Tristezza – Philip Schultz

Foto di Arianna Marchesani

 

All’improvviso
e senza capirne la ragione
tutto mi appare postumo,
impassibile e inevitabile,
ho gli occhi cerchiati dall’unto di chiacchiere e complicità,
le mani ansiose di trattenere ogni piacevole infatuazione
che potrebbe altrimenti scappar via.
All’improvviso
è sera e le luci lungo
la strada appaiono promettenti,
perfino generose,
gonfie come sono di antichi rancori
e progetti inaciditi. Il cielo,
tuttavia,
appare ostile,
e distante, ansioso di consegnare la sua apatia alla mia sofferenza.
A proposito di sofferenza,
le case – le nostre sobrie case refrattarie – traboccano
di sogni diventati opachi con l’età,
per l’accumularsi di verità
non traducibili in un credo fiducioso.
Nel frattempo,
la mia solitudine,
su cui si basano tante leggi mie personali,
continua a consumare ogni cosa.
All’improvviso,
nonostante quel che dicono gli dei,
il presente resta inabitabile,
il passato non perdona il male che ha visto,
mentre
il futuro rimane diafano
e inequivocabile
nel suo desiderio di sfuggirmi.

Philip Schultz

(Traduzione di Paola Splendore, con la collaborazione di Maria Baiocchi, Barbara Fiore e Sandro Triulzi)

da “Lusso, 1918”, in “Il dio della solitudine”, a cura di Paola Splendore, Donzelli Poesia, 2018

∗∗∗

Sadness

Suddenly
for no reason I can point to
everything feels afterwards,
stoic and inevitable,
my eyes ringed with the grease of rumor and complicity,
my hands eager to hold any agreeable infatuation
that might otherwise slip away.
Suddenly
it’s evening and the lights up and
down the street appear hopeful,
even magnanimous,
swollen as they are with ancient grievances
and souring schemes. The sky,
however,
appears unwelcoming,
and aloof, eager to surrender its indifference to my suffering.
Speaking of suffering,
the houses – our sober, recalcitrant houses – are swollen
with dreams that have grown opaque with age,
hoarding as they do truths
untranslatable into auspicious beliefs.
Meanwhile,
my loneliness,
upon which so many personal laws are based,
continues to consume everything.
Suddenly,
regardless of what the gods say,
the present remains uninhabitable,
the past unforgiving of the harm it’s seen,
while
the future remains translucent
and unambiguous
in its desire to elude me.

Philip Schultz

da “Luxury: Poems”, W. W. Norton & Company, 2018

La gioia avvenire – Franco Fortini

Marina Ballo Charmet, Senza titolo (dalla serie Con la coda dell’occhio), 1993-94

 

Potrebbe essere un fiume grandissimo
Una cavalcata di scalpiti un tumulto un furore
Una rabbia strappata uno stelo sbranato
Un urlo altissimo

Ma anche una minuscola erba per i ritorni
Il crollo d’una pigna bruciata nella fiamma
Una mano che sfiora al passaggio
O l’indecisione fissando senza vedere

Qualcosa comunque che non possiamo perdere
Anche se ogni altra cosa è perduta
E che perpetuamente celebreremo
Perché ogni cosa nasce da quella soltanto

Ma prima di giungervi
Prima la miseria profonda come la lebbra
E le maledizioni imbrogliate e la vera morte
Tu che credi dimenticare vanitoso
O mascherato di rivoluzione
La scuola della gioia è piena di pianto e sangue
Ma anche di eternità
E dalle bocche sparite dei santi
Come le siepi del marzo brillano le verità.

Franco Fortini

da “Foglio di via e altri versi”, Einaudi, Torino, 1967

«Mi rinchiudono nella prosa –» – Emily Dickinson

[613]

Mi rinchiudono nella prosa –
come quando da bambina
mi mettevano nello stanzino –
perché mi preferivano «tranquilla» –

Tranquilla! Avessero potuto sbirciare –
vedere come frullava – la mia mente –
Potevano con simile astuzia chiudere un uccello
a tradimento – nel recinto –

Basta che lui lo voglia
e libero come una stella
guarda dall’alto la prigionia –
e ride – Io non facevo altro –

Emily Dickinson

(Traduzione di Silvia Bre)

da “Uno zero più ampio”, Einaudi, Torino, 2013

∗∗∗

[613]

They shut me up in Prose –
As when a little Girl
They put me in the Closet –
Because they liked me «still» –

Still! Could themself have peeped –
And seen my Brain – go round –
They might as wise have lodged a Bird
For Treason – in the Pound –

Himself has but to will
And easy as a Star
Look down upon Captivity –
And laugh – No more have I –

Emily Dickinson

da “The Poems of Emily Dickinson”, a cura di Thomas H. Johnson, The Belknap Press of Harvard University Press, Cambridge (Mass.), 1955

Ti ho nascosto – Miklós Radnóti

Foto di Harvey Turtz

 

Ti ho nascosto a lungo,
come il ramo tra le foglie
il frutto che tarda a maturare,
e ora fiorisci ai miei occhi
come sullo specchio della finestra d’inverno
il fiore giudizioso del ghiaccio.
E so già cosa significa
quando posi la mano sui capelli,
e custodisco già nel cuore
il movimento della caviglia,
e il bell’arco delle costole
che ammiro con distacco,
come chi s’è riposato
su tali meraviglie che respirano.
Eppure nei miei sogni
spesso ho cento braccia
e come un dio in sogno
ti stringo nelle mie cento braccia.

Miklós Radnóti

1942

(Traduzione di Edith Bruck)

da “Mi capirebbero le scimmie”, Donzelli Poesia, 2009

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Rejtettelek

Rejtettelek sokáig,
mint lassan ért gyümölcsét
levél közt rejti ága,
s mint téli ablak tükrén
a józan jég virága
virúlsz ki most eszemben.
S tudom már mit jelent ha
kezed hajadra lebben,
bokád kis billenését
is őrzöm már szivemben,
s bordáid szép ivét is
oly hűvösen csodálom,
mint aki megpihent már
ily lélekző csodákon.

És mégis álmaimban
gyakorta száz karom van
s mint álombéli isten
szondák száz karomban.

Miklós Radnóti

da “Összes versei”, Magyar Helikon, 1963

Inno secondo – Piero Bigongiari

Dirk Wüstenhagen

 

Lampeggia il creato a un mover di foglia
e nulla s’interrompe della vita,
antica immagine che al sole si scalda:
gridano, ma lontani, i fanciulli sul greto
se catturano nelle pozze le smarrite reine;
anche l’amore è antico, anzi non ha origine
né fine, il vento che tocca l’arpa
sulle brune pendici delle foglie indurite
ha la stessa paura immortale.
Il giovane platano coglie
nell’aria la sua gravità,
si staccano a volo pernici
dal campo in declivio, molle
l’acqua rinverdisce
la favola delle origini
e il cielo bianco di latte è vuoto
come la ciotola d’un fanciullo.
Ma è breve la vista e come
sulle poggiate l’orizzonte riposa,
il tempo posa sulle proprie orme:
puoi dirlo un fiore, puoi dirlo la morte,
ma non s’apre al di là del suo dischiudersi
di forma in forma, lo distrugge il suo
stesso slancio infinito.

Appassionata
natura e pure come indifferente,
cresciuta su te stessa, smemorata
assisti a un riaffluire di memorie.
La luna torna a splendere più forte
quasi varcato di pianeta il limite,
dona alle valli intorno immaginate
una diurna effervescenza, astrale
agita un soffio le annerite piante,
i crinali più l’ombra non discriminano.

Una luce sorveglia l’infinito
che trapassa il pensiero come l’etere,
s’imbeve della pioggia nuova sulle
erbe e non è l’alba ancora, sommesse
le voci attendono di durare
oltre la fiamma bassa sugli sterpi delle parole notturne
come l’albero e lo stelo e il canto inatteso del gallo.

Piero Bigongiari

[20-26 settembre ’56]

da “Le mura di Pistoia”, “Lo Specchio” Mondadori, 1958