«Mio male, mio bene, cosí vicini» – Giovanni Raboni

Foto di Hiroshi Sugimoto

 

Mio male, mio bene, cosí vicini
ormai che tante volte vi confondo,
che risse facevate quando il mondo
era pieno di luce e i teatrini

del cuore non scritturavano ombre
ma angeli e demoni in carne e ossa
e da tutte le parti, nella fossa
di chi rammenta, nelle quinte ingombre

di macerie, nei cessi, nel foyer
annerito dagli incendi ferveva
l’incauta vita… Certo, si solleva
ancora il sipario, ogni sera c’è

spettacolo – ma senza vincitori
né vinti, senza sangue, senza fiori.

Giovanni Raboni

da “Quare tristis”, “Lo Specchio” Mondadori, 1998

Appuntamento a ora insolita – Vittorio Sereni

 

La città – mi dico – dove l’ombra
quasi piú deliziosa è della luce
come sfavilla tutta nuova al mattino…
«… asciuga il temporale di stanotte» – ride
la mia gioia tornata accanto a me
dopo un breve distacco.
«Asciuga al sole le sue contraddizioni»
– torvo, già sul punto di cedere, ribatto.
Ma la forma l’immagine il sembiante
– d’angelo avrei detto in altri tempi –
risorto accanto a me nella vetrina:
«Caro – mi dileggia apertamente – caro,
con quella faccia di vacanza. E pensi
alla città socialista?».
Ha vinto. E già mi sciolgo: «Non
arriverò a vederla» le rispondo.
                                                        (Non saremo
piú insieme, dovrei dire). «Ma è giusto,
fai bene a non badarmi se dico queste cose,
se le dico per odio di qualcuno
o rabbia per qualcosa. Ma credi all’altra
cosa che si fa strada in me di tanto in tanto
che in sé le altre include e le fa splendide,
rara come questa mattina di settembre…
giusto di te tra me e me parlavo:
della gioia».
                      Mi prende sottobraccio.
«Non è vero che è rara, – mi correggo – c’è,
la si porta come una ferita
per le strade abbaglianti. È
quest’ora di settembre in me repressa
per tutto un anno, è la volpe rubata che il ragazzo
celava sotto i panni e il fianco gli straziava,
un’arma che si reca con abuso, fuori
dal breve sogno di una vacanza.
                                                          Potrei
con questa uccidere, con la sola gioia…»

Ma dove sei, dove ti sei mai persa?

«È a questo che penso se qualcuno
mi parla di rivoluzione»
dico alla vetrina ritornata deserta.

Vittorio Sereni

da “Gli strumenti umani”, Einaudi, Torino, 1965

«Tra il mio sguardo e il tuo» – Pierluigi Cappello

Foto di Maria Cecilia Camozzi

 

Tra il mio sguardo e il tuo
lo stupore del mio
caduto sulle ginocchia per vedere
come stanno le nuvole
e come le nuvole cambiano quando stiamo davvero.

Pierluigi Cappello

da “Dedica a chi sa”, in “Mandate a dire all’imperatore”, Crocetti Editore, 2010

Acqua smossa – Elisa Biagini

Toni Frissell, “Weeki Wachee Spring”, 1947

 

Volto la testa da te
verso un altro mare,
lascio tracce di parole
scie dei nostri ricordi:
il cappotto mi tiene la forma
sennò sarei neve al sole.

E come acqua smossa
nella mia testa
con ogni tua parola
mi fai cerchi nel lago del cuore.

Mi perdo nei liquidi
sgonfiandomi di pianto
bicchiere d’acqua sarò
arriverò dal mare una mattina.

Bevimi a gocce,
bevimi a sorsi
che io sia in te
in ogni tuo passo.

Elisa Biagini

da “Fiato: parole per musica”, Edizioni D’If, 2006

Lascia sia il vento – Margherita Guidacci

Andrew Wyeth, Wind from the Sea, 1947

 

Lascia sia il vento a completar le parole
che la tua voce non sa articolare.
Non ci occorrono più le parole.
Siamo entrambi il medesimo silenzio.
Come due specchi, svuotati d’ogni immagine,
che l’uno all’altro rendono
un semplice raggio. E ci basta.

Margherita Guidacci

da “Poesie per poeti”, 1987, in “Margherita Guidacci, Le Poesie”, Casa Editrice Le Lettere, Firenze, 1999