Messaggio sinaitico – Piero Bigongiari

Foto di Tina Fersino

 

Il passaggio si fa stretto, le rocce
violacee si restringono, fiammeggiano,
si spengono in un nero rilucente
schisto simile a quello della morte.

Quello che ho visto altro non è che il segno
del restringersi verso l’apertura?
Il tempo scende nella strozzatura
rovesciata del regno. La caotica
clessidra, la misuratrice, è in mano
di una fata o di un demone maldestro?

La natura dell’uomo abbandonata
troppo a se stessa è in questo scricchiolare
di locuste che il suo passo calpesta.
Su questo mirabolante tappeto
della morte lucente camminai
come su un vetro spezzato, per giungere
sui luoghi del discreto Nascondiglio:
là verdeggiava il roveto ardente.
Anche della speranza che si spezza,
Domine, non sum dignus?

                                          Ma è lì,
è lì nella sutura, che il passo
si desta in quello che non sa di essere,
gugliata che rammenda la ferita
quanto più la esulcera in profondo.
Lì dove tace il gesto delle dita
la cruna attende il filo che spezzato
simile è al morto lucore del fato.
Fu troppo teso o forse troppo lasco?

Fu lì che egli capì che quel suo andare
era senza ritorno: nel deserto
soggiorno di un futuro senza tempo
si alzava il muro in cui si aprì la porta
verso il canto della Resurrezione
che, dai loro stalli siderali,
infreddoliti monaci levavano
come da un precipizio in excelsis.
Erano già i morti che cantavano
dalla tomba? Rombava quel silenzio
in una luce fonda, imperscrutabile,
come in una ronda tra morte e vita
in una felicità inaudita.

Mi pasco di leggende dove forse
non so se nasco o muoio. Il vero ha tali
tourniquets improvvisi. Nulla so,
più nulla né di me, nulla di te
che fanciulla mi consegnasti il filo
della tua e d’ogni altra seduzione.
Il sedotto seduce anche la morte?
La sorte ha tali porte intemerate,
simili a quelle dove profumavano
in cascate stordenti i miei glicini,
entrate da cui non si può più uscire?

La legge è al di là, dove le tende
dell’attesa dovranno essere alzate.
La ressa è il luogo dell’oblio. Chi è stato
attento al proprio passo, anche al crudele
suo incidere su ciò che giace morto
sotto il piede, nel contorto riavvolgersi
dello stame in se stesso forse vede
filare il nuovo nesso. È un susseguirsi
di bagliori – di lampi? –. Non sei fuori
di te che solo là dove esci ignaro
da te stesso.

            La roccia è ormai coperta
dagli impossibili, olezzanti fiori
del perdono. Da dove sei passato?
Dove sei, che ti guardi intorno, mentre
tutt’intorno fiammeggia ogni tuo sogno
quasi più non trattenga quanto indica.
Sono queste le chiavi del tuo regno,
anche se ormai quasi inutilizzabili?
Dove riposa il dono immeritato?
Nella fiamma, invisibile? Dispera
chi troppo spera. La dolcezza è un gioco
terribile nella sua crudeltà.

Così mi volsi un giorno, alzando gli occhi,
pellegrino, a chi non mi attendeva.
In cammino, il viaggio era un residuo
della mia stessa immobilità,
come se fosse il raggio vagabondo
che si posa qua e là, e sta e non sta,
sargasso sradicato nell’Oceano
troppo amato dell’essere. Ma dove,
dove conduce, chi non si conduce
troppo per mano, forse chi si perde,
chi ha alzato il capo chino sulla spera
dove ormai guarda cieco anche il destino?

Ho perso, o vinto?, direi solo: ho amato
quanto più si chiudeva il labirinto
schiudendosi nel suo centro perlato.
Se il male, anche il male, è così dolce,
Signore. Ma tu sai che proprio amando
ho curato anche il male come fosse
quanto il bene ha obliato, di cui era,
nel suo essere, ormai solo lo scandalo.

Cosa occorre che non possa più oltre
mancare? Forse il fiore che si torce
nelle proprie radici sotto il sasso
per sgorgare domani tra gli sterpi,
dopo avere aggirato a lungo il masso,
fiore proteso verso le tue mani.
Anche il bene come il serpente repe
mentre sbuca imprevisto dalla siepe.

Piero Bigongiari

25-29 dicembre 1992

da “Dove finiscono le tracce”, (1984-1996), Le Lettere, Firenze, 1996

La curva dei tuoi occhi intorno al cuore – Paul Éluard

Arnold Genthe, Julia Marlowe, c.1911

 

La curva dei tuoi occhi intorno al cuore
Ruota un moto di danza e di dolcezza,
Nimbo del tempo, arca notturna e fida,
E se non so piú tutto quello che vissi
È che non sempre i tuoi occhi m’hanno visto.

Foglie di luce e spuma di rugiada
Canne del vento, risa profumate,
Ali che il mondo coprono di luce,
Navi che il cielo recano ed il mare,
Caccia dei suoni e fonti dei colori,

Profumi schiusi da cova di aurore
Sempre posata su paglia degli astri,
Come il giorno vive d’innocenza
Il mondo vive dei tuoi occhi puri
E va tutto il mio sangue in quegli sguardi.

Paul Éluard

(Traduzione di Franco Fortini)

da “Capitale de la douleur”, 1926, in “Paul Éluard, Poesie”, “I Supercoralli” Einaudi, 1955

∗∗∗

La curva dei tuoi occhi fa il giro del mio cuore,
girotondo di danza e di dolcezza,
aureola del tempo, culla notturna e sicura,
i tuoi occhi non m’han sempre veduto
io non so tutto quello che ho vissuto.

Foglie di luce e schiuma di rugiada,
canne del vento, sorrisi odorati,
ali che rischiarano il mondo,
navi di cielo cariche e di mare,
sorgenti dei colori, a caccia d’ogni suono.

Profumi schiusi da una covata d’aurore
che giace ancora sulla paglia degli astri,
come il giorno deriva da innocenza
intero il mondo dai tuoi occhi puri
e il mio sangue fluisce in quegli sguardi.

Paul Éluard

(Traduzione di Piero Bigongiari)

dalla rivista “Poesia”, Anno XVIII, Dicembre 2005, N. 200, Crocetti Editore 

***

«La courbe de tes yeux fait le tour de mon cœur»

La courbe de tes yeux fait le tour de mon cœur,
Un rond de danse et de douceur,
Auréole du temps, berceau nocturne et sûr,
Et si je ne sais plus tout ce que j’ai vécu
C’est que tes yeux ne m’ont pas toujours vu.

Feuilles de jour et mousse de rosée,
Roseaux du vent, sourires parfumés,
Ailes couvrant le monde de lumière,
Bateaux chargés du ciel et de la mer,
Chasseurs des bruits et sources des couleurs

Parfums éclos d’une couvée d’aurores
Qui gît toujours sur la paille des astres,
Comme le jour dépend de l’innocence
Le monde entier dépend de tes yeux purs
Et tout mon sang coule dans leurs regards.

Paul Éluard

da “Capitale de la douleur”, Librairie Gallimard, Paris, 1926

Serenata a Gessica – Gesualdo Bufalino

Foto di Walter Valentini

 

I violini sotto i balconi del ghetto
acutamente ti chiamano, cuciono
ai tuoi piedi un damasco dogale:
tu da una fiaba mi lanci una rosa.

Gessica, ma le palme della sera
l’ingenua fronte bendarti
non senti ancora, e dai canali immensa
un’aquila di nuvole levarsi?

Addio, Gessica, addio, viso perduto:
già remota, con gesti di sonno
navighi un fiume d’aria
fra uno sterminio docile di fiori.

Gesualdo Bufalino

da “La festa breve”, in “Gesualdo Bufalino, Opere: 1 [1981, 1988]”, Bompiani, 2006

Alle Parche – Friedrich Hölderlin

Sir Edward John Pointer, Erato, Muse of Poetry, 1870

4.

    Solo una estate, Onnipotenti, datemi
ed un autunno a maturarmi il canto;
cosí che, sazio di quel dolce giuoco,
piú volentieri mi si fermi il cuore!

    L’anima, a cui negò la vita in dono
il suo santo diritto, non ha pace
neppur laggiú nell’Erebo profondo…

    Ma se raggiunger mi sia dato un giorno
te, che a cuor mi stai nel mondo sola,
divina Poesia, —  ben venga allora
il silenzio dell’ombra sempiterna!

    Pago sarò, se pur non mi accompagni
il suono di mie corde… Un solo istante,
vissuto in terra avrò come gli Dei…
Ed altro io piú non chiedo al mio destino.

Friedrich Hölderlin

(Traduzione di Vincenzo Errante)

da “Liriche del ripiegamento lirico”, in “Vincenzo Errante, La lirica di Hoelderlin”, Vol. I, Riduzione in versi italiani, Sansoni, 1943

***

An die Parzen

Nur Einen Sommer gönnt, ihr Gewaltigen!
Und einen Herbst zu reifem Gesänge mir,
Daß williger mein Herz, vom süßen
Spiele gesättiget, dann mir sterbe.

Die Seele, der im Leben ihr göttlich Recht
Nicht ward, sie ruht auch drunten im Orkus nicht;
Doch ist mir einst das Heil’ge, das am
Herzen mir liegt, das Gedicht gelungen,

Willkommen dann, o Stille der Schatten weit!
Zufrieden bin ich, wenn auch mein Saitenspiel
Mich nicht hinab geleitet; Einmal
Lebt ich, wie Götter, und mehr bedarfs nicht.

Friedrich Hölderlin

da “Gedichte”, Stuttgart, J.G. Cotta, 1847

Zum Arbeitslager Treblinka – Roberto Roversi

Henri Cartier-Bresson, Germania, 1945

[I. Pensieri incombono    II. È oggi che dobbiamo contrastare    III. Il rumore dei passi     IV. Il male è dappertutto uguale. È male    V. Riflessione notturna e cronaca dei giornali     VI. Non c’è porta che basti]

Come e perché, in queste notti
di prima estate, cosí brevi sfuggenti,
alle luci dell’alba gonfia di un mare,
a questa luce d’alba fresca suadente fragile e come
rosata, terribilmente radiosa −
un rumore di treno su lunghe rotaie
stride fra i neri boschi,
si posa sulla spalla,
per me a galla questi foschi pensieri
e immagini di morte (la fredda zaffata
che esce dalle peschiere)
e sudando nelle immagini
questi pensieri incombono,
e piango sul cuore di un ebreo
che ha il suo banco
nell’antico cuore di una strada
ed è vecchio stanco come mio padre ariano.

Scomparvero nelle piramidi di fuoco.
Quel tempo sporcò di melma le mani
dei sopravvissuti, dai gelidi cancelli
precipitarono ancora ancora
le mandrie nei macelli −
belare straziava la lama dei coltelli
in mano ai giovani carnefici.
Non è questo che voglio: ricordare.
No ritornare a quei lontani
anni, a quei tempi lontani.
I cani erano piú felici degli uomini.
I miei versi sono fogli gettati
sopra la terra dei morti.
È oggi che dobbiamo contrastare.
Allora le greggi si sparpagliavano
picchiate dalle verghe nemiche
(e i libri superstiti
le lacrime esauste
i codici che restavano
« oggi 13 aprile sono morti 800
oggi 30 giugno via Polkiava è sbarrata
oggi 5 luglio il ghetto è solo un muro »)
un uomo era nel profondo interrato
vano della terra, nel suo immondo
silenzio, fra corpi nudi di morti.
Chi tradiva, chi smagriva, chi pativa,
chi sapeva aspettare, chi impazziva
all’improvviso e dava il lacero grido di sirena
(era la fine di un mondo).
Le ombre dei morti di Norimberga
scheletri feroci
azzannavano i diavoli sconfitti
uscenti a gorghi da fiamme.
Oggi sono rimasti in pochi a contrastare.
I reduci invecchiati
lacrimano in silenzio all’angolo
della tavola, asciugano le palpebre anche le madri
col figlio giovane alla parete.
I ragazzi hanno vent’anni d’età.
Il loro riso è tremendo, furibondo
piú della iena tedesca, piú duro
a sopportare di un supplizio politico.
Non dànno nulla, non vogliono
nulla sapere né altro intendere; sta
la loro splendida forza disarmata
e dolente come il sasso in un prato.
Non riconoscono debiti, non vogliono
neppure conoscere la tristezza dei vecchi
− né la voce, sola voce, voce di notte
che dice di passate miserie, che affonda
fra le pietre di tombe
« oh voi prefiche rauche » (gli ridono)
incombe la loro voce insulsa stridula,
è una cagna urlante nel vicolo,
e con le mani di viola devastano il silenzio
già distrutto nel cuore anche per noi.
Restiamo imprigionati contro il muro.
Nessun altro corpo è stato piú colpito
del petto di un ebreo.

Oggi che tocchiamo con le dita
nelle sbarrate ilari vie della vanità
altre gemme (parvenze minerali, fosche,
che diciamo verità)
oh non voglio che (facciate che non…) sulle devastate rovine
dove sono buttate in confuso riposo le ossa,
altri dalle macerie alzino ancora case
da distruggere; che il ritratto dei figli
sul letto di anziani coniugi si spezzi
nel piancito al tonfo di uno stivale;
siamo vivi solo per questo, per dire
parole, adagio, misere, non altro
è rimasto fra le mani ammuffite bruciate
dal sole di lacrime ormai spente.
Non una tiepida canna per cantare
a giuoco col vento. È il rumore
di passi pesanti − alzare la testa
(c’è amarezza e fiele in questo oscuro petto,
ancora c’è il rombo nell’orecchio
dei muri che s’aprivano, le risate dei vivi
uguali, uguali, uguali allo spiegato
riso del vincitore).
L’uomo s’adegua al fango della terra.
Solo a un popolo vecchio sconfortato
sorpreso nell’astuzia dolce da un’astuzia
piú feroce e improvvisa…

«Che cosa dice il vento?
che cosa dice il mare? »
sono i ricordi di uno scoramento
che trascina indietro, a naufragare
(frasi di un tempo giovane da amare:
certo non era il male che poteva farci sanguinare,
o forse proprio questo è il rumore del vento
che taglia con la lama i girasoli?
il mare è uguale dappertutto?
giallo coperto dai girasoli sbattuti?)
Anche la morte è uguale a un’altra morte
e a questa vita,
anche la morte è uguale a questa vita
− se è certa e resa viscida imponente
dal nostro sangue umano.

Battono dodici colpi, sui tetti
striscia un riverbero nero,
rumore di macchine lanciate,
piangono le gomme per le strade
poi verso le chiese sprangate
fra le ombre di statue pietrificate
a braccia spalancate,
ali di luce si spengono sull’erba.
A questo penso lungo la notte quando
− dans le bruillard s’en vont un paysan cagneux −
potrebbe un passo, un altro, raggiungere la mia porta.
Nella notte, io chino nell’alone del tavolo,
la luce bassa, i fogli, le pagine sacramentali,
un colpo, il tonfo − (tutto può rimanere
cosí, fermo per sempre, immobile
per sempre può restare la vicenda sognata)
la casa devastata, aperta, smascherata,
cassetti spalancati, gettati dalle pareti
i quadri, pochi quadri, rotto il vetro di tutti
(Manzù dal cristo morto,
l’ombra di un impiccato)
sgualciti i fogli, per terra calpestati,
l’urlo della donna seccato nella gola,
ad uno ad uno cadono dagli scaffali
i libri, bruciano sulle mani
− volume quinto di Lenin
« Altra cosa erano gli arresti e le deportazioni
durante il regno dell’odiato Nicola »,
Herzen agli amici di Russia:
« In ogni riga delle mie lettere avete visto il dolore »,
le fatiche, le pagine nel fuoco di questo dolore.
Bisogna forse morire per colpire piú a fondo.
La vita sola non basta.
Siamo troppo sporchi di dentro
per capirci, e troppo poveri per l’amore.

Non c’è porta che basti e nel pensiero,
nell’immagine che la notte dilata
sopra immemori tetti
− tu scrivi W Stalin sul ponte di Roncrio
poi la pioggia di un autunno nevoso
distrugge il ponte e Stalin,
o ti lasci perdere all’acqua del canale
verso il volo degli angeli scolpiti
su gli uomini ancora vivi alla Certosa,
luce ruotante in grido nel profondo
circolo del pozzo.
Questo è tutto, nell’anno sei e due
mese di luglio, venti, a luce d’alba
− nella gelida alba, alba rosata (con dita…)
− certo non si può consumare un aggettivo per l’alba,
alba non è ma è il fuoco degli alti forni,
la sirena che chiama, lo sciamare in fretta
grigio compatto degli uomini in bicicletta.
Se leggo le voci degli amici:
la mano non può sfiorare
la mano dell’amico,
una corrente divide i nostri cuori
siamo sempre piú antichi e soli.
Tutto d’altra parte è previsto e disposto,
la lucida intelligenza accede e provvede,
gli attuali problemi sono già circoscritti,
dilagano le parole in Shadow corpo dodici.

Mi inchino all’arte, alle parole sapienti
(ho assistito una volta al ditirambo
reciproco di due retori che s’invischiano
in lodi per lo scritto stupendo);
poi una vecchia millecento nera,
targata Roma, entra nel ghetto, brucia
devasta infanga insulta si accanisce
e il tempo si frantuma, nulla conta nel giorno:
e la vita, le vicende di quindici anni passati,
io che ancora vivo per ascoltare ancora
indifeso illeso il pianto di quella gente
(cosí altri, in silenzio);
nulla conta piú del labbro dell’ebreo
spaccato da un pugno poliziesco,
del numero sulle braccia, delle donne ammassate
come un tempo nel freddo di una colonna.
All’ombra dei portoni uomini furenti.
Le vostre parole allora? la nostra ipocrisia,
la nostra pietà che stride, la nostra vereconda
indifferenza? la parola che pesa?
i sottili riverberi, i giuochi, trame, aneliti
ammiccanti? a che servono i lieti ragionari?
Sotto il cielo romano (siamo i figli di Roma)
l’ebreo è un uomo con il labbro spaccato,
con un’ira divina, col braccio tatuato
− alberi enormi si tendono al ponente
hanno brividi leggeri, profumati
da un’erba strana e da ali,
mentre ai tavoli dei caffè
i poeti discutono dei principi immortali…

Roberto Roversi

da “Dopo Campoformio”, Einaudi, Torino, 1965