Donne e sguardi – Valentino Zeichen

Foto di Marta Bevacqua

I

L’occhio del mio primo amore
mi fissava e inverdiva per gradi;
io gli corrispondevo arrossendo,
misi del tempo a comprendere che
si trattava di quello magico
del mio apparecchio radio,
impareggiabile Mende;
se al posto di uno solo
ne avesse avuti almeno due,
avrei dovuto ricorrere all’analisi
per farmi smagnetizzare
dal loro incantesimo.

* * *

II

Arbitro un dialogo tra donne,
ma nulla pare meno estraneo
del pretestuoso soggetto che
forzatamente le intrattiene.
La più adusa alla scaltrezza
si sgancia dal finto argomento
e inserisce la conversazione automatica
fatta di monosillabi e finti assensi;
l’altra si prodiga ingenuamente
avendo nella bellezza fisica
una dimostrazione inconfutabile;
mentre uno sguardo retrostante
la sviscera anatomicamente
con sottintesi carichi di turpiloquio.

* * *

III

Se fossi capace d’emulazione
guarderei le donne
con gli occhi delle loro sorelle;
carpirei qualche risibile segreto
che in presenza degli uomini:
queste e quelle sanno
nascondere nell’impensabile;
in ciò, simili alla natura,
esse non si curano
di trovargli un nome.

* * *

IV

Le donne si guardano in cagnesco
incuranti dell’infinito che svanisce
oltre la dogana dell’orizzonte.
Prima si gettano polvere negli occhi
poi affiorano le vere munizioni
che mettono fine alla tregua;
s’infilzano l’una con l’altra
con le invisibili frecce
dalle velenose allusioni:
pur nelle reciproche offese
una simpatia naturale le unisce.

* * *

V

La puerilità degli sguardi maschili
partisce i corpi femminili
in lucrosi dettagli, che
nelle fantasie erotiche
sprovviste di senso estetico,
si gonfiano a dismisura.
Tale pratica oscena ci accomuna
all’insulsaggine dei caricaturisti.

* * *

VI

Molte donne ospitano negli occhi
dei piccoli musei preistorici:
microcosmi di eventi universali
che fluttuano nell’acquario dell’iride;
animali e vegetali ormai fossili,
ominidi di altre ere;
embrioni di specie future
orbitano intorno alle loro pupille
in un ballo che li trascina via.
La vista dell’inconscio è insostenibile,
si arretra abbassando lo sguardo: è
d’obbligo l’inchino, porgendo
infinite scuse alle signore.

* * *

VII

Se avesse fortuna il sotterfugio
e il mio sguardo intruso fosse
verosimile imitazione d’uno vero,
verrebbe credibilmente scambiato
per quello d’una donna ficcanaso.
I mutevoli occhi femminili
si seducono reciprocamente
ma senza conseguenze visibili;
potrei infiltrarmi nelle loro iridi
e fra scenari di libidine
conquistare molte sorelle,
sorprese, cederebbero al ricatto?

* * *

VIII

Càpita che le donne
si puntino quel congegno
d’arma ultramoderna
e duellino con sguardi lampo.
Tutte le volte che si guardano
mi domando stupidamente
cosa avranno da dirsi
in una lingua inesistente.
Nei gradi della sensibilità maschile
manca quell’investigatore
che sappia smascherare le donne
come sanno fare le loro sorelle.
Io, simile a un ente invisibile
sorveglio le veggenti per spiarne
i prodigi delle molteplici chiavi
a magnetismo ottico, che
disvelano gli occhi femminili
e permettono d’introdurvisi
in incognito come un parassita,
per trafugarvi un inutile sapere
proprio agli allucinogeni.

Valentino Zeichen

da “Museo interiore”, Guanda, Parma, 1987

Abbandono – Valentino Zeichen

Foto di Philip McKay

 

I suoi addii echeggiano
nella lontana memoria
simili a colpi d’automatica.
Da molti anni agonizzo
senza smettere di morire,
al pari degli immortali,
ma questa è una menzogna
essendo un morto vivente
come nelle più scadenti
pellicole di genere horror.
Anche la qualità del mio dolore
si è fatta scadente.

Valentino Zeichen

da “D’amore e d’altro”, in  “Metafisica tascabile”, “Lo Specchio” Mondadori, 1997

Ai mitomani – Valentino Zeichen

 

Ai mitomani
versatili nell’ermeneutica
assai più che nell’aeronautica,
converrebbe mettere in funzione
i miti più semplici e far
decollare il tappeto volante,
senza vedervi l’antesignano dell’aereo
poiché tale visione evolutiva
è più consona agli storicisti.

∗∗∗

Come frecce scoccate
da un ludico arciere
che non ha sempre
per mira un bersaglio, bensì
la bellezza d’una traiettoria,
sorvoliamo lo spazio degli anni.
Nella permanenza in volo
ci viene meno l’orientamento,
siamo oggetto di lanci sbagliati
e privi di verosimile obiettivo.
Dove, dove cadremo?
così senza onore.

∗∗∗

Sul radar dello stagno
il fanciullo guerriero contempla
la propagazione dei cerchi
intervallati da centenari
dopo che un sasso caduto
molti millenni prima
ha dato origine
alla crescita del tempo;
albero d’acqua.

Valentino Zeichen

da “Museo interiore”, Guanda, Parma, 1987

A Evelina, mia madre – Valentino Zeichen

Julia Margaret Cameron, Ellen Terry, 1864

 

Dove saranno finiti
la veduta marina,
il secchiello e la paletta,
e i granelli di sabbia
che l’istantaneo prodigio
tramutò in attimi fuggenti,
travasandoli dal nulla
in un altro nulla?
Dove sarà finito l’ovale
di mia madre
che fu il suo volto e
che il tempo ha reso medaglia?
Perché non mi sfiora più
con le sue labbra,
dove sarà volato quel soffio
che raffreddava la
mia minestrina?
Dove le impronte di quel
lesto e disordinato
sparire delle cose?
In quale prigione di numeri
è rinchiuso il tempo?
Rispondimi! Dolore sapiente,
autorità senza voce.

Valentino Zeichen

da “D’amore e d’altro”, in “Metafisica tascabile”, “Lo Specchio” Mondadori, 1997

Aspettativa – Valentino Zeichen

Giovanni Boldini, Sulla panchina del Bois, 1872, collezione privata

 

Di ieri in ieri
di domani in domani
i secondi curvano lungo
la circonferenza dell’attesa
circuendo più volte il nulla.

Il mio capo non trova posizione
in nessuna geografia
e si volge alterno
al passato e al futuro facendo capolino;
il suo cruccio è non sapere
da quale parte, semmai, verrai.

Valentino Zeichen

da “Pagine di gloria”, Guanda, Milano, 1983