Elena – Takis Sinòpulos

Foto di Ferdinando Scianna

Que tu es belle maintenant que tu n’es plus
                                                        P.J. JOUVE
1

Mi prese il sogno e poi la febbre mi prese la notte mi trascinò
verso capezzoli oscuri notti infinite mi trascinarono
verso difficili passaggi nudo
solingo m’appostai
migliaia di volti illuminati migliaia di volti bruciati
la notte meraviglioso fiume della morte − eri là
presente nelle visioni
dei secoli eri là non eri in fuga
verso una patria fantastica tu diafana
tu leggiadra perfetta inconcepibile
tu Elena vivente
con il placido peso del corpo tanto antico
con le tue porpore e i tuoi preziosi −
secche le trombe annunciarono
l’ultimo trionfo.

Patria mia dalle foreste calcaree
terra immensa di rocce di vallate
nudo cielo disabitato metropoli abolita
queste città amarono la morte
gli uccelli limpidi migrarono
mio figlio partì per la guerra
mia figlia si schifò dell’alcol
e adesso balla in sale capovolte
ora nuda ora vestita come Artemide
con l’arco e la faretra.
Elena non c’è più
nel dolore del mondo.
Ce l’hanno detto già i megafoni
una raccolta di lacerazioni
una triste celeste rosa.

2

Fu allora che sgorgasti dal mio aperto
cuore armata
di carni e di luci.
Il mio sangue una tenebra immobile ed ecco.
Tu la succosa primavera.
Io mento tremulo
nella fame nera.
E i miei sogni proruppero − cani e pirati.
E il mio corpo − la polvere.

3

Fianco ombroso di giovane trafitta
foreste di lei sedotta
ma fertile il suo corpo d’amarezza e tradimento.

4
 La voce di Elena

Dove vado senza meta? Quale peccato
s’agita dentro i miei fecondi occhi?
Padre che m’hai generata quale sarà la mia morte?

Davvero esisto
come esistetti un tempo nella mia calda patria
vivendo da sola le immense epoche dei miti
curva bellezza umbrifera? E tu pure
esisti amante effimero che intrecci le tue membra
sotto selve di notte con le mie membra
pallide riconciliate? Tu nostalgico degli astri
che la sorella degli astri ferisci
con rose terrene. Mi parli
mi vesti di strofe e poesie perché sia inaccessibile
ai ponti del tempo. Quali sorgenti
e quali fiumi regnano nel mio sangue?
Il succo di quale fama mi dona quest’ebbrezza
di recitare e di abbracciare la mia morte quotidiana?
Screziata di freschi
baci cammino nell’amore. I miei passi
pesanti risuonano nel crudele abbandono
di questo mondo. Mi sento
come un albero infiammato che sogna
con tutte le radici aperte
alla luce infinita. Oh aiutami
a spogliarmi insieme agli abiti
della mia morte e a riempirti di morte stasera.
Ti accoglieranno le mie mute ginocchia.
Poiché sono fertile ti genererò
e tu dal principio mi genererai.
                                                 Ma affonda
nelle mie valli luminose nei porti di Elena.
Sali su questi monti inaccessibili
e neri di Elena.

5
        La giovinezza di Elena

Come sono notturna nell’umbrifera discesa
del mio primo amore. O cielo pieno di nera
pesante uva per la boria della nuova estate!
Dai campi grida un’alba eccezionale. Un’aurora
che spira e semina pallidi sogni. E il mio corpo
in pausa luminosa preda del tempo terreno.
O freschi
baci purissimi nella memoria delle epoche
che vivemmo nel deserto. Voci voci e volti nudi
per tanto tempo persi nel ricordo confusi
con tombe e fuochi. Il segreto celeste dolore
di colui che solo mi ama ed io
che lotto per emergere integra da questa
amara poesia. Solo una cosa
mi serba incorruttibile − la chimera.
Sento il mio sangue come un arcobaleno
ed eccomi di nuovo qui con quell’invito
che venne a battezzare la mia carne tanto esperta
in una nuova morte. Oh amara
amarissima esistenza mia di angosce regnanti
di tremende lunghissime memorie.
E tu che mi ami incomparabile
oh baciami di nuovo nella mia terrena offerta
oh venera nell’amore la mia nuova giovinezza.

6
La morte di Elena

Guarda il chiaro di luna come mi custodisce! spogliata
del mio sonno con le schiume sulle mani
cambio corpo godo
le voci delle mie nere cime. O terra
mia carne venerata e sentiero carico d’ombre.
Sono così nuda
che la memoria della mia morte balza come un enigma
dalle sponde dell’amore. Lavata nel sangue
soffre la mia stella più preziosa che ferisci
con la tua incredibile orfanezza. Guarda
nella tua sete vengo illuminata dal tremendo
mito della poesia. Oh tienimi ancora
ché io resti nel tuo sogno con le porpore
più invasate. Dammi l’alba delle parole
nella mia libertà d’amore il peso delle cose
perché possa distinguerti con gli occhi
del tutto conquistati perché possa toccarti
con le eteree rocce dei miei seni
te che sei nato dalla suprema stirpe
e mi ami e pensi a me
a come io resti sempiterna nello scalpiccìo
del tempo. Ma io muoio questa sera in cui son nata.
L’ombra della terra mi ha coperta e un’altra volta sono
nella nozione della mia morte intatta da morte
adesso bagnata dal
sole fecondo dei poeti.

7
Il pensiero del poeta

Elena adesso è fusa con la terra.
Brilla nella patria sublime della morte.
Nutrita del mio ricordo nasce da ogni parte
più vera del sogno più oscura di roccia
e la sua carne ancora intonsa da sangue e gravidanze.
È l’inaccessibile colei che non si dà.
Mosse dalle sabbie udendo il mio invito
la voce segreta − seme del tempo.
E lei l’immacolata stasera respira qui. Per dare per darsi.
L’erba brucia
sopra la terra che ha coperto i sommi genitori.
Ciechi padri difendono il suo ricordo.
Ed è estate brilla il mare uno scudo infinito
la terra nelle valli scompare nell’ebrezza del sole.
E questa Elena la tocco le parlo.
I suoi occhi che il tempo ha resi immensi
passano sopra le tombe si bagnano
riconciliati con la luce. Ecco qui la nuova Elena.
Il mio sangue è salito così in alto nell’eternità
che a stento il mio corpo caldo
si sèpara dal suo corpo.
                                      Inseguendo l’incorruttibilità
la eternerò con celesti poesie.
Ora è travolta abbagliata dalle grida
si agita vibra si disperde
in tutte le epoche generando e morendo
mondana ed immutabile nuda donna senz’ombra
Elena che solo esiste nel crollo antico
di guerre di miti di dèi.

8
Poesia per Elena

Sei bella tu invisibile
nel cielo della poesia
ardente religione donna eterea
vestita d’aurore stella simbolo
che col tuo nome leghi i ponti delle epoche.
Sei bella tu
notturna dell’infinito straordinaria preda della morte
che dalla polvere della morte sai rinascere.
Ti riconosco Elena mia tra gli amori neri
che di sogni bruciarono i miei anni. Oh tu mai
mai non partire per i luoghi della rovina
nelle terre crudeli non buttare via
quella tua carne di smalto e di cristallo.
Ti aspetto.
Guarda ti ho portato fumi e aromi dalle montagne
pietre preziose dal mare
soli e foglie ti ho portato pendìi in discesa e venti
canne dagli alvei dei fiumi scogli e pietre e sogni
e nebbie e schiume che ti offro in dono.
Con braccia e ginocchia spezzate mi sono appostato
nudo ho girovagato sulla terra ad ogni svolta
del mondo mi sono appostato. Ti aspetto.
Giaccio morto la sera sotto la mia lucerna
eppure ancora vivo perché rifulgo della tua potenza.
Dormo in un letto carico di genitori
che mi chiedono di parlare. E celebro la mia terra
e te e la fioritura
assaporo memorie sogni e fioritura
e terra eterna della nostra patria
soprattutto terra terra Elena.

E questa la chiamo attesa. Ovvero nascita della poesia.

Verrai davvero?
Una notte davvero Elena t’incontrerò

quando il tempo sarà immobile grazie ai miracoli
incoronata servitù e resurrezione tremula?
Nell’immensa città del sonno c’incontreremo
come in un impero di poeti morti
pieno zeppo di stalattiti-poesie
e davvero parleremo ci guarderemo
fioriti e senza voce con il cuore terrigno
che si rianima e diventa
di nuovo una rosa purpurea di nuovo un incendio impareggiabile
davvero ci uniremo un’altra volta
una notte in cui il silenzio sarà un silenzio infinito
io pieno di spazio
tu piena di stelle
sempre intatta vergine incorrotta
sublimata?

9

Come in un acquario terrestre nelle acque prigioniere
si muovono ombre di pesci
così si muove il poeta.

Elena intanto non c’è più
nel dolore del mondo.
Ci sono solo le poesie
una raccolta di lacerazioni
una triste celeste rosa.

Takis Sinòpulos

1957

(Traduzione di Filippomaria Pontani)

da “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

Risposta – Nikiforos Vrettakos

Ghiannis Ritsos

a Jannis Ritsos

Ero su letto straniero ma fraterno
in un ospedale di Sicilia da dove
guardando un cielo senza rondini
seppi della tua lettera. E dissi che è bello
andarsene al canto di usignoli, quali
ne nascono in Grecia, nei boschi
quando non arde, e quando è in fiamme
dalla cenere e dalle pietre. Nella Grecia
le cui stelle sono musica all’orecchio,
i cui mari ti empiono le vene
di sale divino, frammenti di luce
e di suoni dall’eternità.
E allora, Janni,
notai che gli eleagni fiorenti in mezzo
a zefiri di Laconia spiravano e coprivano
col loro profumo l’Europa. E dissi allora
vedendo il nostro sole comune
visitarmi da solo a solo e deporre
un fascio d’oro sul mio lenzuolo
che la cosa più forte in questo mondo
non è come crediamo la morte. È l’amore.
Perché anche il sole non ci sarebbe se all’universo
mancasse l’attrazione delle estremità
verso il centro. Perché armonia in tutte le cose,
dalle piccole alle più grandi, dall’umile
geranio dell’ospedale fino a tutto
lo spettro del creato, vuol dire amore.
E dissi
per questo che la cosa più splendente in questo mondo
non è come crediamo il sole. È l’amore.

Nikiforos Vrettakos

(Traduzione di Vincenzo Rotolo)

da “Poesie siciliane”, 1990, in “Nikiforos Vrettakos, Amo, ergo sum”, Multimedia Edizioni, 2021

***

ΑΠΟΚΡΙΣΗ

Στον Γιάννη Ρίτσο

Ημουνα σε κρεβάτι ξένο αλλά αδελφικό
Σ’ ένα νοσοκομείο της Σικελίας, απ’ όπου
κοιτώντας έναν ουρανό χωρίς χελιδόνι,
έμαθα για το γράμμα σου κ’ είπα πως είναι ωραίο
να αναχωρείς ακούγοντας αηδόνια να σου τραγουδάνε,
αυτά τ’ αηδόνια που γεννιούνται στην Ελλάδα,-
όταν δεν καίγεται απ’ τα δάση της κι όταν καίγεται πάλι
από τη στάχτη κι απ’ τις πέτρες της. Στην Ελλάδα που είναι
τ’ άστρα της μουσικά και ακούγονται,
που οι θάλασσές της σου γιομίζουνε τις φλέβες
ένθεο άλας, θρύψαλα φωτός και θρύψαλα ήχων
απ’ την αιωνιότητα.
Και τότε, Γιάννη,
Πρόσεξα πως οι μοσχοϊτιές, που άνθιζαν ανάμεσα
ζεφύρων του Λακωνικού, έπνεαν και σκεπάζαν
με το άρωμά τους την Ευρώπη. Κ’ είπα τότες
βλέποντας τον κοινό μας ήλιο που μ’ επισκεπτόταν
μόνος προς μόνον, αποθέτοντας
μια χρυσή δέσμη στο σεντόνι μου,
ότι το δυνατότερο πράγμα σ’ αυτόν τον κόσμο
δεν είναι όπως νομίζουμε ο θάνατος. Είναι η αγάπη.
Γιατί και ο ήλιος δεν θα υπήρχε αν έλειπε
απ’ το σύμπαν των εσχατιών η έλξη
από το κέντρο του. Γιατί αρμονία σε όλα,
γεράνι του νοσοκομείου, σε ολόκληρο
το φάσμα της δημιουργίας, ίσον αγάπη.
Κ’ είπα
Γι’ αυτό πως το λαμπρότερο πράγμα σ’ αυτό τον κόσμο
Δεν είναι όπως νομίζουμε ο ήλιος. Είναι η αγάπη.

Νικηφόρος Βρεττάκος

da “Συνάντηση μέ τή θάλασσα”, 1991

Ore di pioggia – Ghiannis Ritsos

Ghiannis Ritsos

 

Sono arrivate le prime piogge. Cavalli fradici
stanno sotto gli alberi con gli occhi socchiusi
fingendo di masticare un po’ di fieno secco
nella loro stoltezza autunnale. Maria
avrebbe voluto pettinare loro la criniera bagnata con il suo pettine. Ma
gli ultimi villeggianti stavano già partendo. Poco lontano
una gallina schiamazzava in modo sconveniente. Ed era una pena
vedere stormi di passeri affamati volare bassi
sopra le vigne vendemmiate, vedere anche le nuvole
cambiare, lacerarsi, correre benché
inchiodate qua e là con chiodi neri di corvi.
Così, nel giro di poche ore, è invecchiata Maria.

Ghiannis Ritsos

Karlòvasi, 28.VIII.87

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “L’albero nudo”, 1987, in “Molto tardi nella notte”, Crocetti Editore, 2020

∗∗∗

Ὧρες βροχῆς

Ἦρθαν οἱ πρῶτες βροχές. Ἄλογα μουσϰεμένα
Στέϰονται ϰάτω ἀπ᾿ τά δέντρα μέ μισόϰλειστα μάτια
Κάνοντας πὡς μασᾶνε λίγο ξερό χορτάρι
Μέσα στή φθινοπωρινή τους ἄνοια. Ἡ Μαρία
Θά ῾θελε νά χτενίσει μέ τή χτένα της τή βρεγμένη τους χαίτη. Ἀλλά
Οἱ τελευταῖοι παραθεριστές ἔφευγαν ϰιόλας. Μιά ϰότα
Λίγο πιό ϰεῖ ϰαϰάριζε ἀνάρμοστα. Κι ἦταν μιά λύπη
Νά βλέπεις πλῆθος τά σπουργίτια πεινασμένα νά χαμοπετᾶνε
Στά τρυγημένα ἀμπέλια, νά βλέπεις ϰαí τά σύννεφα
Ν᾿ ἀλλάζουν, νά σϰίζονται, νά τρέχουν παρ᾿ ὅτι
Καρφωμένα ἐδῶ ϰι ἐϰεῖ μέ μαῦρες πρόϰες ἀπό ϰοράϰια.
Ἔτσι, μέσα σέ λίγες ὧρες, γέρασε ἡ Μαρία.

Γιάννης Ρίτσος

Καρλόβασι, 28.VIII.87

da “Το γυμνό δέντρο”, 1987, in “Ἀργά, πολύ ἀργά μέσα στή νύχτα”, Κέδρος, 1991

Sintomo da camera singola – Kikí Dimulà

Jeanloup Sieff, Chez Madame Gres Paris, 1981

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Si stupiscono ogni volta gli albergatori
quando chiedo una camera singola che dà sulla strada.
Mi guardano come se chiedessi morte con vista.

Quest’anno ho dato in pegno il mare
e ho deciso di passare le vacanze in montagna
forse i fruscii del bosco scongiureranno
quella dannata sindrome di ritorno
che domina immediatamente ogni mia fuga.
Se mi abbraccia il tronco satiro di un albero
penso che potrei anche mettere radici.

E in montagna lo stesso.
Come se fosse di ferro la stanza
e l’aria pura leggera esalasse serratura.
Cercavo di aprire con i miei tranquillanti
ma quelli erano più malati di me.
La stessa cosa mi è accaduta a Pilo
la stessa fuga disordinata l’anno prima da Siro
a Kalamata l’anno scorso anche peggio
il treno stracolmo e i pianti che volevano
ritornare ad Atene a piedi.
Una tale mania di perseguitarmi domina i luoghi.

Mi manca forse la tua assenza?
Non viene con me la lascio a casa.
Patto esplicito del cambiamento è che non mi segua.

Kikí Dimulà

(Traduzione di Maria Paola Minucci)

da “L’adolescenza dell’oblio”, Crocetti Editore, 2000

***
ΜΟΝΟΚΛΙΝΟ ΣΥΜΠΤΩΜΑ

Ἀποροῦν ϰάθε φορά οἱ ξενοδόχοι
πού ζητῶ μονόϰλινο δωμάτιο στήν πρόσοψη.
Μέ ϰοιτάζουν σάν ν᾿ ἀπαιτῶ θάνατο μέ θέα.

Ἔβαλα ἐνέχυρο τή θάλασσα
ϰι εἶπα νά ϰάνω φέτος διαϰοπές σέ βουνό
μή ϰαί ξορϰίσουν τά θροΐσματα τοῦ δάσους
ἐϰεῖνο τό δαιμονισμένο σύνδρομο ἐπιστροφῆς
πού ϰυριεύει αὐτοστιγμεί ϰάθε διαφυγή μου.
Ἂν μ᾿ ἀγϰαλιάσει σϰέφτηϰα ἑνός δέντρου
ὁ σάτυρος ϰορμός μπορεῖ ϰαί νά ριζώσω.

Καί στό βουνό τά ἴδια.
Σάν νά ῾ταν σιδερένιο τό δωμάτιο
ϰι ὁ ϰαθαρός ἀνάλαφρος ἀέρας ἀπέπνεε ϰλειδαριά.
Νά ξεϰλειδώσω πάλευα μέ τά ἠρεμιστιϰά μου
ἀλλά ἐϰεῖνα ἤτανε πιό ἄρρωστα ἀπό μένα.
Τά ἴδια πού ἔγιναν στήν Πύλο
ἡ ἴδια ἄταϰτος φυγή πρόπερσι ἀπό τή Σύρο
στήν Καλαμάτα πέρσι τρισχειρότερα
γεμάτο τό τραῖνο ϰαί θέλανε τά ϰλάματα
νά πᾶμε πίσω στήν Ἀθήνα μέ τά πόδια.
Τέτοια μανία ϰαταδιώξεως μοῦ ϰυριεύει τούς τόπους.

Νά μοῦ λείπει ἡ ἀπουσία σου;
Δέν ἔρχεται μαζί μου τήν ἀφήνω σπίτι.
Ὅρος ρητός τῆς ἀλλαγῆς νά μήν ἀϰολουθήσει.

Κιϰή Δημουλά

da “H εφηβεία της λήθης”, Στιγμή, 1994

Di nuovo le parole – Titos Patrikios

Titos Patrikios, foto di Danilo De Marco

 

Le parole si riversano a migliaia
dai dizionari appena li apri
come formiche nere, rosse, bianche
quando calpesti un formicaio.
Come trovare, come scegliere
in quell’affollamento di parole
l’unica che serve,
come salvarsi dalla moltitudine
delle altre che ti si appiccicano addosso
cercando di sopravvivere.
Ma sotto la lingua le parole impronunciate,
le solitarie, che non escono dalla bocca,
quelle ti rodono dentro
lasciando carcasse rinsecchite
di uomini che tentarono di parlare
quand’era ormai troppo tardi.
Finché posso
combinare anche solo due parole
esisto.

Titos Patrikios

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Il piacere della dilazione (1992)”, in “La resistenza dei fatti”, Crocetti Editore, 2007

∗∗∗

Ξανά οι λέξεις

Oι λέξεις μέσα απ’ τα λεξικά χιλιάδες
ξεχύνονται μόλις τ’ ανοίξεις
όπως μυρμήγκια μαύρα, κόκκινα, άσπρα
άμα πατήσεις μυρμηγκοφωλιά.
Πώς να βρεις, πώς να διαλέξεις
μέσα στο συμφυρμό των λέξεων
τη μοναδική που πρέπει,
πώς να γλιτώσεις απ’ τις άλλες
που κολλάνε πλήθος πάνω σου
γυρεύοντας να επιβιώσουν.
Όμως οι ανείπωτες λέξεις κάτω από τη γλώσσα
οι μοναχικές που δε βγαίνουν απ’ το στόμα
κι εκείνες σιγοτρώνε από μέσα
αφήνοντας κουφάρια φυραμένα
ανθρώπων που προσπάθησαν να μιλήσουν
όταν πια ήταν αργά.
Όσο μπορώ
έστω δυο λέξεις να συνδυάζω
υπάρχω.

Τίτος Πατρίϰιος

da “Η αντίσταση των γεγονότων”, Κέδρος, 2000