Salmo – Paul Celan

Paul Celan

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nessuno c’impasta di nuovo, da terra e fango,
nessuno insuffla la vita alla nostra polvere.
Nessuno.

Che tu sia lodato, Nessuno.
È per amor tuo
che vogliamo fiorire.
Incontro a
te.

Noi un Nulla
fummo, siamo, reste-
remo, fiorendo:
la rosa del Nulla,
la rosa di Nessuno.

Con lo stimma anima-chiara,
lo stame ciel-deserto,
la corona rossa
per la parola di porpora
che noi cantammo al di sopra,
ben al di sopra
della spina.

Paul Celan

(Traduzione di Giuseppe Bevilacqua)

da “La rosa di nessuno”, in “Paul Celan, Poesie”, “I Meridiani” Mondadori, 1998

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Psalm

Niemand knetet uns wieder aus Erde und Lehm,
niemand bespricht unseren Staub.
Niemand.

Gelobt seist du, Niemand.
Dir zulieb wollen
wir blühn.
Dir
entgegen.

Ein Nichts
waren wir, sind wir, werden
wir bleiben, blühend:
die Nichts-, die
Niemandsrose.

Mit
dem Griffel seelenhell,
dem Staubfaden himmelswüst,
der Krone rot
vom Purpurwort, das wir sangen
über, o über
dem Dorn.

Paul Celan

da “Die Niemandsrose”, S. Fischer Verlag, 1963

 

Il paradiso sui tetti – Cesare Pavese

Cesare Pavese – Foto Roberto Merlo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Sarà un giorno tranquillo, di luce fredda
come il sole che nasce o che muore, e il vetro
chiuderà l’aria sudicia fuori del cielo.

Ci si sveglia un mattino, una volta per sempre,
nel tepore dell’ultimo sonno: l’ombra
sarà come il tepore. Empirà la stanza
per la grande finestra un cielo piú grande.
Dalla scala salita un giorno per sempre
non verranno piú voci, né visi morti.

Non sarà necessario lasciare il letto.
Solo l’alba entrerà nella stanza vuota.
Basterà la finestra a vestire ogni cosa
di un chiarore tranquillo, quasi una luce.
Poserà un’ombra scarna sul volto supino.
I ricordi saranno dei grumi d’ombra
appiattati cosí come vecchia brace
nel camino. Il ricordo sarà la vampa
che ancor ieri mordeva negli occhi spenti.

Cesare Pavese

[11-16 gennaio 1940]

da “Lavorare stanca”, Einaudi, Torino, 1998

Uomini e valigie – Ghiannis Ritsos

Herbert List, Untitled (Boats, Greece), 1937

 

Non lasciare l’asciugamano bagnato sul tavolo. Dobbiamo fare ordine.
Un altro mese e finisce anche quest’estate.
Com’è triste smobilitare di nuovo i costumi da bagno, gli occhiali da sole,
le camicie con le maniche corte, le scarpe bianche di tela, i sandali,
i colori dei tramonti sul mare sfavillante. Chiuderanno
i cinema all’aperto, si ammucchieranno le sedie sotto la tettoia,
si faranno meno frequenti gli orari delle navi. Le belle turiste
di sera nel loro Paese sfoglieranno le fotografie a colori
dei bagnanti, dei rematori, dei pescatori (non le nostre). Ecco, sul soppalco
le valigie chiuse aspettano già di sapere
quando partiremo di nuovo, dove ci troveremo, fino a quando. E tu sai
che dentro quelle valigie vuote e consunte
ci sono ancora alcuni sacchetti di plastica, pezzi di spago e nessuna bandiera.

Ghiannis Ritsos

Karlòvasi, 26.VII.87

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “I negativi del silenzio”, 1987, in “Molto tardi nella notte”, Crocetti Editore, 2020

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Ἄνθρωποι ϰαί βαλίτσες

Μ ἠν ἀφήνεις τή βρεγμένη πετσέτα στό τραπέζι. Πρέπει νά συμμαζευτοῦμε.
Κάνας μήνας ἀϰόμα ϰαί τελειώνει ϰι αὐτό τό ϰαλοϰαίρι.
Τί θλιβερά πού ἀποστρατεύονται πάλι τά μαγιό, τά γυαλιά τοῦ ἥλιου,
τά ϰοντομάνιϰα πουϰάμισα, τ’ ἄσπρα λινά παπούτσια, τά σαντάλια,
τά χρώματα τῶν δειλινῶν στή λάμπουσα θάλασσα. Θά ϰλείσουν
τά θερινά σινεμά, θά στοιβαχτοῦν στό ὑπόστεγο οἱ ϰαρέϰλες,
τά δρομολόγια τῶν πλοίων θ’ ἀραιώσουν. Οἱ ὡραῖες τουρίστριες
θά ξεφυλλίζουν τά βράδια στή χώρα τους τίς ἔγχρωμες φωτογραφίες
ϰολυμβητῶν, ϰωπηλατῶν, ᾡαράδων (ὄχι διϰές μας). Νά, ϰιόλας,
ἐπάνω στό πατάρι, ϰλειστές οἱ βαλίτσες περιμένουν
πότε θά φύγουμε πάλι, ποῦ θά βρεθοῦμε, ὥς πότε. Καί ξέρεις
πώς μέσα σ’ ἐϰεῖνες τίς φθαρμένες, ἄδειες βαλίτσες
μένουν ἀϰόμη ϰάτι νάιλον σαϰοῦλες, ϰάτι σπάγϰοι ϰαί ϰαθόλου σημαῖες.

Γιάννης Ρίτσος

Καρλόβασι, 26.VII.87

da “Τά άρνητιϰα τñς σιωπñς”, 1987, in “Ἀργά, πολύ ἀργά μέσα στή νύχτα”, Κέδρος, 1991

Le bianche vele – Adam Zagajewski

Adam Zagajewski, foto di
Krzysztof Dubiel

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Eugène Delacroix osservava
le navi a vapore nel Canale della Manica,
che lentamente, sistematicamente avevano cominciato
a sostituire le fregate dalle gonfie bianche vele
e scriveva con tristezza nel diario:
tutto intorno a noi è soggetto a degrado,
la bellezza del mondo ci lascia per sempre;
di continuo compaiono nuove
invenzioni, forse utili,
ma infinitamente banali
(per esempio le linee ferroviarie,
le locomotive pesanti come la mano di un boia).
Egli stesso dipingeva splendidi cavalli e minacciosi leoni
e i loro muscoli tesi sotto il pelo corto,
e le uniformi degli spahis, tanto rosso,
per il sangue o per tessuti esotici,
e la luce danzante sulla lama della spada
– e poi rimasero ormai solo le macchine,
vecchie macchine e macchie d’olio
sulla sabbia, sulla segatura (e anche il sangue).
C’è tanta nuova realtà
e ciò che è meraviglia è diventato timido,
difficile da ritrovare, fissare nella memoria,
immortalarlo, eppure le alte
bianche nubi a più piani,
gli arroganti, fieri cumuli, trascorrono
sulla Francia e sulla Germania e sulla Polonia,
trascorrono su di noi e in essi si nascondono
fedeli uccelli migratori, gru e ciuffolotti,
vi dimorano rondini, rigogoli, rondoni,
e anche le ferrate aeronavi,
che ci uccidono o ci salvano.
Continuamente roteano su di noi
la morte e la salvezza.

Adam Zagajewski

(Traduzione di Marco Bruno)

dalla rivista “Poesia”, Anno XXX, Novembre 2017, N. 331, Crocetti Editore

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Białe żagle

Eugène Delacroix przyglądał się
statkom parowym na Kanale La Manche,
które powoli, systematycznie zaczęły
wypierać fregaty o wydętych białych żaglach
i pisał ze smutkiem w swoim dzienniku:
wszystko wokół nas ulega degradacji,
piękno świata odchodzi na zawsze;
nieprzerwanie pojawiają się nowe
wynalazki, być może użyteczne,
lecz nieskończenie banalne
(na przykład koleje żelazne,
lokomotywy ciężkie jak ręka kata).
On sam malował dorodne konie i groźne lwy
i ich muskuły napięte pod krótką sierścią,
i mundury spahisów, dużo czerwieni,
którą może dać krew albo egzotyczne tkaniny,
i światło tańczące na klindze szabli
– a potem zostały już tylko maszyny,
szare maszyny i plamy oleju
na piasku, na trocinach (i także krew).
Jest dużo nowej rzeczywistości
i to, co cudowne stało się nieśmiałe,
trudno je odnaleźć, zapamiętać,
utrwalić, a jednak wysokie,
białe, wielopiętrowe chmury,
aroganckie, dumne cumulusy, płyną
nad Francją i nad Niemcami i nad Polską,
płyną nad nami i kryją się w nich
wierne ptaki wędrowne, żurawie i gile,
mieszkają w nich jaskółki, wilgi, jerzyki,
i także żelazne statki powietrzne,
które nas zabijają lub ratują.
Wciąż krążą nad nami
śmierć i ocalenie.

Adam Zagajewski

da “Asymetria”, A5 K. Krynicka, 2014

La sera invade il calice leggero – Vittorio Sereni

Vittorio Sereni

 

 

 

 

 

 

 

 

 

La sera invade il calice leggero
che tu accosti alle labbra.
Diranno un giorno: – che amore
fu quello… -, ma intanto
come il cucù desolato dell’ora
percossa da stanza a stanza
dei giovani cade la danza,
s’allunga l’ombra sul prato.
E sempre io resto
di qua dalla nube smemorata
che chiude la tua dolce austerità.

Vittorio Sereni

da “Frontiera”, Edizione di Corrente, 1941