Le poche carte – Pierluigi Cappello

Foto di Danilo De Marco

 

Le poche carte che ho con me
piegato sulle pagine da scrivere
con una calma assira da scriba
senz’altra direzione che il dolore,
un giardino che filiazioni
e filiazioni, un’umanità tutta intera
ha finito per attraversare;
le poche carte, e questi occhi
lo specchio immobile dell’iride
screziato dall’ombra delle foglie;
stare cosí, senza distanza
tra il tempo e il tempo
la mano e la mano
senza memoria
come una disperazione
o un’infanzia.

Pierluigi Cappello

da “Assetto di volo”, Crocetti Editore, 2006

Età del glauco ricordo – Odisseas Elitis

Foto di David Hamilton

 

Oliveti e vigne lontano fino al mare
Rosse barche da pesca più lontano fino al ricordo
Elitre dorate d’agosto nel sonno meridiano
Con alghe o conchiglie. E quella barca
Appena varata, verde, che nella pace delle acque del golfo ancora legge «Dio provvede»

Sono passati gli anni foglie e ciottoli
Mi ricordo di ragazzi, marinai che partivano
Tingendo le vele come il loro cuore
Cantavano i quattro punti dell’orizzonte
E portavano tramontane dipinte dentro il petto.

Cosa cercavo quando sei giunta con i colori del sole all’alba
Con l’età del mare negli occhi
E con la salute del sole nel corpo − cosa cercavo
Nelle grotte marine, in profondità dentro gli spaziosi sogni
Dove spumeggiava i suoi sentimenti il vento
Sconosciuto e glauco, incidendo sul mio petto il suo emblema marino

Con la sabbia nelle dita chiudevo le dita
Con la sabbia negli occhi stringevo le dita
Era il dolore −
Mi ricordo era aprile quando sentii per la prima volta il tuo peso umano
Il tuo corpo umano argilla e peccato
Come il nostro primo giorno sulla terra
Era la festa degli amarilli − Ma ricordo soffristi
Fu un morso profondo nelle labbra
Un’unghiata profonda nella pelle là dove s’incide per sempre il tempo

Allora ti lasciai

E un vento tonante sollevò le bianche case
I bianchi sentimenti appena lavati su
Nel cielo che s’illuminava con un sorriso.

Ora avrò accanto una brocca d’acqua immortale
Avrò una libertà simile al vento che scuote
E quelle tue mani dove si tormenterà l’Amore
E quella tua conchiglia dove risuonerà l’Egeo.

Odisseas Elitis

(Traduzione di Paola Maria Minucci)

da “Orientamenti”, 1940, in “Odisseas Elitis, È presto ancora”, Donzelli Poesia, 2011

***

ΗΛΙ ΚΙΑ ΤΗΣ ΓΛΑΥ ΚΗΣ ΘΥΜΗΣΗΙΣ

Ἐλαιῶνες ϰι ἀμπέλια μα ϰριά ὣς τή θάλασσα
Κόϰϰινες ψαρόβαρ ϰες πιό μαϰριά ὣς τή θύμηση
Ἔλυτρα χρυσά τοῦ Αὐγούστου στόν μεσημεριάτιϰο ὕπνο
Μέ φύϰια ἢ ὄστραϰα. Κι ἐϰεῖνο τό σϰάφος
Φρεσϰοβγαλμένο, πράσινο, πού διαβάζει ἀϰόμη στήν εἰρήνη τοῦ ϰόλπου τῶν νερῶν Ἔχει ὁ Θεός

Περάσανε τά χρόνια φύλλα ἣ β ότσαλα
Θυμᾶμαι τά παιδόπουλα, τούς ναῦτες πού ἔφευγαν
Βάφοντας τά πανιά σάν τήν ϰαρδι ά τους
Τραγουδοῦσαν τά τέσσερα σημεῖα τοῦ ὁρίζοντα
Κι εἶχαν ζωγραφιστούς βορι άδες μές στά στήθια.

Τί γύρευα ὅταν ἔφτασες βαμμένη ἀπ’ τήν ἀνατολή τοῦ ἥλιου
Μέ τήν ἡλιϰία τῆς θ άλασσας στά μάτια
Καί μέ τ ήν ὑγεία τοῦ ἥλιου στό ϰορμί —τί γύρευα
Βαθιά στίς θαλασσοσπηλιές μές στά εὐρύχωρα ὄνειρα
Ὅπου ἄφριζε τά αἰσθήματ ά του ὁ ἄνεμος
Ἄγνωστος ϰαί γλαυϰός, χαράζοντας στά στήθια μου τό πελαγ ίσιο του ἔμβλημα

Μέ τήν ἄμμο στά δάχτυλα ἕϰλεινα τά δάχτυλα
Μέ τήν ἄμμο στά μάτια ἓσφιγγα τά ὃ δάχτυλα
Ἤτανε ἡ ὀδύνη —
Θυμᾶμαι ἧταν Ἀπρίλης ὅταν ἔνιωσα πρώτη φορά τό ἀνθρώπινο βάρος σου
Τό ἀνθρώπινο σῶμα σου πηλό ϰι ἁμαρτία
Ὅπως τήν πρώτη μέρα μας στή γῆ
Γιόρταζαν τίς ἆμαρυλλίδες — Μά Θυμᾶμαι πόνεσες
Ἤτανε μιά βαθιά δαγϰωματιά στά χείλια
Μιά βαθιά νυχιά οτό δέρμα ϰατά ϰεῖ πού χαρ άζεται πανιοτινά του ὁ χρόνος

Σ’ ἄφησα τότες

Καί μιά βουερή πνοή σή ϰωσε τ’ ἄσπρα σπίτια
Τ’ ἄσπρα αἰσθήματα φρεσϰοπλυμένα ἐπάνω
Στόν οὐρανό πού φώτιζε μ’ ἕνα μειδίαμα.

Τώρα θά ’χω σιμά μου ἕνα λαγήνι ἀθ άνατο νερό
Θά ’χω ἕνα σχῆμα λευτεριᾶς ἀνέμου πού ϰλονίζει
Κι ἐϰεῖνα τά χέρια σου ὅπου θά τυραννιέται ὁ Ἔρωτας
Κι ἐϰεῖνο τό ϰοχύλι σου ὅπου θ’ ἀντηχεῖ τό Αἰγαῖο.

Οδυσσέας Ελύτης

da “Οδυσσέας Ελύτης, Προσανατολισμοί”, Atene, 1940

«Sei la terra e la morte» – Cesare Pavese

Foto di Katia Chausheva

 

Sei la terra e la morte.
La tua stagione è il buio
e il silenzio. Non vive
cosa che piú di te
sia remota dall’alba.

Quando sembri destarti
sei soltanto dolore,
l’hai negli occhi e nel sangue
ma tu non senti. Vivi
come vive una pietra,
come la terra dura.
E ti vestono sogni
movimenti singulti
che tu ignori. Il dolore
come l’acqua di un lago
trepida e ti circonda.
Sono cerchi sull’acqua.
Tu li lasci svanire.
Sei la terra e la morte.

Cesare Pavese

3 dicembre 1945.

da “La terra e la morte”, in “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, Einaudi, Torino, 1951

Spiaggia bretone – Paul Celan

Paul Celan


Riunito è tutto ciò che vedemmo,
a prender congedo da te e da me:
il mare, che scagliò notti alla nostra spiaggia,

la sabbia, che con noi l’attraversò di volo,
l’erica rugginosa lassú,
tra cui ci accadde il mondo.

Paul Celan

(Traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

da “Di soglia in soglia”, Einaudi, Torino, 1996

***

Bretonischer Strand

Versammelt ist, was wir sahen,
zum Abschied von dir und von mir:
das Meer, das uns Nächte an Land warf,
der Sand, der sie mit uns durchflogen,
das rostrote Heidekraut droben,
darin die Welt uns geschah.

Paul Celan

da “Von Schwelle zu Schwelle”, Deutsche Verlags-Anstalt, Stuttgart, 1955

«Sii dolce con me. Sii gentile.» – Mariangela Gualtieri

Auguste Rodin, La Cathédrale, 1908, Musée Rodin, Paris

 

Sii dolce con me. Sii gentile.
È breve il tempo che resta. Poi
saremo scie luminosissime.
E quanta nostalgia avremo
dell’umano. Come ora ne
abbiamo dell’infinità.
Ma non avremo le mani. Non potremo
fare carezze con le mani.
E nemmeno guance da sfiorare
leggere.

Una nostalgia d’imperfetto
ci gonfierà i fotoni lucenti.
Sii dolce con me.
Maneggiami con cura.
Abbi la cautela dei cristalli
con me e anche con te.
Quello che siamo
è prezioso piú dell’opera blindata nei sotterranei
e affettivo e fragile. La vita ha bisogno
di un corpo per essere e tu sii dolce
con ogni corpo. Tocca leggermente
leggermente poggia il tuo piede
e abbi cura
di ogni meccanismo di volo
di ogni guizzo e volteggio
e maturazione e radice
e scorrere d’acqua e scatto
e becchettio e schiudersi o
svanire di foglie
fino al fenomeno
della fioritura,
fino al pezzo di carne sulla tavola
che è corpo mangiabile
per il mio ardore d’essere qui.
Ringraziamo. Ogni tanto.
Sia placido questo nostro esserci –
questo essere corpi scelti
per l’incastro dei compagni
d’amore.

Mariangela Gualtieri

da “Mio vero”, in “Bestia di gioia”, Einaudi, Torino, 2010