L’Oltretorrente – Attilio Bertolucci

Foto di Arianna Marchesani

 

Sarà stato, una sera d’ottobre,
l’umore malinconico dei trentotto
anni a riportarmi, città,
per i tuoi borghi solitari in cerca
d’oblìo nell’addensarsi delle ore
ultime, quando l’ansia della mente
s’appaga di taverne sperse, oscure
fuori che per il lume tenero
di questi vini deboli del piano,
rari uomini e donne stanno intorno,
i bui volti stanchi, delirando
una farfalla nell’aspro silenzio.
Non lontano da qui, dove consuma
una carne febbrile la tua gente,
al declinare d’un altro anno, fiochi,
nella bruma che si solleva azzurra
dalla terra, ti salutano i morti.
O città chiusa dell’autunno, lascia
che sul fiato nebbioso dell’aria
addolcita di mosti risponda
in corsa la ragazza attardata
gridando, volta in su di fiamma
la faccia, gli occhi viola d’ombra.

Attilio Bertolucci

da “Lettera da casa”, 1951, in “Attilio Bertolucci, Opere”, “I Meridiani” Mondadori, 1997

Nella galleria dei giorni… – Marcello Comitini

Foto di Edmund Kesting

 

Nella galleria dei giorni appena svaniti
scorrono sotto le mie dita le foto.
Il vetro le protegge contro la patina del tempo.
Le sfoglio lentamente.
Sono in bianco e nero
perché ogni giorno le colora il sole
e nelle notti di luna solitaria
si spogliano di quei colori.
Guardo con gli occhi della notte
il tuo viso che non so dimenticare.
Sento gelide le tue mani sul mio corpo
la tua guancia sulla mia fronte.
La speranza
d’averti ancora tra le braccia
stenta a morire.
Il mio corpo ricorda ancora
i tremori dell’anima
i fremiti che squassavano i nostri ventri
gli urli delle mie labbra a bocca spalancata.
I miei baci tessevano sulla tua pelle
filamenti di luce.
I tuoi occhi leggermente schiusi
fissavano tra le ciglia
il punto in cui la nuvola spezza l’orizzonte
erode la pietra dura dell’amore.
Quando sei fuggito tutto si è fatto buio
nel bianco e nero della foto.
Ti guarderò con la freddezza
della lastra di marmo.

Marcello Comitini

da “Donne sole”, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

AMAZON – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020
IL MIO LIBRO – Donne sole, Edizioni Caffè Tergeste, 2020

«Esiste la musica.» – Chandra Livia Candiani

Foto di Anka Zhuravleva

 

Esiste la musica.
Esiste proprio,
come lenzuolo lampada
orologio e casa,
come nuvola,
quel suo disumano orto
d’intenzione
di ascoltare l’anima
esiste. Come domino
di note che si crollano addosso e fanno
insieme. Insieme si fanno, e sono fatte
musica. Qualcosa che abbiamo
perduto o dimenticato
o rotto forse
per mani troppo grevi, qualcosa
di spezzato. Un silenzio eseguito
un’anima di ghiaccio
conservata sotto sale.
Ma cosa cosa ho perduto
io, mentre ti ascolto
cara faccia del nulla
caro amore senza direzione
care ossa: grazie grazie
c’è stato qualcuno
prima di me. È ora
di affrontare la musica.

Chandra Livia Candiani

da “La bambina pugile ovvero la precisione dell’amore”, Torino, Einaudi, 2014

Quello che dell’amore resta – Antonella Anedda

Florence Henri, Composition, 1931

 

Tutto era bello quel mattino, privo di colore. Non fu mai più così né
prima né dopo.

Come il visibile scacci di colpo l’invisibile come
lo spettro del tuo viso lasci un alone sul mogano dei mobili.
Quanto, mio amore che amore non sei più resista
il luogo che ci accolse:
minareti con torri di ricordo, ghiaia
per dire come iniziò la storia, come si perse
come ora sia un’ombra attica, altissima, ferma sulla sua stele.

Antonella Anedda

da “Il catalogo della gioia”, Donzelli Poesia, 2003

Supplica a mia madre – Pier Paolo Pasolini

Dino Pedriali, Pier Paolo Pasolini

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

È difficile dire con parole di figlio
ciò a cui nel cuore ben poco assomiglio.

Tu sei la sola al mondo che sa, del mio cuore,
ciò che è stato sempre, prima d’ogni altro amore.

Per questo devo dirti ciò ch’è orrendo conoscere:
è dentro la tua grazia che nasce la mia angoscia.

Sei insostituibile. Per questo è dannata
alla solitudine la vita che mi hai data.

E non voglio esser solo. Ho un’infinita fame
d’amore, dell’amore di corpi senza anima.

Perché l’anima è in te, sei tu, ma tu
sei mia madre e il tuo amore è la mia schiavitù:

ho passato l’infanzia schiavo di questo senso
alto, irrimediabile, di un impegno immenso.

Era l’unico modo per sentire la vita,
l’unica tinta, l’unica forma: ora è finita.

Sopravviviamo: ed è la confusione
di una vita rinata fuori dalla ragione.

Ti supplico, ah, ti supplico: non voler morire.
Sono qui, solo, con te, in un futuro aprile…

Pier Paolo Pasolini

da “Poesia in forma di rosa (1961-64)”, Milano, Garzanti, 1964