Come ali – Philip Schultz

Andrew Wyeth

per Marie

Ieri notte ho sognato che ero il primo uomo ad amare una donna
& mi sono svegliato tremante & sono uscito a guardare
lo straccio stinto del cielo incendiarsi nell’alba.
Sono stanco del fiume prima ancora di sentirlo,
la gioia dobbiamo ritagliarla dall’ombra,
stanco della mia lingua intorpidita dal viaggio.

Non posso offrirti il mio respiro né avvolgerti l’orizzonte
intorno al polso & farmi perdonare.
Non posso sfregare il legno secco delle mie costole per fare il fuoco
& dormire. Il bordo del sonno non è sonno.
Vago di stanza in stanza annodando sensazioni.
Lo spazio che riempivamo ora riempie me.
Luce & buio non si mescolano.

Non posso rimanere come una casa gelata sullo sfondo.
Io sono questo corpo & questo tempo in tutte le stagioni.
Penso alla luce che ti inondò il nostro primo mattino,
come il vetro nei miei polmoni divenne suono
& io ti vidi donna & bambina & non riuscivo a respirare per amore.
La paura è il limite di quel rischio che è l’amore.
Puzza di sangue, attira gli squali.

Le notti che ballavi il valzer nuda intorno al letto,
io abbracciato alla sedia che avevo ridipinto di azzurro,
i gatti che correvano tra le ali dei tuoi bei capelli biondi.

C’è molto che gli uomini non sanno delle donne,
come le tue mani trasformano l’aria in acqua, il seme in vita,
perché il sale sulla punta dei tuoi seni splende
& sa di mollusco.

Ci sono ore in cui il futuro perde ogni speranza
& si ferma in mezzo a strade affollate
& non se ne cura. Ma pensa a quanta strada abbiamo fatto,
le mani che ci hanno stretto.
Ce ne saranno altre.

Ho letto che nell’antichità
si puntavano rasoi alla gola del medico
mentre operava – come se l’amore si potesse bilanciare,
come ali.

Una notte ho seguito le tue orme nella neve alta
& mi sono fermato in una vecchia scuola a guardare il nuovo sole
farsi rosso & mandare bagliori sui campi distesi,
il mondo bianco & piatto & una luce
che conoscevo da sempre mi bruciava in testa come un pugno di stracci,

come se non ricordassi più cosa temevamo
di aver preso o lasciato,
le mie braccia spalancate sulla tua figura, come se non potessi tirarmi
fuori dal mio corpo, la bocca gelata
intorno al suono del tuo nome.

Philip Schultz

(Traduzione di Paola Splendore, con la collaborazione di Maria Baiocchi, Barbara Fiore e Sandro Triulzi)

da “Come ali, 1978”, in “Il dio della solitudine”, a cura di Paola Splendore, Donzelli Poesia, 2018

∗∗∗

Like Wings

For Marie

Last night I dreamed I was the first man to love a woman
& woke shaking & went outside to watch
the faded rag of the sky burn into dawn.
I am tired of the river before feeling,
the joy we must carve from shadow,
tired of my road-thick tongue.

I cannot hand you my breath or wrap the horizon
round your wrist & be forgiven.
I cannot rub the dry wood of my ribs to fire
& sleep. The edge of sleep isn’t sleep.
I go room to room tying my feelings into knots.
The space we filled now fills me.
The light & dark won’t mix.

I cannot leave myself like a house frozen in the background.
I am this body & the weather all year round.
I think of the light that opened over you our first morning,
how the glass in my lungs turned to sound
& I saw you woman & child & couldn’t breathe, for love.
Fear is the edge that is the risk that is loving.
It stinks of blood, draws sharks.

The nights you waltzed naked round our bed,
myself holding the chair I’d painted blue again,
the cats flowing in the wings of your good yellow hair.

There is much men don’t know about women,
how your hands work the air to water, the seed to life,
why the salt at the tips of your breasts glows
& tastes of mollusk.

There are hours when the future gives up all hope
& stops in the middle of busy streets
& doesn’t care. But think of the distance we have come,
the hands which have wound us.
There will be others.

I have read of ancient people
who held razors to their doctor’s throat
as he operated – as if love could have such balance,
like wings.

One night I followed your tracks through deep snow
& stood in an old schoolhouse watching the new sun
come red & shimmer over the opening fields,
the world white & flat & a light

I’d known all my life burned in my head like a fist of rags,
how I couldn’t remember what we feared
we’d taken or left,
my arms opened to your shape, how I couldn’t lift
out of my body, my mouth frozen
round the sound of your name.

Philip Schultz

da “Like Wings”, Viking Press, 1978 

In un altro meridiano – Eugenio Montejo

Foto di René Groebli

 

Non raggiungo il tempo del tuo corpo,
sono nato lontano, in un paese che è aria, nuvola, notte,
anche se mi ascolti da vicino.
Sono nato fuori dal tempo del tuo sorriso, dei tuoi occhi,
in un altro meridiano.
Ci amiamo da mare a mare,
da un astro a un altro,
non importa che oggi tu mi senta accanto a te.

Sebbene ti risvegli nuda qui con me,
il tuo tempo va avanti,
il tempo delle tue mani, del tuo volto;
sono accanto alla tua ombra e non ti afferro.

Sono lontane da me le ore del tuo amore,
sotto una luce di neve,
in qualche città che non conosco.
Le nostre vite si raggiungono, si confondono,
si scambiano singhiozzi, baci, sogni,
ma siamo lontani mille miglia l’uno dall’altro,
forse in secoli diversi,
su due pianeti che si cercano
stanchi di non trovarsi.

Eugenio Montejo

(Traduzione di Luca Rosi)

da “Papiri amorosi” (2002), in “La lenta luce del tropico”, Le Lettere, Firenze, 2006

***

En otro meridiano 

No alcanzo el tiempo de tu cuerpo,
nací lejos, en un país que es aire, nube, noche,
aunque me oigas tan cerca.
Nací a destiempo de tu risa, de tus ojos,
en otro meridiano.
Nos amamos de mar a mar,
de un astro a otro
no importa que hoy me sientas a tu lado.

Aunque despiertes desnuda aquí conmigo,
tu tiempo va delante,
el tiempo de tus manos, de tu rostro;
estoy junto a tu sombra y no te alcanzo.

Las horas de tu amor me quedan lejos,
bajo una luz de nieve,
en alguna ciudad que desconozco.
Nuestras vidas se alcanzan, se confunden,
intercambian sollozos, besos, sueños,
pero andamos a leguas uno de otro,
tal vez en siglos diferentes,
en dos planetas errantes que se buscan
cansados de no verse.

Eugenio Montejo

da “Papiros amorosos”, Fundación Bigott, 2003

«È sempre stato così incerto il cammino fino a te» – Maria do Rosário Pedreira

Foto di Nastya Kaletkina

È sempre stato così incerto il cammino fino a te:
tanti mesi di pietre e di spine, di
cattivi presagi, di rami che graffiavano la
carne come tridenti, di voci che mi
dicevano che non valeva la pena continuare, che
il tuo sguardo era già una menzogna; e il mio

cuore sempre così sordo a tutto questo,
sempre a gridare qualcos’altro più alto affinché
le gambe non potessero ricordare le
loro ferite, perché i piedi ignorassero
le pene del viaggio e avanzassero tutti
i giorni di un poco, quel poco che
era tutto per raggiungerti. Fu per questo che,

al contrario di te, non volli dormire quella
notte: i tuoi baci si trovavano ancora tutti
sulla mia bocca e il disegno delle tue mani
sulla mia pelle. Io sapevo che addormentarsi

era smettere di sentire, e non volevo perdere i
tuoi gesti sul mio corpo un secondo che
fosse. Allora mi sedetti sul letto a guardarti
dormire, e sorrisi come mai avevo sorriso prima
di quella notte, sorrisi tanto. Ma tu parlasti

improvvisamente nel sonno, allungasti il
braccio verso me e chiamasti sottovoce.
Chiamasti due volte. O tre. E sempre così
sottovoce. Ma nessuna fu per dire il mio nome.

Maria do Rosário Pedreira

(Traduzione di Mirella Abriani)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXV, Ottobre 2012, N. 275, Crocetti Editore

***

«Foi sempre tão incerto o caminho até ti»

Foi sempre tão incerto o caminho até ti:
tantos meses de pedras e de espinhos, de
maus pressá-gios, de ramos que rasgavam a
carne como forquilhas, de vozes que me
diziam que não valia a pena continuar, que
o teu olhar era já uma mentira; e o meu

coração sempre tão surdo para tudo isso,
sempre a gritar outra coisa mais alto para
que as pernas não pudessem recordar as
suas feridas, para que os pés ignorassem
as penas da viagem e avançassem todos
os dias mais um pouco, esse pouco que
era tudo para te alcançar. Foi por isso que,

ao contrário de ti, não quis dormir nessa
noite: os teus beijos ainda estavam todos
na minha boca e o desenho das tuas mãos
na minha pele. Eu sabia que adormecer

era deixar de sentir, e não queria perder os
teus gestos no meu corpo um segundo que
fosse. Então sentei-me na cama a ver-te
dormir, e sorri como nunca sorrira antes
dessa noite, sorri tanto. Mas tu falaste de

repente do meio do teu sono, estendeste o
braço na minha direcção e chamaste baixinho.
Chamaste duas vezes. Ou três. E sempre tão
baixinho. Mas nenhuma foi pelo meu nome.

Maria do Rosário Pedreira

de “Nenbum Nome Depois”, Gótica, Lisboa, 2004

Elegia – Nikos Gatsos

Foto di Herbert List

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel fuoco del tuo occhio un giorno avrà sorriso Dio
La primavera avrà chiuso là il suo cuore come perla di un’antica sponda.
Ora che dormi luminoso
Nei campi ghiacci dove le viti selvatiche
Son divenute ali imbalsamate colombe di marmo
Muti figli dell’attesa –
Volevo tu venissi una sera come una nube gonfia
Alito della roccia brina dell’ulivo
Perché sulla tua fronte pura
anch’io avrei visto un giorno
La neve delle pecore e dei gigli,
Ma sei passato nella vita come una lacrima del mare
Come un brillìo dell’estate ultima guazza del maggio
Sebbene un tempo anche tu fossi una sua onda azzurra
Un suo ciottolo amaro
Una sua piccola rondine in un bosco solitario
Senza campana all’alba senza lucerna a tarda sera
Con il tuo cuore caldo girato ad altre terre
Ai denti guasti dell’altra riva
Alle isole diroccate del ciliegio selvatico e della foca.

Nikos Gatsos

(Traduzione di Filippomaria Pontani)

da “Filologhikà Chronikà” 38-40, 1946; poi in Amorgo, 1969

da “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

***

ΕΛΕΓΕΙΟ

Στή φωτιά τοῦ ματιοῦ σου θά χαμογέλασε ϰάποτε ὁ Θεός
Θά ’ϰλεισε τήν ϰαρδιά της ἡ ἄνοιξη σά μιᾶς
ἀϰρχαίας ἀρογιαλιᾶς μαργαριτάρι.
Τώρα ϰαθώς ϰοιμᾶσαι λαμπερός
Στοὺς παγωμένους ϰάμπους ποὺ οἱ ἀγράμπελες
Γίναν βαλσαμωμένα φτερά μαρμάρινα περιστέρια
Βουβά παιδιά τῆς ἀπαντοχῆς –
Ἤθελα νά ’ρθεις μιά βραδιά σά βουρωμένο σύννεφο
Ἄχνη τῆς πέτρας πάχνη τῆς ἐλιᾶς
Γιατí στό ἁγνό σου μέτωπο
άποτε θά ’βλεπα ι ἐγώ
Τό χιόνι τῶν προβάτων ϰαí τῶν ϰρίνων
Μά πέρασες ἀπ’ τή ζωή σάν ἕνα δάϰρυ τῆς θάλασσας
Σά λαμπηδόνα ϰαλοαιριοῦ αí στερνοβρόχι τοῦ Μάη
Κι ἄς ἤσουν μιά φορά ϰι ἐσὺ ἕνα γεράνιο ϰύμα της
Ἓνα πιϰρό βότσαλό της
Ἓνα μιϰρό χελιδόνι της σ’ ἕνα πανέρημο δάσος
Χωρíς ϰαμπάνα τή χαραυγή χωρí ς λυχνάρι τό ἀπόβραδο
Μέ τή ζεστή σου αρδιά γυρισμένη στά ξένα
Στά χαλασμένα δόντια τῆς ἄλλης ἀρογιαλιᾶς
Στά γρεμισμένα νησιά τῆς ἀγριοερασιᾶς ϰαí τῆς φώϰιας.

Νίϰος Γϰάτσος

περ. «Φιλολογιά Χρονιά», τ. 38-40, 1946 [: Ἀμοργός, 1969]

da “Ἀμοργός”, 3.ª ed., Atenas, Ícaros, 1969

Giovani di Sidone, 1970 – Manolis Anaghnostakis

Manolis Anaghnostakis

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Di regola non abbiamo motivo di lamentarci
Buona e cordiale la vostra compagnia, traboccante di giovinezza,
Ragazze fresche — giovani aitanti
Pieni di passione e d’amore per la vita e per l’azione.
Belle, significative e succose anche le vostre canzoni
Veramente molto umane e commosse,
Per i bambini che muoiono in un altro continente
Per gli eroi trucidati dei tempi passati,
Per i rivoluzionari Neri, Verdi e Giallastri,
Per il tormento dell’Uomo che soffre nell’universo.
Vi fa particolarmente onore questa partecipazione
Ai problemi e alle lotte del nostro tempo
Prestate una presenza spontanea e attiva – perciò
Voi avete, credo, tutte le ragioni
Di scherzare, di innamorarvi, a due a due, a tre a tre,
E di riposarvi, cari miei, dopo tanta fatica.
(Ci hanno fatto invecchiare prima del tempo, Ghiorgos, l’hai capito?)

Manolis Anaghnostakis

(Traduzione di Vincenzo Orsina)

da “Il bersaglio”, in “Manolis Anaghnostakis, Poesie”, Crocetti Editore, 2021

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Normalmente non ci possiamo lamentare
Bella e cordiale la vostra compagnia, tutta gioventù,
Fanciulle fresche – ragazzi aitanti
Pieni di passione e di amore per la vita e per l’azione.
Belle, con senso e sugo anche le vostre canzoni
Cosi tanto umane, ma cosi tanto, commosse,
Per i bambini che muoiono in un altro Continente
Per eroi uccisi in altre epoche,
Per rivoluzionari Neri, Verdi, Gialli,
Per l’angoscia dell’Uomo che soffre in generale.
Vi fa speciale onore questa partecipazione
Alla problematica e alle lotte del nostro tempo
Offrite una presenza diretta e attiva – quindi
Credo che con questo abbiate il diritto
A due a due, a tre a tre, di giocare, di innamorarvi
E di svagarvi, cari miei, dopo tanta fatica.
(Ci hanno fatto invecchiare Ghiorgos anzitempo, l’hai capito?)

Manolis Anaghnostakis

(Traduzione di Filippomaria Pontani)

(da Il bersaglio, 1970)

da “Antologia della poesia greca contemporanea”, Crocetti Editore, 2004

***
A rigore non possiamo lamentarci
Buona e cordiale la vostra compagnia, piena di giovinezza,
Ragazze fresche – giovani aitanti
Innamorati e appassionati della vita e dell’azione.
Belli, pieni di senso e succosi anche i vostri canti
Talmente umani e commossi,
Sui bambini che muoiono in un altro continente
Sugli eroi trucidati in altri tempi,
Sui rivoluzionari Neri, Verdi e Gialli,
Sull’angoscia dell’Uomo in genere che soffre.
Vi fa particolarmente onore la partecipazione
Ai problemi e alle lotte del nostro tempo
Offrite una presenza diretta e attiva – quindi
Credo che vi spetti pienamente il diritto
Di giocare, di innamorarvi, a due a due, a tre a tre,
E di svagarvi, cari miei, dopo tanta fatica.
(Ci hanno fatto invecchiare anzitempo, Ghiorgos, l’hai capito?)

Manolis Anaghnostakis

(Traduzione di Nicola Crocetti)

(da Il bersaglio, 1970)

da “Poeti greci del Novecento”, “I Meridiani” Mondadori, 2010

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Νέοι της Σιδώνος, 1970

Κανονιϰά δέν πρέπει νἄχουμε παράπονο
Καλή ϰι ἐγϰάρδια ἡ συντροφιά σας, ὅλο νιάτα,
Κορίτσια δροσερά- ἀρτιμελῆ ἀγόρια
Γεμάτα πάθος ϰι ἔρωτα γιά τή ζωή ϰαί γιά τή δράση.
Καλά, μέ νόημα ϰαί ζουμί ϰαί τά τραγούδια σας
Τόσο, μά τόσο ἀνθρώπινα, συγϰινημένα,
Γιά τά παιδάϰια πού πεθαίνουν σ᾿ ἄλλην Ἤπειρο
Γιά ἥρωες πού σϰοτωθῆϰαν σ᾿ ἄλλα χρόνια,
Γιά ἐπαναστάτες Μαύρους, Πράσινους, Κιτρινωπούς,
Γιά τόν ϰαημό τοῦ ἐν γένει πάσχοντος Ἀνθρώπου.
Ἰδιαιτέρως σᾶς τιμᾷ τούτη ἡ συμμετοχή
Στήν προβληματιϰή ϰαί στού ς ἀγῶνες τοῦ ϰαιροῦ μας
Δίνετε ἕνα ἄμεσο παρών ϰαί δραστιϰό- ϰατόπιν τούτου
Νομίζω διϰαιοῦσθε μέ τό παραπάνω
Δυό δυό, τρεῖς τρεῖς, νά παίξετε, νά ἐρωτευθεῖτε,
Καί νά ξεσϰάσετε, ἀδελφέ, μετά ἀπό τόση ϰούραση.
(Μᾶς γέρασαν προώρως Γιῶργο, τό ϰατάλαβες;)

Μανόλης Ἀναγνωστάϰης,

da “ Ὁ στόχος”, 1970, in “Τά Ποιήματα 1941-1971”, Εϰδότης ΝΕΦΕΛΗ, 2000