Il sonno – Michalis Ganàs

Foto di Katia Chausheva

 

In un sogno straniero
in un corpo straniero ti muovi
Prato morbido il sonno
erba che ti sbuccia le ginocchia,
ti fondi nel sonno.
Altrove i metalli,
altrove le tue ossa,
rotta l’altalena della memoria.
Il tuo sangue
caduto e restaurato
ma sempre incompleto,
le tue mani che salgono
verso l’apertura del giorno.

Michalis Ganàs

(Traduzione di Paola Maria Minucci)

da “La Grecia, sai…”, Donzelli Poesia, 2004

∗∗∗

Ο ΥΠΝΟΣ

Σέ ξένο ὄνειρο χειρονομεῖς
σέ ξένο σῶμα.
Ὁ ὕπνος μαλαϰό χορτάρι,
χλόη πού σοῦ μαδάει τά γόνατα,
τήϰεσαι μέ τόν ὕπνο.
Ἀλλοῦ τά μέταλλα,
ἀλλοῦ τά ϰόϰαλά σου,
ἡ αἰώρα τῆς μνήμης σπασμένη.
Τό αἷμα σου
πεσμένο ϰι ἀναστηλωμένο
ϰαί πάντα ἡμιτελές,
τά χέρια σου ϰαθώς ἀνηφορίζουνε
γιά τήν ὀπή τῆς μέρας.

Μιχάλης Γϰανάς 

da “Ἀϰάθιστος Δεῖπνος”, 1978

Sulle scale – Costantino Kavafis

Foto di Rodney Smith

 

Scendevo quella maledetta scala;
tu entravi dalla porta; per un attimo
vidi il tuo viso ignoto e mi vedesti.
Poi, per non esser rivisto, mi nascosi, e tu
passasti in fretta, nascondendoti il viso,
e t’infilasti in quella maledetta casa
dove non avresti trovato il piacere, come anch’io del resto.

Pure, l’amore che volevi l’avevo io da darti;
l’amore che volevo – lo dissero i tuoi occhi
sciupati e diffidenti – l’avevi tu da darmi.
Si sentirono, si cercarono i nostri corpi;
compresero la pelle e il sangue.

Ma ci nascondemmo, tutti e due sconvolti.

Costantino Kavafis

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Poesie erotiche”, Crocetti Editore, 1983

∗∗∗

Στες σκάλες

Την άτιµη την σκάλα σαν κατέβαινα,
από την πόρτα έµπαινες, και µια στιγµή
είδα το άγνωστό σου πρόσωπο και µε είδες.
Έπειτα κρύφθηκα να µη µε ξαναδείς, και συ
πέρασες γρήγορα το πρόσωπό σου κρύβοντας,
και χώθηκες στο άτιµο το σπίτι µέσα
όπου την ηδονή δεν θα ’βρες, καθώς δεν την βρήκα.

Κι όµως τον έρωτα που ήθελες τον είχα να σ’ τον δώσω·
τον έρωτα που ήθελα – τα µάτια σου µε το ’παν
τα κουρασµένα καί ύποπτα – είχες να µε τον δώσεις.
Τα σώµατά µας αισθανθήκαν και γυρεύονταν·
το αίµα και το δέρµα µας ενόησαν.

Αλλά κρυφθήκαµε κ’ οι δυο µας ταραγµένοι.

Κωνσταντίνος Καβάφης

da “Κρυμμένα Ποιήματα 1877-1923”, Ίκαρος, 1993

«Paura. Di te. Amarti» – Pedro Salinas

Foto di Paul Apal’kin

[VI]

Paura. Di te. Amarti
è il rischio piú alto.
Molteplici, la tua vita e tu.
Ti ho, quella di oggi;
ormai ti conosco, penetro
in labirinti, facili
grazie a te, alla tua mano.
E i miei ora, sí.
Però tu sei
il tuo stesso piú oltre,
come la luce e il mondo:
giorni, notti, estati,
inverni che si succedono.
Fatalmente, ti trasformi,
e sei sempre tu,
nel tuo stesso mutamento,
con la fedeltà
costante del mutare.

Dimmi, potrò io vivere
in quegli altri climi,
o futuri, o luci
che stai elaborando,
come il frutto il suo succo,
per un domani tuo?
O sarò appena qualcosa
nata per un giorno
tuo (il mio giorno eterno),
per una primavera
(in me fiorita sempre),
e non potrò piú vivere
quando giungeranno
successive in te,
inevitabilmente,
le forze e i venti
nuovi, le altre luci,
che attendono già il momento
di essere, in te, la tua vita?

Pedro Salinas

(Traduzione di Emma Scoles)

da “La voce a te dovuta”, Einaudi, Torino, 1979

∗∗∗

[VI]

Miedo. De ti. Quererte
es el más alto riesgo.
Múltiples, tú y tu vida.
Te tengo, a la de hoy
ya la conozco, entro
por laberintos, fáciles
gracias a ti, a tu mano.
Y míos ahora, sí.
Pero tú eres
tu propio más allá,
como la luz y el mundo:
días, noches, estíos,
inviernos sucediéndose.
Fatalmente, te mudas
sin dejar de ser tú,
en tu propia mudanza,
con la fidelidad
constante del cambiar.

Di, ¿podré yo vivir
en esos otros climas,
o futuros, o luces
que estás elaborando,
como su zumo el fruto,
para mañana tuyo?
¿O seré sólo algo
que nació para un día
tuyo (mi día eterno),
para una primavera
(en mí florida siempre),
sin poder vivir ya
cuando lleguen
sucesivas en ti,
inevitablemente,
las fuerzas y los vientos
nuevos, las otras lumbres,
que esperan ya el momento
de ser, en ti, tu vida?

Pedro Salinas

da “La voz a ti debida”, Madrid, Signo, 1933

Due – Pierluigi Cappello

 

Lascio la camera com’era quando era nei tuoi occhi,
incontrarti è il sapore che trattengo nel sorso di caffè.

Tra il piacere e quel che resta del piacere
il mio corpo sta come un posto dove si piange
perché non c’è nessuno.

Un giorno settembre era limpido e ventoso
il silenzio ammutoliva, la terra tornava al cielo.

Pierluigi Cappello

da “Mandate a dire all’imperatore”, Crocetti Editore, 2010

«Io venni al mondo per vedere il sole» – Konstantin Dmitrievič Bal’mont

Félix Vallotton, Sunset, Blue-Gray High Tide, 1911, Private Collection

 

Io venni al mondo per vedere il sole
e gli azzurri orizzonti.
Io venni al mondo per vedere il sole
e i bianchi monti.

Io venni al mondo per vedere il mare
e il verde oro del piano.
Piú mondi in uno sguardo io so serrare:
sono un sovrano.

Io vinsi lo squallore dell’oblio
col mio incanto.
In me si cela eternamente un dio
e sempre canto.

Svegliato fu il mio sogno dal dolore
e in terra mi ama ognuno.
Chi pari m’è nelle virtú canore?
Alcuno, alcuno!

Io venni al mondo per vedere il sole
all’imbrunire
io canterò… Io canterò del sole
nell’ora di morire.

Konstantin Dmitrievič Bal’mont

(Traduzione di Renato Poggioli)

da “Il fiore del verso russo”, Passigli Editori, 1998