand

Scolami via,
scagliati fuori 5,
qui è solo specchio
che brucia, sole nero
dove rotolano lettere.

     5 Sink mir weg… wirf dich | aus

La scapola è già l’ascia
tavoletta di leggi non scritte:
affatica l’abbraccio
impiglia l’indicare
torce il crescere.

È tutto diverso, da come tu pensi, da come io penso 6,
eppure sotto la pelle c’è luce
intermittente, s’attiva alla
tua unghia-consonante, al dito
allungato della voce.

     6 Es ist alles anders, als du es dir denkst, als ich es mir denke

Piena è la borsa dell’occhio
di monete di tempo:
la tasca è cosí aperta
in queste ore che
sento il tintinnare.

Le mie, le tue
labbra, sono
le feritoie
dove cadono
monete, chiavi
di porte che
si aprono altrove.

Contaci me
tra quelli a
cui è venuta
meno la
parola, per
troppa luce,

fra quelli
che si contano
le dita
all’incontrario.

Le dita tutt’occhi
per sentirti nuotare,
annegare,
pensieri miei
tinti dal rumore d’api,

la voce tua
sale dall’acqua:
ha buccia di spillo.

Sullo spigolo del
congedo 7 mi sbuccio
il respirare.
Il fiato
rammendato col
filo piú scuro:
d’abbandono.

    7 am Abschieds- | grat

Se l’occhio
minerale t’avvicina,
ti attorcigli,
fossile nella montagna.

«Mi è, presso estranei, difficile il sonno».

qui cadono uova
di sonno, dai
bianchi che non
montano
                  (perché io
insisto le mani
in tasche di pietra?)

Io so da dove,
io dimentico, da dove 8

parliamoci
come tolte
le calze, prima che
la lingua collassi
e ci s’inciampi:
il disegno del
suono è tra le
dita.

     8 weiß ich, woher | vergeß ich, woher

Un fiammifero usato
ti solleva la palpebra,
ti cerca lo specchio di
retina, la rete coi
pesci-memorie.

Si parla buio
che appiccica il
respiro, si parla
vetro che buca
la carta:
ascolta
con la bocca 9,
guardati nel tuo specchio
con l’orecchio.

    9 hör dich ein | mit dem Mund

È la pausa dell’orologio
scarico, il cuore dentato 10
a cui il bavero
resta impigliato,

tu, bottone infilzato.

    10 Herzzähnen

Appoggio la fronte
sul vetro, guardo nella
notte delle tue parole 11,
la voce s’imbianca di
silenzio, le ombre
s’infittiscono tra i denti:
io sono te, quando io io sono 12.

     11 Nacht deiner Worte
     12 ich bin du, wenn ich ich bin

Ho le orecchie
confuse come api
per tutto il tuo
liquido silenzio, i lobi
fazzoletti annodati:
poggio il capo
sul cuscino piú nero 13.

      13 nach schwarzerem Pfühl

Ho sedie nel petto,
vuote, per ospitare
respiri piú pesi di
libri, bolle d’aria
risucchiate d’ombra,
un guscio nero
(dice il vero chi dice ombra) 14.

      14 wahr spricht, wer Schatten spricht

Respiro di mandorla,
guscio-botola alla gola:

respiro d’amaro
che tossisci,
t’ingolfi, ti lacrima
a tratti

l’ombelico.

Mettigli questa parola sulla palpebra 15:

le lettere scivoleranno nella

ruga di luce, daranno acqua

alla pianta del sognare.

     15 Leg ihm dies Wort auf die Lider

Questo tuo sbadigliare
è rumoroso alle orecchie
dei morti.

                   Vogliono
il tondo dell’ossigeno
per rimpastare il respiro,

vogliono parlarti
col rosso di labbro.

Cammino per
sottrazione
ed il respiro inciampa,
gli vengono guance
color del sale.

E la carta crepita
vicino all’osso,
segna di bianco
il dito.

La saliva non usata prima

chiude le fessure tra i
denti, poi mura la

lingua al palato.

C’è uno che ha i miei occhi 16
li strizza come spugna dopo
i piatti, li tira come lenzuoli,
li incastra a fermare le porte

e da qui ogni passaggio
è amaro, come di un vento
che ti soffia dritto in bocca.

     16 Es ist einer, der hat meine Augen

Finché c’è pietra
ci sarà materia
per un’altra di mano,
che trattenga la pagina
in questo vento di
lame annebbiate.

A questa luce
il tuo viso
è tazza dove
converge
il latte di brivido,
dove si leggono
saturno e luna.

Ci sfioriamo
le rotule, bottoni
che aprono la
tasca del piede,
vicini e inafferrabili.

E intanto
l’altro sole
scende e
per metà
è già notte.
dormi?
dormi 17.

     17 schläfst du? | schlaf

È una voce
che scricchiola
la mia, come
tavola troppo
apparecchiata,
come persiana
da lungo tempo
chiusa.

Quando ti parlo
sale la terra
in bocca:
                 muta
ma non silenziosa,
mi attraverso di
suono, faccio
cassa al
fruscio nella
testa.

Mi entri il
sonno e
scivoli come
gruccia nella
manica
              che poi
non si piega il
polmone, poi
la mano piú
non tocca il
foglio.

Ci sarà un occhio ancora,
uno 18, da cui scende
il filo d’acciaio dell’
attesa, lega per
pentole d’infinito
bollire, per orli
che sempre
s’impigliano.

     18 Es wird noch ein Aug sein, | ein fremdes

Cresce il tuo
piede che
non cede

e l’unghia
si tinge color
del rimanere.

La crepa che da te
parte, segna
il passo al
vicino.

Elisa Biagini

da “Da una crepa”, Einaudi, Torino, 2014

Delta – Eugenio Montale

Foto di Gerard Laurenceau

 

La vita che si rompe nei travasi
secreti a te ho legata:
quella che si dibatte in sé e par quasi
non ti sappia, presenza soffocata.

Quando il tempo s’ingorga alle sue dighe
la tua vicenda accordi alla sua immensa,
ed affiori, memoria, più palese
dall’oscura regione ove scendevi,
come ora, al dopopioggia, si riaddensa
il verde ai rami, ai muri il cinabrese.

Tutto ignoro di te fuor del messaggio
muto che mi sostenta sulla via:
se forma esisti o ubbia nella fumea
d’un sogno t’alimenta
la riviera che infebbra, torba, e scroscia
incontro alla marea.

Nulla di te nel vacillar dell’ore
bige o squarciate da un vampo di solfo
fuori che il fischio del rimorchiatore
che dalle brume approda al golfo.

Eugenio Montale

da “Meriggi e ombre”, in “Ossi di seppia”, Piero Gobetti Editore, Torino, 1925