Confidenza a un amico immaginario – Gesualdo Bufalino

Gianni Berengo Gardin, Lido di Venezia, 1958

 

Innamorato d’una, innamorato
per tutti i balli da maggio a settembre,
per tutti i balli di lunga luna,
col grammofono sghembo su due pietre,
e una guancia bruna che s’accalda
e si difende dietro la duna…

Ce n’è voluto di favole e versi,
e frodi di guerra malvagia!
Andavano le amiche sottobraccio,
serie e bambine sul filo di spiaggia:
due cosí serie per una che rise,
guastandosi una ciocca con le dita.

Un nastro rosso caduto nel mare
cerco e non trovo da quella volta,
e una canzone che nessuno ascolta
mi s’è messa nel capo a cantare,
e sulla sabbia non scrivo che un volto:
innamorato, dunque, innamorato…

Gesualdo Bufalino

da “La festa breve”, in “Gesualdo Bufalino, Opere: 1 [1981, 1988]”, Bompiani, 2006

La rugiadosa – Jiří Orten

Foto di Patty Maher

 

Il bosco sente, di notte, il tuo fruscio, mia cara,
stormisci nella sua chioma e scorri giú dai suoi rami
con l’umido della rugiada, la tua mano silenziosa
fruga i nidi assonnati, tiepidi come il tuo grembo.

Sei tutta brividi, quando tu intoni ai fiumi
i miei versi, hai paura e un pudore ti arrosa
le spalle esili e i seni accosto ai quali aspetto
che tu me li porga alle labbra, umide di parole.

Tu non sai, non sai forse, ciò che è stato pronunciato,
tu non sai quante volte ho sospirato il tuo nome,
non sai che ti possiedo come il bosco, come l’ombra,

che si allarga ed a te non presente mi avvicina.
Ah mi sveglierò, riapriranno gli occhi i miei sogni,
con nuova gloria risorgerò dalla rovina.

Jiří Orten

31. 5. 1941.

(Traduzione di Giovanni Giudici e Vladimír Mikeš)

da “La cosa chiamata poesia”, Einaudi, Torino, 1969

***

Vlhká

Les slýchá za noci tvé šumění, má drahá,
šumíš mu v korunách a stékáš mu na větve
s předjitřní vláhou ros, tvá tichá ruka sahá
do rozespalých hnízd, teplých jak břicho tvé.

Jsi celá ze chvění, když předříkáváš řekám
mé verše, bojíš se a stud ti růžoví
křehoučká ramena a ňadra, u nichž čekám,
až mi je podáš k rtům, vlhnoucím pod slovy.

Ty nevíš, nevíš snad, co bylo vysloveno,
ty nevíš, kolikrát jsem naříkal tvé jméno,
ty nevíš, že tě mám tak jako les, jak stín,

který se prodloužil a blíží nepřítomnou,
ach, vím, že procitnu, mé sny si oči promnou
a slavně obnoven povstanu ze ssutin.

Jiří Orten

31. V. 1941.

da “Deníky Jiřího Ortena”, Československý spisovatel, Praha, 1958

«Io non ho più niente di me.» – Mario Benedetti

Foto di Josef Sudek

«En finir avec le monde»
Io non ho più niente di me.
Pierre Jean Jouve, Matière céleste

Io non ho più niente di me.
Respiro la fatica della stanza a stare
dove gli uomini non sono più.
Io che sono qualcos’altro: distanza dalla vita.

Mario Benedetti

da “Sassi, posti di erbe, resti”, in “Umana Gloria”, “Lo Specchio” Mondadori, 2004

Le stelle – Edith Irene Södergran

Josef Sudek, The Forgotten Staircase, from the series “Remembrances”, 1950

 

Quando viene la notte,
io sto sulla scala e ascolto,
le stelle sciamano in giardino
ed io sto nel buio.
Senti, una stella è caduta risuonando!
Non andare a piedi nudi sull’erba;
il mio giardino è pieno di schegge.

Edith Irene Södergran

(Traduzione di Daniela Marcheschi)

da “La luna e altre poesie”, Via del Vento Edizioni, 1995

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Stjärnorna

När natten kommer
står jag på trappan och lyssnar,
stjärnorna svärma i trädgården
och jag står ute i mörkret.
Hör, en stjärna föll med en klang!
Gå icke ut i gräset med bara fötter;
min trädgård är full av skärvor.

Edith Södergran

da “Diker”, Holger Schildts, 1916

Per sempre – Dario Bellezza

Cristina Coral, Elsewhere, 2015

 

Eri una emozione per vivere,
per stridere durante il pasto
serale. Era emozionante ricevere
posta. La mattina in fretta
le scale scendevo e lì
trovavo le ingiurie tue
alla mortale natalità.

Accuse per andare avanti.
Ma dopo ti rendevi inquieta
al delitto del non detto
se non rispondevo per le rime.
O rima che dirti non sapevo
senza la fuga in avanti
di terzine squilibrate
sul dolce stil vecchio della
Musa canterina a presiedere
gli ozi di Sodoma. Dirti
che ero pieno di sonno
se l’immortalità era un pio
desiderio, lugubre sospiro
ti avrebbe annoiato.

Talvolta una stradina
mi risucchia indenne
dove non alberga strepito di auto;
allora sciolto dai tuoi lunghi
sensi camminare ti vedo per sempre.

Dario Bellezza

da “Serpenta”, “Lo Specchio” Mondadori, 1987