Tenerezza – Bella Achatovna Achmadulina

Dipinto di Jacek Yerka

 

È così tangibile questa mia tenerezza
così piena di allusioni concrete
che talvolta acquista forma e peso
e prende corpo in un oggetto.

D’un tratto, su un angolo del tavolo,
si trasformerà in un vaso antico,
e tu ti chinerai meravigliato
ad osservarne gli arabeschi.

Sussulterà stupita la tua casa,
e tutti cadranno dalle nuvole.
— Da dove viene questo vaso? —
chiederai accigliato a tua moglie.

— E l’antiquario che prezzo ha chiesto? —
Ti prego, non rimproverarla.
Sono soltanto io che rido e piango,
io che vivo da te così lontana.

Sono le mie lacrime di vetro
così pesanti nel cadere in terra
che risuonano come grosse schegge
di bicchieri rotti nel silenzio.

È perché non posso mai vederti,
oppure solo a tratti, di sfuggita,
che io compio, invisibile al tuo sguardo,
i miei incantesimi innocenti.

Improvvisamente, come sulle cime dei monti,
ti avvolgerà una nuvola.
Urlerai: — Ma insomma, non c’è pace!
Da dove è uscita questa nuvola? —

Su, non essere superstizioso,
non fare scongiuri come le donnette:
sono i cristalli della mia tenerezza
che si sono posati sul tuo capo.

Sono io che scioccamente, e con dolcezza,
sola, in disparte, uso la magia
per creare piccole follie
che ti facciano pensare a me.

Ma come fanno le persone buone,
giocando con le mie magiche virtù
io ti proteggo da tutte le sventure
e così alleggerisco il mio dolore.

Adesso addio! E lavora!
Il mio scherzo verrà dimenticato.
Ma son sicura di restare nelle favole
che un giorno racconterai ai tuoi bambini…

Bella Achatovna Achmadulina

(Traduzione di Serena Vitale)

da “Tenerezza e altri addii”, Guanda, Parma, 1971

***

Нежность

Так ощутима эта нежность,
вещественных полна примет.
И нежность обретает внешность
и воплощается в предмет.

Старинной вазою зеленой
вдруг станет на краю стола,
и ты склонишься удивленный
над чистым омутом стекла.

Встревожится квартира ваша,
и будут все поражены.
— Откуда появилась ваза? —
ты строго спросишь у жены. —

И антиквар какую плату
спросил? —
О, не кори жену —
то просто я смеюсь и плачу
и в отдалении живу.

И слёзы мои так стеклянны,
так их паденья тяжелы,
они звенят, как бы стаканы,
разбитые средь тишины.

За то, что мне тебя не видно,
а видно — так на полчаса,
я безобидно и невинно
свершаю эти чудеса.

Вдруг облаком тебя покроет,
как в горних высях повелось.
Ты закричишь: — Мне нет покою
Откуда облако взялось?

Но суеверно, как крестьянин,
не бойся, «чур» не говори —
то нежности моей кристаллы
осели на плечи твои.

Я так немудрено и нежно
наколдовала в стороне,
и вот образовалось нечто,
напоминая обо мне.

Но по привычке добрых бестий,
опять играя в эту власть,
я сохраню тебя от бедствий
и тем себя утешу всласть.

Прощай! И занимайся делом!
Забудется игра моя.
Но сказки твоим малым детям
останутся после меня.

Белла Ахатовна Ахмадулина

1959

da “Сны о Грузии”, Мерани, 1977

L’arco del sorriso – Alèxandros Ísaris

Edward Weston, Tina Modotti, 1921

 

Un altro corpo vicino a te la notte
Statue ornano il tuo letto
E rose che profumano di gelsomino.
Brillano nella tenebra le coperte
La pelle cristallo gocciolante.
La linea della bocca nell’arco del sorriso
Le membra tenere nel miele
I tuoi occhi stretti e nella stanza
Ali di angeli e di uccelli che ti stordiscono
Svolazzando.

Alèxandros Ísaris

(Traduzione di Filippomaria Pontani)

da Tornerò luminoso. Poesie 1993-1999, 2000

da “Antologia della poesia greca contemporanea”, Crocetti Editore, 2004

∗∗∗

Το τόξο τοῦ χαμόγελου

Ἓνα ἄλλο σῶμα δίπλα σου τη νύχτα
Ἀγάλματα στολίζουν το ϰρεβάτι σου
Καί ρόδα πού μυρίζουν γιασεμί.
Λάμπουν στο σϰοτάδι τα σϰεπάσματα
Το δέρμα ϰρύσταλλο που στάζει.
Ἡ γραμμή τοῦ στόματος στο τόξο τοῦ χαμόγελου
Τά μέλη ἀπαλά μέσα στο μέλι
Τα μάτια σου σφιχτά ϰαι στο δωμάτιο
Φτερά ἀγγέλων ϰαί πουλιῶν που σε ζαλίζουνε
Μέ τό φτερούγισμά τους.

Ἀλέξανδρος Ἲσαρης

da “Θά ἐπιστρέψω φωτεινός”, Ποιήματα 1993-99, 2000

Il capo del deserto – Yvan Goll

Foto di Anka Zhuravleva

 

Eressi per me il tuo capo sopra il deserto della morte quotidiana
Schiavi innumerevoli cossero i mattoni della tua statua
Col sangue del sole sorgente
Su scale di muratori salirono nei tuoi occhi
Intarsiarono le cupole con la polvere d’oro delle stelle
E le pupille con kohl e smeraldi
Esse oscillavano come l’eterna bilancia
Su cui si misurano il sole e la luna

Presto salí dal portale della tua bocca di granito
Che prediceva e vaneggiava
La dottrina del tuo antico popolo

Credevo il tuo cuore per sempre custodito
Nella piú profonda dimora del deserto
Il tuo occhio di veggente radiante oltre il tempo

Ma ahimè quanto presto divenisti cieca
Nel vento sabbioso e nella nebbia dei fantasmi
I mattoni marcirono piú in fretta di ogni carne
Le carovane accampate presso il lago salato dei tuoi occhi
Non riconobbero piú il tuo capo svanente
E il canto delle tue labbra sgretolate
Si spense nella volta azzurra della luna

Yvan Goll

(Traduzione di Lia Secci)

da “Erba di sogno”, Einaudi, Torino, 1970

∗∗∗

Das Wüstenhaupt

Ich baute mir dein Hauptüber der Wüste des taglichen Todes
Zahllose Sklaven brannten die Ziegel deiner Gestalt
Aus dem Blut des Sonnenaufgangs
Auf Regenleitern stiegen Maurer in deine Augen
Legten die Kuppeln aus mit dem Goldstaub der Sterne
Und die Pupillen mit Kohol und Smaragd
Diese schwebten wie die ewige Waage
Auf der sich Sonne und Mond messen

Bald stieg aus dem Tor deines granitenen Mundes
Der wahr- und irrsprach
Die Zauberlehre deines alten Volkes

Ich glaubte dein Herz für immer geborgen
In der tiefsten Wohnung der Wüste
Dein Seherinnenauge die Zeit überstrahlend

Doch ach wie bald erblindetest du
Im Sandwind und Nebel der Geister
Die Ziegel verwesten schneller als alles Fleisch
Die Karawanen die am Salzsee deiner Augen lagerten
Erkannten dein verwehendes Haupt nicht mehr
Und deiner bröckelnden Lippen Gesang
Verschallte im blauen Gewölbe des Mondes

Yvan Goll

da “Traumkraut”, Limes Vergal, Wiesbaden, 1951

Dismisura – Piero Bigongiari

Foto di Nastya Kaletkina

 

Fra strazi di sonagli al muto riso
dei neri astri dal suo paradiso
il tuo delirio sugge dalle palme
tese al vuoto una nuova metamorfosi.

Chi ti sostenne se tu osi ancora,
o dismisura, fare tuo lo spazio
aperto da una lacrima? son rosi
gli alveari da valvole di miele,

precipitano rose funerarie,
nappi su stele pallide son porti
da una mano recisa a labbra estinte,
e l’aria ancora annuvolan, topazi

gemebondi, i passi per cui qui teco
venimmo: te in oscura eco ravvolta
risalgono, fiori lancinanti,
cenere di disastri, risa, pianti.

Tra elitre notturne il tuo canto
ancora canta i miei persi dolori,
e le altre stelle fioriscono, malori
divini, sulle braccia che auliscono.

Piero Bigongiari

da “La figlia di Babilonia”, 1942, in “Stato di cose”, “Lo Specchio” Mondadori, 1968

«A te si giunge solo» – Pedro Salinas

Foto di Rodney Smith

[LIX]

A te si giunge solo
attraverso di te. Ti aspetto.

Io certo so dove sono,
la mia città, la strada, il nome
con cui tutti mi chiamano.
Ma non so dove sono stato
con te.
Lí mi hai portato tu.

Come
potevo imparare il cammino
se non guardavo altro
che te,
se il cammino erano i tuoi passi,
e il suo termine
l’istante che tu ti fermasti?
Cosa ancora poteva esserci
oltre a te offerta, che mi guardavi?

Ma ora,
quale esilio, che assenza
essere dove si è!
Aspetto, passano i treni,
il caso, gli sguardi.
Mi condurrebbero forse
dove mai sono stato.
Ma io non voglio i cieli nuovi.
Voglio stare dove sono già stato.
Con te, tornare.
Quale immensa novità
tornare ancora,
ripetere, mai uguale,
quello stupore infinito!

E finché tu non verrai
io rimarrò alle soglie
dei voli, dei sogni,
delle scie, immobile.
Perché so che là dove sono stato
né ali, né ruote, né vele
conducono.
Hanno tutte smarrito il cammino.
Perché so che là dove sono stato
si giunge solo
con te, attraverso di te.

Pedro Salinas

(Traduzione di Emma Scoles)

da “La voce a te dovuta”, Einaudi, Torino, 1979

∗∗∗

[LIX]

A ti sólo se llega
por ti. Te espero.

Yo sí que sé dónde estoy,
mi ciudad, la calle, el nombre
por el que todos me llaman.
Pero no sé dónde estuve
contigo.
Allí me llevaste tú.

¿Como
iba a aprender el camino
si yo no miraba a nada
más que a ti,
si el camino era tu andar,
y el final
fue cuando tú te paraste?
¿Que más podía haber ya
que tú ofrecida, mirándome?

Pero ahorae,
¡qué desterrado, qué ausente
es estar donde uno está!
Espero, pasan los trenes,
los azares, las miradas.
Me llevarían adonde
nunca he estado. Pero yo
no quiero los cielos nuevos.
Yo quiero estar donde estuve.
Contigo, volver.
¡Qué novedad tan immensa
eso, volver otra vez,
repetir lo nunca igual
de aquel asombro infinito!

Y mientras no vengas tú
yo me quedaré en la orilla
de los vuelos, de los sueños,
de las estelas, inmovíl.
Porque sé que adonde estuve
ni alas, ni ruedas, ni velas
llevan.
Todas van extraviadas.

Porque sé que adonde estuve
sólo
se va contigo, por ti.

Pedro Salinas

da “La voz a ti debida”, Madrid, Signo, 1933