«Dove ti sei perduta» – Chandra Livia Candiani

Foto di Patty Maher

 

Dove ti sei perduta
da quale dove non torni,
assediata
bruci senza origine.
Questo fuoco
deve trovare le sue parole
pronunciare condizioni
di smarrimento dire:
«Sei l’unica me che ho
torna a casa».

Chandra Livia Candiani

da “La domanda della sete”, 2016-2020, Einaudi, Torino, 2020

È la notte di san Lorenzo… – Gabriele Galloni

Gabriele Galloni

 

È la notte di san Lorenzo. Prima
che cadano le stelle scavalchiamo
il muretto del centro sportivo.
L’acqua della piscina è ancora mossa;
imita nei suoi guizzi le vicine
luci del campo da calcio; riflette
i nostri visi oltre il bordo, curiosi
del fondale laccato.

“Guarda”, mi dici alzando la tua Tennent’s
verso la luna, “è come se a momenti
tutti i passati a noi qui ritornassero;
l’acqua si muove, si sta preparando
a ridarceli tutti”. Getti via
la bottiglia ormai vuota. Ci sediamo.
Ignoravamo che una volta nudi
saremmo nudi rimasti per sempre.

C’è qualcuno vicino a noi, ma l’ombra
lo nasconde. Sappiamo a cosa i corpi
servono gli uni agli altri, ché vent’anni
sono bastati a questo.
Abbiamo smesso di parlare; adesso
ascoltiamo soltanto.

                                  Le presenze
non ci temono più; così continuano
i loro giochi a bassa voce, quasi
chiedessero a noi di imitarle.

Gabriele Galloni

da “L’estate del mondo”, Marco Saya Edizioni, 2019

«La volpe medica le sue ferite» – Angelo Maria Ripellino

Foto di Brett Weston

9.

La volpe medica le sue ferite
con lacrime di làrice. E poi fugge.
Ma tu sei rimasto inchiodato dopo il Diluvio,
con occhi e ciuffo di gufo.
Tu pensi sempre al vistoso gilè di Majakovskij,
come a un attrezzo che possa proteggerti,
come allo strabico farsetto di una sequoia,
anche se fu un malfído talismano.
Qualcosa resiste oltre la brama del suicidio,
oltre la quotidiana sfiducia, − e la vita balbetta,
anche quando vien meno la voglia di vivere,
e i gesti diventano pigri e vischiosi,
ciò che suol dirsi: non posso inghiottire.
Eppure temo che tutto sia vano:
non finirà mai la violenza
sugli altri e su se stessi.

Angelo Maria Ripellino

da “Notizie dal diluvio”, Einaudi, Torino, 1969

Anello – Pierluigi Cappello

 

Quando la passione dura, tutto un mondo scompare
e la tua mano non è piú la tua mano
e la mia mano non è piú nella tua.

Quando sto con il mio silenzio nel tuo
il mio silenzio splende di giovinezza
e un mondo – che era nascosto – riappare.

Pierluigi Cappello

da “Mandate a dire all’imperatore”, Crocetti Editore, 2010 

Ho amato addolcire l’amarezza – Piero Bigongiari

Édouard Boubat, Lella, Bretagne, 1847

 

Ho amato addolcire l’amarezza
quando era più profonda
come una brezza non sa quel che sfiora,
ho amato dire no, dire sì
davanti all’incertezza come se
ne sapessi qualcosa, come l’onda
ne sapesse qualcosa della sponda.

                                                                    Era in te
che cresceva il profumo di una rosa
rapito dall’odorare del vento,
in te che l’orrore e la dolcezza
rendevano immedicabile, impossibile.
Ho amato con quel goccio di angostura,
nella tua lacrima più pura,
amareggiare il tuo sguardo che dura
al di là di ogni pianto, cristallino
a versare natura nell’enigma.

Sei la speranza e la disperazione.
La lezione non è finita, il kérigma
trema più a fondo quanto più a fondo
incide e fruga dentro la ferita.
La passione più alta dell’amore
ne è al di là: è la sua compassione

il fragile tremare di un filo
d’erba nel vento. Forse l’agitarsi
di ogni atto è nel cuore dell’evento
l’occulta felicità del dolore.

Ti ho atteso dove sapevo
che non saresti passata
per dirti, mia fata, quanto ti amo.
Non misuravo la distanza, l’essere
non ha distanza, ma solo dolore
mentre lavora l’esistenza e mira
a ferire il non essere che è
il suo più oscuro essere nel cuore.

Piero Bigongiari

28-29 agosto 1991

da “Radure”, in “Dove finiscono le tracce” (1984-1996), Le Lettere, Firenze, 1996