Giochi ogni giorno – Pablo Neruda

Harold Cazneaux, “Neath the Vine”, Sydney, 1931

 

14.

Giochi ogni giorno con la luce dell’universo.
Sottile visitatrice, giungi nel fiore e nell’acqua.
Sei più di questa bianca testina che stringo
come un grappolo tra le mie mani ogni giorno.

A nessuno rassomigli da che ti amo.
Lasciami stenderti tra ghirlande gialle.
Chi scrive il tuo nome con lettere di fumo tra le stelle del sud?
Ah lascia che ti ricordi com’eri allora, quando ancora non esistevi.

Improvvisamente il vento ulula e sbatte la mia finestra chiusa.
Il cielo è una rete colma di pesci cupi.
Qui vengono a finire tutti i venti, tutti.
La pioggia si denuda.

Passano fuggendo gli uccelli.
Il vento. Il vento.
lo posso lottare solamente contro la forza degli uomini.
Il temporale solleva in turbine foglie oscure
e scioglie tutte le barche che iersera s’ancorarono al cielo.

Tu sei qui. Ah tu non fuggi.
Tu mi risponderai fino all’ultimo grido.
Raggomitolati al mio fianco come se avessi paura.
Tuttavia qualche volta corse un’ombra strana nei tuoi occhi.

Ora, anche ora, piccola, mi rechi caprifogli,
ed hai persino i seni profumati.
Mentre il vento triste galoppa uccidendo farfalle
io ti amo, e la mia gioia morde la tua bocca di susina.

Quanto ti sarà costato abituarti a me,
alla mia anima sola e selvaggia, al mio nome che tutti allontanano.
Abbiamo visto tante volte ardere l’astro baciandoci gli occhi
e sulle nostre teste ergersi i crepuscoli in ventagli giranti.

Le mie parole piovvero su di te accarezzandoti.
Ho amato da tempo il tuo corpo di madreperla soleggiata.
Ti credo persino padrona dell’universo.
Ti porterò dalle montagne fiori allegri, copihues,
nocciole oscure, e ceste silvestri di baci.
Voglio fare con te
ciò che la primavera fa con i ciliegi.

Pablo Neruda

(Traduzione di Giuseppe Bellini)

da “Venti poesie d’amore e una canzone disperata”, Passigli Poesia, 1996

∗∗∗

14. Juegas todos los días

Juegas todos los días con la luz del universo.
Sutil visitadora, llegas en la flor y en el agua.
Eres más que esta blanca cabecita que aprieto
como un racimo entre mis manos cada día.

A nadie te pareces desde que yo te amo.
Déjame tenderte entre guirnaldas amarillas.
Quién escribe tu nombre con letras de humo entre las estrellas del sur?
Ah déjame recordarte cómo eras entonces, cuando aún no existías.

De pronto el viento aúlla y golpea mi ventana cerrada.
El cielo es una red cuajada de peces sombríos.
Aquí vienen a dar todos los vientos, todos.
Se desviste la lluvia.

Pasan huyendo los pájaros.
El viento. El viento.

Yo sólo puedo luchar contra la fuerza de los hombres.
El temporal arremolina hojas oscuras
y suelta todas las barcas que anoche amarraron al cielo.

Tú estás aquí. Ah tú no huyes.
Tú me responderás hasta el último grito.
Ovíllate a mi lado como si tuvieras miedo.
Sin embargo alguna vez corrió una sombra extraña por tus ojos.

Ahora, ahora también, pequeña, me traes madreselvas,
y tienes hasta los senos perfumados.
Mientras el viento triste galopa matando mariposas
yo te amo, y mi alegría muerde tu boca de ciruela.

Cuánto te habrá dolido acostumbrarte a mí,
a mi alma sola y salvaje, a mi nombre que todos ahuyentan.
Hemos visto arder tantas veces el lucero besándonos los ojos
y sobre nuestras cabezas destorcerse los crepúsculos en abanicos girantes.

Mis palabras llovieron sobre ti acariciándote.
Amé desde hace tiempo tu cuerpo de nácar soleado.
Hasta te creo dueña del universo.

Te traeré de las montañas flores alegres, copihues,
avellanas oscuras, y cestas silvestres de besos.

Quiero hacer contigo
lo que la primavera hace con los cerezos.

Pablo Neruda

da “Veinte poemas de amor y una canción desesperada”, Editorial Nascimento, 1924

Alle origini – Giuseppe Conte

Édouard Boubat, Lella, Bretagne, 1847

 

Riaverti così, sentire
in me che tu sei simile
al vento e agli anemoni.
Alle origini. Riaverti
dopo il tempo dell’abbandono
dopo gli oltraggi e l’odio
senza pentimenti, senza perdono.

Sono stato lontano da te
per anni come uno che
vuole essere solo, più
solo di un muro diroccato
più immobile di un sasso
che non lambisce il mare.
Poi abbiamo incominciato a viaggiare.
Dove ci siamo incontrati,
anima? In che piazza di
città, in che prato,
in riva a che torrente?
E ora sei qui, da sempre
simile al vento, ai fiori, ai vulcani.
Alle origini.

Giuseppe Conte 

da “Dialogo del poeta e del messaggero”, “Il Nuovo Specchio” Mondadori, 1992

Creparsi dei ghiacci – Vladimír Holan

Foto di Roberto De Mitri

 

È da tempo finito il banchetto e l’invitata giunge solo ora.
Non sapendo che fare con il tuo spavento
che, fuori, dietro le finestre
a malapena porta aiuto al fragore del ghiaccio che si crepa,
volentieri si immedesimerebbe in una più certa sembianza.
Ma mentre fa concessioni agli spiriti,
ti viene inesorabilmente incontro –
e tu di colpo e quasi confidenzialmente cominci a capire
che non puoi amare per essere amato,
che non puoi amare ed essere amato,
che non puoi amare perché ami,
ma che devi amare chi non ti ama…

Vladimír Holan

(Traduzione dal ceco di Vlasta Fesslová. Versi italiani di Marco Ceriani)

Dalla raccolta In progresso (Versi degli anni 1943 -1948)

da “Vladimír Holan, Addio?”, Arcipelago Edizioni, 2014

∗∗∗

Pukání ledu

Je dávno po hostině a návštěva teprve přichází.
Nevědouc si rady s tvým úlekem,
kterému venku za okny
sotva pomáhá řev pukajícího ledu,
ráda by se vcítila do určitější podoby.
Ale zatímco dělá ústupky duchům,
jde ti neúprosně vstříc –
a ty pojednou a jaksi svěřené začínáš chápat,
že nesmíš milovat, abys byl milován,
že nesmíš milovat a býti milován,
že nesmíš milovat, protože miluješ,
ale že musíš milovat nemilujícího…

Vladimír Holan

da “Na postupu: verše z let 1943-1948”, Československý spisovatel, 1964

Se io venissi da te… – Angelo Maria Ripellino

27.

Se io venissi da te con un ispido aspetto di cardo violaceo
e, tutto timido, tremando, ti dicessi
che, sebbene irsuto, sono buono,
rideresti, chiamandomi Ser Bonifacio,
Falananna, Giulebbe, Meringa di Pasqua.
Se io venissi da te in una livida maschera,
con grandi placche di occhiacci cattivi,
a dirti che sono malvagio come lo zucchero,
ti metteresti subito a piangere,
perché da tempo lo presentivi.
Se io venissi da te a raccontarti
che senza tregua cambio il mio trucco,
perché la morte non mi riconosca,
sobbalzeresti come un pompiere che dorma dietro le quinte
al primo annunzio del fuoco.
Io sono un vetro di scarto di una spettrale Vetralla.
Innamorarsi e ammalare: ecco tutto il mio giuoco.
Qualunque cosa io ti dica con moine e con finte,
non crederla: è solo una balla.

Angelo Maria Ripellino

da “Das letze Varieté”, in “Lo splendido violino verde”, Einaudi, Torino, 1976

Un minuto di silenzio per Ludwika Wawrzyńska – Wisława Szymborska

 

E tu dove vai,
là ormai non c’è che fumo e fiamme!
− Là ci sono quattro bambini d’altri,
vado a prenderli!

Ma come,
disabituarsi così d’improvviso
a se stessi?
al succedersi del giorno e della notte?
alle nevi dell’anno prossimo?
al rosso delle mele?
al rimpianto per l’amore,
che non basta mai?

Senza salutare, non salutata
in aiuto ai bambini corre, s’affanna,
guardate, li porta fuori tra le braccia,
nel fuoco quasi a metà sprofondata,
i capelli in un alone di fiamma.

E voleva comprare un biglietto,
andarsene via per un po’,
scrivere una lettera,
spalancare la finestra dopo la pioggia,
aprire un sentiero nel bosco,
stupirsi delle formiche,
guardare il lago
increspato dal vento.

Il minuto di silenzio per i morti
a volte dura fino a notte fonda.

Sono testimone oculare
del volo delle nubi e degli uccelli,
sento crescere l’erba
e so darle un nome,
ho decifrato milioni
di caratteri a stampa,
ho seguito con il telescopio
stelle bizzarre,
solo che nessuno finora
mi ha chiamato in aiuto
e se rimpiangessi
una foglia, un vestito, un verso −

Conosciamo noi stessi solo fin dove
siamo stati messi alla prova.
Ve lo dico
dal mio cuore sconosciuto.

Wisława Szymborska

(Traduzione di Pietro Marchesani)

da “Appello allo Yeti” (1957), Libri Scheiwiller, 2009

∗∗∗

Minuta ciszy po Ludwice Wawrzyńskiej

A ty dokąd,
tam już tylko dym i płomień!
− Tam jest czworo cudzych dzieci,
idę po nie!

Więc, jak to,
tak odwyknąć nagle
od siebie?
od porządku dnia i nocy?
od przyszłorocznych śniegów?
od rumieńca jabłek?
od żalu za miłością,
której nigdy dosyć?

Nie żegnająca, nie żegnana
na pomoc dzieciom biegnie sama,
patrzcie, wynosi je w ramionach,
zapada w ogień po kolana,
łunę w szalonych włosach ma.

A chciała kupić bilet,
wyjechać na krótko,
napisać list,
okno otworzyć po burzy,
wydeptać scieżkę w lesie,
nadziwić sie mrówkom,
zobaczyć jak od wiatru
jezioro się mruży.

Minuta ciszy po umarłych
czasem do późnej nocy trwa.

Jestem naocznym świadkiem
lotu chmur i ptaków,
słyszę jak trawa rośnie
i umiem ją nazwać,
odczytałam miliony
drukowancyh znaków,
wodziłam teleskopem
po dziwacznych gwiazdach,
tylko nikt mnie dotychczas
nie wzywał na pomoc
i jeśli pożaluję
liścia, sukni, wiersza −

Tyle wiemy o sobie,
ile nas sprawdzono.
Mówię to wam
ze swego nieznanego serca.

Wisława Szymborska

da “Wołanie do Yeti”, Wydawnictwo Literackie, 1957