Due – Pierluigi Cappello

 

Lascio la camera com’era quando era nei tuoi occhi,
incontrarti è il sapore che trattengo nel sorso di caffè.

Tra il piacere e quel che resta del piacere
il mio corpo sta come un posto dove si piange
perché non c’è nessuno.

Un giorno settembre era limpido e ventoso
il silenzio ammutoliva, la terra tornava al cielo.

Pierluigi Cappello

da “Mandate a dire all’imperatore”, Crocetti Editore, 2010

«Tu dovrai accettare la tua morte» – Giorgio Manganelli

Willy Ronis, Lens, Pas-De-Calais, 1951

 

Tu dovrai accettare la tua morte:
e le rughe prima della morte,
l’affanno, la mano che fallisce,
lo sguardo distratto delle donne,
e dovrai perdonare
gli errori di persona, i dialoghi
interrotti dal sonno –
ma sarà forse il gesto piú leggero
d’una prostituta consumata,
o piú triste passione,
sarà un gesto purissimo, staccato,
a riposare la tua vita sbagliata.

Giorgio Manganelli

da “Poesie”, Crocetti Editore, 2006

Dove giocano i bambini – Cristina Alziati

Henri Berssenbrugge, Children Playing with a Hoop, Rotterdam, 1910

 

Tutta rimpicciolita, minima, essiccata
l’hanno portata così, tutta cenere
una coltre di bruna preistoria.
Hanno portato una piccola mummia,
la più nuova di tutto il creato.

Giocavano per strada
tirava sassate con gli altri bambini
ai tracciati di fosforo bianco,
e ciottoli
dentro i riquadri del gioco del mondo.

Qui, dove corrono, vedi, le linee del mondo.
Masticata all’interno,
non sappiamo che cosa sia stato.
Noi a giocare scendiamo ogni giorno,
qui o altrove, che importa
se una coltre ci inchioda
e l’arma fradicia della menzogna,
e noi siamo bambini e qui corrono
le linee del mondo, e tutto, vedi,
tutto è una sola traiettoria intorno.

Cristina Alziati

da “Come non piangenti (2007-2011)”, Marcos y Marcos, 2011

«Svegliami, ti prego, succede ancora» – Giovanni Raboni

Foto di Pedro Luis Raota

 

Svegliami, ti prego, succede ancora
d’implorare in un sogno a questa tenera
età, aiutami, fa’ che non sia vera
l’oscena materia del buio. Sfiora

allora davvero una mano il mio
corpo assiderato e di colpo so
d’averti chiamata e che non saprò
piú niente.

Giovanni Raboni

da “Quare tristis”, “Lo Specchio” Mondadori, 1998

«Scrivi, scrivi» – Giorgio Manganelli

Minor White, Twisted Cypress and Sea, 1950 

I

Scrivi, scrivi;
se soffri, adopera il tuo dolore:
prendilo in mano, toccalo,
maneggialo come un mattone,
un martello, un chiodo,
una corda, una lama;
un utensile, insomma.
Se sei pazzo, come certamente sei,
usa la tua pazzia: i fantasmi
che affollano la tua strada
usali come piume per farne materassi;
o come lenzuoli pregiati
per notti d’amore;
o come bandiere di sterminati
reggimenti di bersaglieri.

II

Usa le allucinazioni: un
ectoplasma serve ad illuminare
un cerchio del tavolo di legno
quanto basta per scrivere una cosa egregia –
usa le elettriche fulgurazioni
di una mente malata
cuoci il tuo cibo sul fuoco del tuo cuore
insaporisci della tua anima piagata
l’insalata, il tuo vino
rosso come sangue, o bianco
come la linfa d’una pianta tagliata e moribonda.

III

Usa la tua morte: la gentilezza
grafica gotica dei tuoi vermi,
le pause elette del nulla
che scandiscono le tue parole
rantolanti e cerimoniose;
usa il sudario, usa i candelabri,
e delle litanie puoi fare
un bordone alla melodia – improbabile –
delle sfere.

IV

Usa il tuo inferno totale:
scalda i moncherini del tuo nulla;
gela i tuoi ardori genitali;
con l’unghia scrivi sul tuo nulla:
a capo.

Giorgio Manganelli

23 /1 /’61

da “Poesie”, Crocetti Editore, 2006