Raccoglimento – Valerio Magrelli

Andrew Wyeth, Afternoon flight, 1976

Uno diceva: io sono prevenuto contro me stesso fin dalla nascita
                                                                                     Friedrich Nietzsche

 

Mia debolezza, debolezza mia,
ma che devo fare con te?
Ho cinquant’anni e tremo quando tuona,
e sbaglio ancora posto
come quando sbagliai banco all’asilo.
Ho un corpo trapunto da graffe,
il sonno come un campo di macerie,
la forza che si sbriciola, la memoria in frantumi,
e in questo Grande Sfascio, l’unica cosa intatta resti tu,
mia ferita, mio Graal, codice a barre
di un estraneo che è leso, che è fallato,
costretto a essere me.
Mia debolezza, talpa del nemico,
creaturina indifesa che mi rendi indifeso,
il solo, vero premio della morte
sarà saperti morta insieme a me,
mio motore,
mio orrore,
mia consustanziale sconfitta.

Valerio Magrelli

da “Il sangue amaro”, Einaudi, Torino, 2014

Trasparenza invernale – Ghiannis Ritsos

Ghiannis Ritsos

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Interminabili mattine domenicali con un bel sole invernale freddo;
poche voci infantili ferme sulla mulattiera
e la provincia calcinata risplende nel vuoto, nell’asfittica trasparenza –

La casa del notaio dalle grandi finestre,
i vetri puliti, tutta proiettata verso l’esterno
non avendo nulla di suo da preservare,
tutta dominata dall’inverno,
con gli armadi, gli attaccapanni, la cucina,
il grande braciere di bronzo nella sala da pranzo –
e le bucce di mandarino che bruciano lentamente nel braciere incensando
vecchie immagini, tempi andati, che hanno perso forza e colore
e a poco a poco anche il loro senso
e piú tardi la loro pena e il peso
e piú tardi ancora la nostalgia –

Sono esistiti? Non sono esistiti? Quando? Dove? Perché?
E perché conservarli? Per fartene cosa?
E cosa fare del tempo? Per mantenere cosa?

Preoccupazioni per i tappeti, per le coperte, per gli indumenti di lana –
per anni e anni, ogni anno, all’arrivo della primavera,
a raccoglierli tutti, a scuoterli, spazzolarli,
infilarli nei bauli, negli armadi, uno strato sull’altro, con vecchi giornali,
come se seppellissi qualcosa di amato per preservarlo,
ed è una pena seppellirlo – ma che altro fare?
Poi c’è la luce della primavera e il verde della primavera,
poi la luce dell’estate e il mare dell’estate,
e poi né primavera né estate né verde né mare,
soltanto la luce e i suoi gesti nell’infinito,
la luce bianchissima che tutto brucia, annega, annienta,
cose vecchie e nuove e future, monti, alberi e marmi,
glorie e sentimenti, eventi e decisioni.

Allora anche tu scordavi pene e rimorsi, progetti e pentimenti; ricominciavi
con gli stessi errori, gli stessi baci, la stessa nudità cosí ben vestita,
fino all’arrivo delle prime umidità,
delle prime grandi stelle pentite,
del silenzioso, abbagliante saccheggio dell’autunno.
Poi, lenta e silenziosa, ma non triste, giungeva l’altra ebbrezza, quella della riflessione,
a farti raccogliere le cose sparse, a estorcere
un profitto magico alle cose perdute – e non a estorcere;
si offrivano da soli, doppi e tripli,
giardini e risa di ragazze tra le acacie, che un tempo fiorirono in modo indifferente o ostile,
ed erano fiorite di nuovo – un intero esercito bianco, questa volta alleato, nell’oscurità rarefatta.

La panchina verde, su cui ti sedesti una notte tutto solo, circondato da inutili stelle,
ora si è trasferita da sola dai campi gialli della desolazione autunnale
fin davanti alla tua porta come un calesse di campagna, dentro cui
ora siedono in due – perfino felici, potresti dire,
perché vedere e ammettere le cose che non hai avuto e non avrai
è quasi come averle – anzi, averle certamente. Cosí dicevamo, e forse con sincerità.

Carri colmi di fieno e di botti scendevano
dai villaggi, in certi strani tramonti
tutti oro e porpora e viola,
tutti ostentazione di vanagloria,
tutti uno sfarzo moribondo, e il mare, fino all’orizzonte, lo sapeva: – moribondo,
benché il mare ricopiasse cronologicamente, nei particolari,
nubi, colori, alberature, gabbiani, e il suo stesso abisso; questa precisione
adesso era la sua vita (moribonda anch’essa), l’unica sua vita, che gli donava vita.

Tutto questo sfarzo non può fare niente – è superfluo.
Non può nascondere niente. E tu dovevi preoccuparti di nuovo degli indumenti di lana,
toglierli dai bauli, scuoterli –
e il caffè diventava ogni giorno piú indispensabile.

Nelle camere deserte nevica naftalina,
l’odore liberato sbalordisce nella sua libertà,
e lí vicino scampanano i mortai in cui pestano chiodi di garofano, cannella e noci moscate
per il Natale e il Capodanno. Eppure, nonostante tutte le precauzioni,
il tempo e le tarme hanno fatto il loro lavoro –
i tappeti si aprono qua e là, i cappotti sono bucati,
i risvolti logori, i gomiti consunti.
L’anno dopo non ti preoccupi della naftalina
e meno ancora quello successivo,
e le tarme regnano sovrane, invisibili, nelle vecchie stanze,
regine senza regno,
– cos’altro possono rodere che non sia già stato mangiato?

Una resa calma, silenziosa, di un ottimismo quasi indifferente, come quando
una notte cammini sotto la pioggia e ti infastidisce
l’acqua sulla nuca, il fango ai piedi, però a poco a poco
la pioggia si impossessa di te, il fango ti entra nelle scarpe,
i piedi si alleggeriscono di una pesantezza inversa
e cammini libero nella notte senza una finestra illuminata,
appesa nell’oscurità come un orologio fosforescente che stabilisca il tuo tempo,
che orienti la tua direzione; cammini
felice di non temere piú il fango, la pioggia, il nessun luogo, la notte,
senza cercare nessuna finestra, però inconfessabilmente certo
di quella finestra illuminata che scorgerai
anche a testa china, perfino a occhi chiusi – d’altronde
tieni il viso sollevato, esposto alla pioggia, e gli occhi spalancati.

Ora tutto l’aiuto dipende da te, solo da te – l’hai capito;
la nevrastenia non è una scappatoia né una giustificazione,
– gli altri sono abituati; non si preoccupano piú, non cercano, non commentano;
quelli col mal di stomaco hanno smesso la dieta – a che serve? –
e i vecchi contratti ammucchiati nel magazzino, onorati o violati,
sono cibo per topi inappetenti.
Il periodo del climaterio è scaduto per la padrona di casa,
è scaduto per le sue figlie,
è scaduto per gli alberi del suo giardino. Soltanto il gelsomino
le cui stelline bianche nevicavano ogni sera d’estate sul tavolo in giardino,
non potato, si è ingigantito, ha stretto la casa nei suoi tentacoli come un enorme polpo
minandone le fondamenta. E dunque, che te ne fai del tempo?

Che te ne fai dell’immortalità? Tu non puoi pagare
un solo mattino domenicale nel bel sole d’inverno
in questa casa con il vecchio braciere e la macchina per scrivere nuova,
con il suo antico buffè pieno di tazzine e cucchiaini d’argento e ogni sorta di bicchieri per la grappa,
con questa fruttiera sul tavolo e la sfrontatezza delle sue arance che non offende piú il silenzio,
con questi ritratti degli antenati che nessuno piú guarda.

Il buco nero del comignolo prosegue per migliaia di chilometri nel cielo,
cosí come quello della cloaca sottoterra (che non esca dall’altra parte?), e il coltello
quando tagli il pane incide una cicatrice profonda
non solo sul tavolo o sul pavimento – molto piú dentro.

Ma tu non scambieresti questa implacabile beltà e saggezza,
questa nobiltà delle rughe intorno agli occhi del silenzio,
con la beatitudine di qualsiasi giovinezza. Tu stai fermo,
osservi e ascolti – partecipante impartecipe –
e l’antica lampada, con la sua religiosità sbiadita da vecchi simposî e ultime cene,
con la sua doratura insozzata dalle mosche,
pende ancora, cosí caparbia e dimenticata,
proprio al centro del vuoto, come un sigillo irrevocabile su un testamento
che nessuno ha letto perché non ci sono piú eredi
e non c’è piú nessuna eredità. Tuttavia
tu l’hai letto e lo trasmetti,
leghi le età che non conobbero legami
e non puoi ancora liberarti
del peso e della ricchezza del giorno anche piú vuoto
parlando, non parlando, chiudendo gli occhi, osservando.

E questa casa, alleggerita dei suoi piccoli ricordi e delle separazioni,
nel grande ricordo riconosciuto in tutta la sua profondità,
ascende verso il cielo, nella tremenda, gelida trasparenza,
mansueta, senza peso né religione,
come un palloncino azzurro tenuto soltanto da un filo
nel pugno di un bambino.
                                         Il bambino gridò
– un piccolo grido irrecusabile, indipendente,
fuori del tuo esilio o del tuo ritorno,
un grido imperioso, non protetto. Gridò;
sua madre accorse con la camicetta bianca
e le case si adagiarono di nuovo al sole
come uova da cui nasceranno grandi pulcini
e la cupola della chiesa brillava anch’essa,
un grande uovo sotto le sei ali robuste del sole.

Il carro passato nella strada – non era affatto diretto al cielo, portava frutta al mercato,
aveva le ruote ignare, ridenti, con la loro rumorosa cordialità campagnola,
e ogni ruota aveva la sua ombra ben distinta. Tu osservasti
le ruote e le loro ombre – non soltanto le ombre.

Le ruote e le loro ombre non erano affatto quattro paia di zeri,
ogni cerchio aveva le sue ripartizioni,
regolari e libere; occupavano lo sguardo,
occupavano pensieri e sentimenti,
– la nuova gioia e la nuova complessità che annulla il vuoto,
che mostra e nasconde; mostra
il nuovo desiderio di rivelare – di vedere dietro la ripartizione dei cerchi
il cielo tutto intero, il mare, gli alberi,
come dietro i merletti della tenda di questa casa
con gli otto cerchi domestici ben ricamati
che suddividono e abbelliscono il paesaggio domenicale della provincia
nella luce fredda del sole che tutto riscalda e apre.

E l’uomo che scriveva la storia di una casa rimasta senza storia
chiuse le carte e la casa ritrovò la sua storia.

Un bambino pianse,
la madre si chinò su di lui,
e l’uomo che tentava di deporre sulla carta un carico secolare
comprese di nuovo l’inspiegabile utilità del tempo,
comprese che non può comprendere,
comprese ciò che chiamiamo durata – perché lui
con tutti i suoi anni e l’esperienza e le ferite di tante guerre
adesso era il figlio di suo figlio, e sentí di aver fame. Era già
mezzogiorno passato. Apparecchiarono con cura la tavola con una tovaglia di lino,
e in mezzo misero anche un vaso con rose invernali.

Che buon profumo aveva il cibo fumante in questa sala da pranzo
con il vecchio braciere, il vecchio canapè. E tutte queste fotografie degli avi
dilatavano le narici come se odorassero il buon pane caldo, il bel presente,
e sembravano aver fame, e avevano fame davvero.

Il sole si rifletteva sulle due grandi finestre
e si udí abbaiare il cane che difendeva la casa da nemici invisibili,
questa casa che contiene un bambino e lo alleva,
questa casa che un bambino tiene per mano,
e un verso mal assortito, anch’esso come un cane,
aprí la bocca abbaiando all’eternità,
a guardia delle azioni degli uomini, dei loro piccoli gesti,
a guardia dei loro grandi occhi innocenti, smarriti e premurosi, e le loro mani enormi,
a guardia della vita con il grembiule da cucina e le canzonette del suo calendario.

E quest’uomo, sapete,
preferirebbe essere definito ipocrita, o perfino furfante,
anziché tradire anche una sola delle sue cellule
che lo imploravano, gli chiedevano, gli ordinavano
di muoversi, di vivere, di agire, anche con il canto,
di muoversi incitando al ballo le molecole della luce e la nostra vita,
sistemando al meglio alberi e case, pensieri, passi, acque e mani.

E i cinque contadini vestiti a festa che aspettavano
fuori del cortile della chiesa
erano come gli alberi potati che rifioriranno
e avevano l’aspetto di aratri a riposo
che domani areranno e scaveranno ancora soltanto ciò che è necessario.

Ghiannis Ritsos

Samo, gennaio 1957

(Traduzione di Nicola Crocetti)

da “Quarta dimensione”Crocetti Editore, 2013

Crudele – Moka

Foto di Cosetta Frosi

 

Spietato ti consumi,
prigioniero del sordido
silenzio,
lacrime di rabbia
ti spezzano
l’anima,
il tuo riflesso
è perduto
in mille finestre
vuote,
nel ballo in maschera
sei vestito d’assassino
e per le labirintiche vie
della tua solitudine
ti perdi
lacerandoti
con i vetri rotti
delle tue vergogne.

Moka

da “Buchi temporali”, Youcanprint, 2020

Buchi temporali – IBS
Buchi temporali – la FELTRINELLI
Buchi temporali – Youcanprint

La separazione – Nina Nikolaevna Berberova

Edvard Munch, Separation, 1896

 

Somiglia la separazione a una fiaba
spaventosa: comincia di notte,
non ha fine.
Un tempo, in una notte di luglio
pestavano gli zoccoli i cavalli,
strillavano insonni i bambini,
si affannava all’alba il gallo.
Un tempo: gli incendi a mezzocielo,
e la strada che si snoda oltre la polvere,
e tu che parti. Somiglia
la separazione a una fiaba
spaventosa: quando vanno oltremare
non ha fine.

Somiglia la separazione allo stridio
dei treni notturni a mezzanotte. Spariscono
per sempre nelle voragini delle prigioni,
nelle celle frigorifere di Buchenwald,
nel fuoco tifoideo di Ravensbruck.
Ricordo come ti staccavi
dal caro mondo,
ricordo che sorridevi,
che segnavi con la croce
me, il cielo verde
e la città e i passanti…
La separazione somiglia
al frastuono delle ruote sul cuore.

La separazione somiglia a una lunga
canzone che qualcuno canta a qualcuno:
racconta il lungo assedio della capitale,
racconta che l’accerchiarono,
che cannoneggiarono
monumenti e palazzi,
lo scheletro, la superficie gelata.
E là, sulla riva
dell’azzurro mare,
viveva un vecchio con la sua vecchia…
(mia madre mi asciugava gli occhi
col fazzoletto di pizzo).
La separazione somiglia a una lunga
canzone nella quale non si incontra nessuno.

Nina Nikolaevna Berberova

1945

(Traduzione di Maurizia Calusio)

da “Antologia Personale, Poesie 1942-1983”, Passigli Poesia, 2006

«Nel fuoco tifoideo di Ravensbrück»: presso il villaggio di Ravensbrück, 50 miglia a nord di Berlino, nel 1938 sorse un campo di concentramento femminile. Le internate nell’«enfer des femmes», come venne definito, provenivano in maggioranza dalla Francia.
«Il lungo assedio della capitale»: Leningrado fu assediata dai tedeschi per 870 giorni e liberata il 27 gennaio 1944. Qui nel 1942, vittime del gelo e della fame, come oltre cinquecentomila loro concittadini, morirono i genitori della Berberova.

***

Разлука

Разлука похожа на страшную сказку:
Она начинается ночью,
Ей нету конца.
Однажды июльскою ночыо
Стучали копытами кони,
Кричали бессонные дети,
Петух надрывался рассветом.
Однажды: в полнеба пожары,
И вьется за пылью дорога,
И ты уезжаешь. Разлука
Похожа на страшную сказку:
Когда уезжают за морс —
Ей нету конца.

Разлука похожа на скрсжег полночный
Ночных поездов. Исчезают
Навеки в тюремных провалах,
В глухих ледниках Бухенвальда,
В тифозном огне Равенсбрука.
Я помню, как ты отрывалась
От милого мира,
Я помню, как ты улыбалась,
Как ты всё крестила
Меня, и зеленое небо,
И город, и встречных…
Разлука похожа па грохот
По сердцу — колес.

Разлука похожа на длинную песню,
Что кто-то кому-то поет:
О долгой осаде столицы,
О том, как кольцом окружили,
Как били щ пушек
По памятникам и дворцам,
По остову, по ледяному.
А там,
У самого синего моря,
Жил старик со своею старухой…
(Бывало, мне ма гь вытирала
Глаза кружевами).
Разлука похожа на долг ую песню,
В которой нет встреч.

Нина Николаевна Берберова

1945

da “Stichi 1921-1983”, Russica Publisher, New York, 1984

Epitalamio – John Williams

Foto di Hengki Koentjoro

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Nel vento e nella pioggia fino all’alba
la casa ha sobbalzato ai tuoni;
ora sul davanzale soffia il vento
e un cumulo di rami neri, fradicio
è scampato alle folgori e ai lampi.
Come pensare a te, stanotte?
Ecco la mia pastorale: niente canzoni
che ti menino per verdi prati
tra pecorai danzanti fino a sera.
Intrappolata nel gelo e nella scia
di buio che abbiamo per sentiero,
di questo patto fai la sentinella
nella tua notte dalle mille stanze
che condividi per domare il tempo.
Perduti nello spazio che ci è dato,
tentiamo ogni via nell’imbrunire:
nel temporale al chiuso della stanza
ti stagli sull’oscurità di noi mortali.

Nel temporale ti penso questa notte,
nelle temperie di quest’età affannata –
due amanti che resistono allo sciame
del tempo che lenire ti è impossibile
che la tua povera, straziante carne
non innamora né trattiene a sé,
contro il deserto cui nessuno scampa.
Ora alla tua finestra il vento spinge
dei nuovi indizi della propria forma;
ora sulle grondaie senti il raschio
d’un nero ramo che ti guida
a un campo di là del tuo sentire
dove la mente e il cuore umano, spenti,
cadono morti in silenziosa attesa.
Prego che gli affannosi amori che ridesti
si mutino stanotte nel tuo grande amore,
anche se al chiuso di uno spazio, il cuore
non sa che di se stesso, e sa che è solo.

Che tu resista ai venti, duri la tua tresca
temprando l’amore contro il grido
delle presenze che vaghe e senza nome
s’aggirano in notti come questa.
E quella nera anima mai sazia
il cui presagio d’eterno conflitto
s’ostina a rapirti ai tuoi pensieri –
mantieni, al pari di te stessa, in vita.
Sei labbro e coscia che s’intrecciano,
stanotte in questo fortunale cieco,
ti afferri a ciò che non trattieni,
come una supplice dagli occhi cavi
che al tatto scopre nella neve
la multiforme geometria del freddo,
che esposta all’alito del senso
in quel tepore rinviene a sue spese.
Nel tuo bisogno hai confinato la tormenta;
ti prego, dalle forma nel pensiero!

John Williams

(Traduzione di Stefano Tummolini)

da “John Williams, Stoner e La necessaria menzogna (Poesie)”, Mondadori, 2020

∗∗∗

Prothalamion

All night my house in wind and rain
Has trembled to each thunder-blast;
Now on my whistling window-pane
Dark branches huddle, wetly massed,
By white electric blazings cast.
How may one think of you tonight?
This is my pastoral: no song
That leads you through a meadow bright
With shepherds who dance the daylong.
Enmeshed by weather and the long
Level of dark whereon we dwell,
You make this pact your sentinel
Before the chambered night you share
Against the time that you would quell.
Lost upon the space we bear,
We turn all ways in the darkening air:
This storm reveals you in your distant room,
Bright in the darkness that we all consume.

I think of you tonight in storm,
This weather of our cumbered age –
Two lovers who oppose the swarm
Of time that you may not assuage
Nor your poor touching flesh engage
Or keep in love against the cold
Dim barreness that none escape.
Now at your window must the wind hold
New intimations of its shape;
Now upon your eaves the scrape
Of some dark bough must lead you hence
Into a field beyond your sense
Where mind and human love, gone weak,
Downward die in mute suspense.
I pray the gestured loves you wreak
Become tonight the love you seek,
Though closed in space the individual heart
Know but itself, and know it is apart.

Against this storm may you persist,
Strengthening love against the howl
Of nameless presences that prowl
Such nights as these, and keep your tryst;
And all that dark insatiate soul
Whose boding of immortal strife
Endures to drift you out of mind –
Hold, as you are held, to life.
By meshing lip and thigh defined,
Tonight in this vast weather blind,
You cling to what you cannot hold,
Like eyeless supplicants who find
In touch the snowflake’s multifold
Pure geometric shape of cold,
Which naked to the warmth of sense
Is found in warmth at its own expense.
In your quick need you have this storm confined;
O give it shape within the human mind!

John Williams

da “John Williams, Necessary Lie”, Verb Publications, Denver, 1965