«Ho toccato stanotte» – Daniele Piccini

Rudolf Bonvie, Dialog, 1973

 

Ho toccato stanotte
i confini del cosmo,
di là una coltre lattiginosa,
il vuoto a confinarlo.
Qui cominciò la nenia, qui finisce:
il campo estremo non più coltivato
e poi più niente, il ricordo s’arresta
dove principia – sempre.
Fa’ che chiuda, fa’ che chiuda le mani
a stringere qualcosa, fosse pure
la mano di qualcuno andato via
ma che lasci la traccia nella mano,
fa’ che ci sia, tra una lucciola e l’altra,
ancora la mia vita.

Daniele Piccini

da “Inizio fine”, Crocetti Editore, 2021

«Non chiedermi parole, oggi non bastano» – Maria Luisa Spaziani

André Kertész, Untitled, Toronto, 1981

 

Non chiedermi parole, oggi non bastano.
Stanno nei dizionari: sia pure imprevedibili
nei loro incastri, sono consunte voci.
È sempre un prevedibile dejà vu.

Vorrei parlare con te − è lo stesso con Dio −
tramite segni umbratili di nervi,
elettrici messaggi che la psiche
trae dal cuore dell’universo.

Un fremere d’antenne, un disegno di danza,
un infinitesimo battere di ciglia,
la musica-ultrasuono che nemmeno
immaginava Bach.

Maria Luisa Spaziani

da “La traversata dell’oasi”, poesie d’amore 1998-2001, Milano, Mondadori, 2002

Aspettativa – Valentino Zeichen

Giovanni Boldini, Sulla panchina del Bois, 1872, collezione privata

 

Di ieri in ieri
di domani in domani
i secondi curvano lungo
la circonferenza dell’attesa
circuendo più volte il nulla.

Il mio capo non trova posizione
in nessuna geografia
e si volge alterno
al passato e al futuro facendo capolino;
il suo cruccio è non sapere
da quale parte, semmai, verrai.

Valentino Zeichen

da “Pagine di gloria”, Guanda, Milano, 1983

In endecasillabi – Giuseppe Conte

Foto di Alexandra Kirievskaya

 

A sedici anni, lettore poiché era giusto
allora soltanto di Catullo e di Shakespeare
scrissi per una compagna di liceo
versi come «Nessuna donna mai
fu amata tanto,/ quanto tu sei…»
Dio, non sapevo niente di donne, di amore.
Quella ragazzina bruna, dalle labbra
sporgenti, gli occhi grandi come
due albicocche, ci erano usciti tutti
con lei, fuorché io, il suo cantore.
Io la guardavo, sperduto. Come avrei
voluto abbracciarla, tempestarle
il capo di quel segreto che erano i baci.
Io la guardavo a scuola, per strada,
la domenica alla messa nella Chiesa
detta dai frati. Poi tornavo a casa, aprivo
i libri, Lesbia, Rosalind, Ofelia
e lei, e i sogni su lei, in endecasillabi.

Giuseppe Conte

da “Dialogo del poeta e del messaggero”, “Il Nuovo Specchio” Mondadori, 1992

Tu non vivi fra queste piante… – Amelia Rosselli

Francesca Woodman, Untitled, 1976

 

Tu non vivi fra queste piante che s’attorcigliano
attorno a questo mio piede senza vasi,
e non hai nella tua linea alcuna canzone per
questi miei versi sterili ora che tu non
avvicini le tue labbra strette a questo mio
corpo ombrato.

Tu non appari a chiarire il mistero della
tua non-presenza, tu non stimoli i fiori
in corona attorno al mio polso, rotto perché
non posso tenerti vicino. La luna ha anch’essa
un pendio misericordioso ma tu non agganci
stretti fili alla mia mano che tanto lontana
non può sollevare i pesi dalla tua testa
rotta dai singulti.

Temo di fare con la mia presenza scempio
delle occasioni, ora che tu non rinverdisci
l’orizzonte. Temo di apparire strana, confusa
a belare quest’incomprensione. Temo di stendere
vigne vuote sul tuo piede scarlatto. Non
ho altro sorso dalle tue arse labbra che
questo mio empio mistero, noia del giorno
spaccato in mille schegge.

Amelia Rosselli

da “Variazioni Belliche”, 1960-1961, in “Amelia Rosselli, L’opera poetica”, “I Meridiani” Mondadori, 2002