«Gli altri sono troppi, per me» – Mariangela Gualtieri

Foto di Mimmo Jodice

 

Gli altri sono troppi, per me.
Ho un cuore eremita. Sono
impastata di silenzio e di vento.
Sono antica.
Mi pento ogni volta che vado
lontano dal mio stare lento
nelle velocità della sera, nelle auto schizzate
di pianto. Col loro buio abitacolo.
E se sfreccio a volte
sulla modesta moto, è per cantare
a gola stesa l’ultimo del paradiso
fare il mio guizzo pericoloso
con tutto quel vento nel petto
seminare parole beate
nel panorama nervoso.

Mariangela Gualtieri

da “Acqua rotta”, in “Senza polvere senza peso”, Einaudi, Torino, 2006

Sera – Pierluigi Cappello

Foto di Danilo De Marco

 

Le nove, la sera, e un poco il nero che ti sporca le mani
è tutta la terra passata di qui
a che ora le api vanno a dormire, pensi, ti chiedi,
premi il cavo del palmo sull’orlo del ginocchio
nel dirti senti come sono nuove le foglie
da quale maniera di essere solo sono volate
adesso guardi le cose come sono venute
come si sono fissate, quando nella tua persona
e appena pieghi la testa nel vuoto,
nella domanda a che ora le api vanno a dormire
quando sono passati il sapore di terra e le nuvole
davanti ai miei anni, insieme.

Pierluigi Cappello

Marzo 2002

da “Assetto di volo. Poesie 1992-2005”, Crocetti Editore, 2006

Che mare orfano… – Michalis Ganàs

Foto di Sergio Larrain

 

Che mare orfano, bambino mio,
che varicella di alberi,
spifferi di porte che la pioggia riempie,
un braccio di lontana memoria
che chiude le finestre
e l’amore eremita nelle cave,
chino su una vena di lacrime.
Crescere così
e all’improvviso tutto che si piega da una parte,
alghe le tue sere che il mare porta via,
vetrine di sentimenti e pezzi di ricambio della mente
che vanno in frantumi.
Credimi se vuoi se vuoi dimentica le mie parole.
Prendi il poco verde,
             la poca peluria delle foglie,
ma torna in questo luogo

            perché non si perdano i segreti del giorno.

Michalis Ganàs

(Traduzione di Paola Maria Minucci)

da “La Grecia, sai…”, Donzelli Poesia, 2004

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ΤΙ ΘΑΛΑΣΣΑ ΠΕΝΤΑΡΦΑΝΗ . . .

Τί θάλασσα πεντάρφανη, παιδί μου,
τί ἀνεμοβλογιά τῶν δέντρων,
φυρές οἱ θύρες ϰι ἡ βροχή νά τίς μπουϰώνει,
ἕνα μανίϰι μνήμης μαϰρινῆς
νά ϰλείνει τά παράθυρα
ϰι ἡ ἀγάπη μοναχή στά λατομεῖα,
σϰυμμένη σέ μιά φλέβα δάϰρυα.
Ἔτσι νά μεγαλώνεις
ϰι ἄξαφνα μονόπαντα νά γέρνουν ὅλα,
φύϰια τά δειλινά σου νά τά παίρνει ἡ θάλασσα,
προθῆϰες αἰσθημάτων ϰι ἀνταλλαϰτιϰά τοῦ νοῦ
νά γίνονται σμπαράλια.
Θές πίστεψέ με θές ξέχασε τά λόγια μου.
Πάρε τό λίγο πράσινο,
     τό λίγο χνούδι ἀπό τά φύλλα,
μά γύριζε σ’ αὐτό τόν τόπο
     νά μή χαθοῦν τά μυστιϰά τῆς μέρας

Μιχάλης Γκανάς

da “Ἀϰάθιστος Δεῖπνος”, 1978

Io abito un dolore – René Char

     

     Non lasciar la cura di governare il tuo cuore a quelle tenerezze parenti dell’autunno, da cui han preso il placido andare e l’affabile agonia. L’occhio è precoce nell’avvizzire. La sofferenza conosce poche parole. Preferisci coricarti senza fardello: sognerai il domani e ti sarà lieve il letto. Sognerai che la tua casa non ha piú vetri. Sei impaziente d’unirti al vento, al vento che percorre un anno in una notte. Altri canteranno la melodiosa incarnazione, le carni che personificano soltanto la stregoneria della clessidra. Condannerai la gratitudine che si ripete. Piú tardi, sarai identificato a qualche disgregato gigante, signore dell’impossibile.
     Eppure.
     Non hai fatto che aumentare il peso della tua notte. Sei tornato alla pesca di muraglie, alla canicola senza estate. Sei furibondo contro il tuo amore al centro d’un’intesa che perde il senno. Pensa alla casa perfetta che mai vedrai alzarsi. A quando il raccolto dell’abisso? Ma tu hai cavato gli occhi al leone. Credi di veder passare la bellezza sopra nere lavande…
     Cos’è che t’ha issato, ancora una volta, un poco piú in alto, senza convincerti?
     Non v’è seggio puro.

René Char

(Traduzione di Giorgio Caproni)

da “René Char, Poesie”, Einaudi, Torino, 2018

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J’habite une douleur

     Ne laisse pas le soin de gouverner ton cœur à ces tendresses parentes de l’automne auquel elles empruntent sa placide allure et son affable agonie. L’œil est précoce à se plisser. La souffrance connaît peu de mots. Préfère te coucher sans fardeau: tu rêveras du lendemain et ton lit te sera léger. Tu rêveras que ta maison n’a plus de vitres. Tu es impatient de t’unir au vent, au vent qui parcourt une année en une nuit. D’autres chanteront l’incorporation mélodieuse, les chairs qui ne personnifient plus que la sorcellerie du sablier. Tu condamneras la gratitude qui se répète. Plus tard, on t’identifiera à quelque géant désagrégé, seigneur de l’impossible.
     Pourtant.
     Tu n’as fait qu’augmenter le poids de ta nuit. Tu es retourné à la pêche aux murailles, à la canicule sans été. Tu es furieux contre ton amour au centre d’une entente qui s’affole. Songe à la maison parfaite que tu ne verras jamais monter. À quand la récolte de l’abîme? Mais tu as crevé les yeux du lion. Tu crois voir passer la beauté au-dessus des lavandes noires…
     Qu’est-ce qui t’a hissé, une fois encore, un peu plus haut, sans te convaincre?
     Il n’y a pas de siège pur.

René Char

da “Poèmes et prose choisis”, Éditions Gallimard, Paris, 1957

Risveglio – Cesare Pavese

Peter Marlow, Kingswear Castle, Devon, England, 1998

     

       Lo ripete anche l’aria che quel giorno non torna.
La finestra deserta s’imbeve di freddo
e di cielo. Non serve riaprire la gola
all’antico respiro, come chi si ritrovi
sbigottito ma vivo. È finita la notte
dei rimpianti e dei sogni. Ma quel giorno non torna.

     Torna a vivere l’aria, con vigore inaudito,
l’aria immobile e fredda. La massa di piante
infuocata nell’oro dell’estate trascorsa
sbigottisce alla giovane forza del cielo.
Si dissolve al respiro dell’aria ogni forma
dell’estate e l’orrore notturno è svanito.
Nel ricordo notturno l’estate era un giorno
dolorante. Quel giorno è svanito, per noi.

     Torna a vivere l’aria e la gola la beve
nella vaga ansietà di un sapore goduto
che non torna. E nemmeno non torna il rimpianto
ch’era nato stanotte. La breve finestra
beve il freddo sapore che ha dissolta l’estate.
Un vigore ci attende, sotto il cielo deserto.

Cesare Pavese

[7-8 novembre 1937]

da “Poesie del disamore”, Einaudi, Torino, 1951