«Tra due-trecento anni la vita sarà migliore» – Angelo Maria Ripellino

Foto di Anja Bührer

60.

Tra due-trecento anni la vita sarà migliore.
Ma intanto noi siamo ormai alla frontiera,
senza gli angeli di Elohim precipita la scala nel Novecento,
e il Duemila già sventola la sua bandiera
per coloro che sono sicuri di entrarvi.
Io resterò da questa parte, in questo buio,
in questo viluppo di meschinità e di bisogno,
senza conoscere il terso luccichío del futuro.
A me sarà bastato visitarlo nel sogno,
come uno sciamàno che scenda con piatti e sonagli
nel reame dei morti a conversare coi lèmuri.
Resterò sulla soglia come un réprobo, come uno spergiuro.
Perché scusatemi, posteri, che freddo,
che vitreo deserto, che uniformità, che sbaragli
soffiano da quel futuro.

Angelo Maria Ripellino

da “Notizie dal diluvio”, Einaudi, Torino, 1969

«Oh, i camini» – Nelly Sachs

E quando questa mia pelle sarà dilaniata contemplerò Dio senza la mia carne.                                                                                       Il libro di Giobbe

Oh, i camini
sulle ingegnose dimore della morte,
quando il corpo di Israele si disperse in fumo
per l’aria –
e lo avvolse, spazzacamino, una stella
che divenne nera
o era forse un raggio di sole?

Oh, i camini!
Vie di libertà per la polvere di Job e Geremia –
chi vi ha inventato e, pietra su pietra, ha costruito
la via per i fuggiaschi di fumo?

Oh, le dimore della morte,
invitanti per la padrona di casa
altrimenti ospite –
Oh, dita
che posate la soglia
come un coltello tra la vita e la morte –

Oh, camini,
oh, dita,
e il corpo d’Israele in fumo per l’aria!

Nelly Sachs

(Traduzione di Ida Porena)

da “Nelle dimore della morte”, in “Al di là della polvere”, Einaudi, Torino, 1966

∗∗∗

Und wenn diese meine Haut zerschlagen sein wird,
so werde ich ohne mein Fleisch Gott schauen.
                                                                                                         Hiob

O die Schornsteine
Auf den sinnreich erdachten Wohnungen des Todes,
Als Israels Leib zog aufgelöst in Rauch
Durch die Luft –
Als Essenkehrer ihn ein Stern empfing
Der schwarz wurde
Oder war cs ein Sonnenstrahl?

O die Schornsteine!
Freiheitswege für Jeremias und Hiobs Staub –
Wer erdachte euch und baute Stein auf Stein
Den Weg für Flüchtlinge aus Rauch?

O die Wohnungen des Todes,
Einladend hcrgcrichtet
Für den Wirt des Hauses, des sonst Gast war–
O ihr Finger,
Die Eingangsschwelle legend
Wie ein Messer zwischen Leben und Tod –

O ihr Schornsteine,
O ihr Finger,
Und Israels Leib im Rauch durch die Luft!

Nelly Sachs

da “In den Wohnungen des Todes”, Berlin, Aufbau-Verlag, 1947

L’amore dei vecchi – Giovanni Giudici

Nicola Bertellotti, I Was Love

(It was the lark and not the nightingale…)

In una gloria di sole occidente
Vaneggi, mente stanca:
Inseguito prodigio non si adempie
Nell’aldiquà del fiore che s’imbianca

Ma tu, distanza, torna a ricolmarti
Tu a farti terra in questa ferma fuga
Mare di nuda promessa
Ai nostri balbettati passi tardi

E tu, voce, rimani
Persuàdici – un poco, un poco ancora
Nostro non più domani,
Usignolo dell’aurora

Giovanni Giudici

da ”I versi della vita”, Mondadori, 2000

Meriggio – Antonia Pozzi

Foto di Jennifer B Hudson

a L.B.

In questa doratura di sole
io sono
una gemma pelosa
legata crudelmente con un filo di refe
perché non possa sbocciare
a bagnarsi di luce.
Accanto a me tu sei
una freschezza riposante d’erba
in cui vorrei affondare
perdutamente
per sfrangiarmi anch’io
in un ebbro ciuffo di verde –
per gettare in radici sottili
il mio piú acuto spasimo
ed immedesimarmi con la terra.

Antonia Pozzi

Milano, 19 aprile 1929

da “Parole: diario di poesia”, “Lo Specchio” Mondadori, 1964

«Era una viva attesa che raggiava» – Mario Luzi

Foto di Jaromír Funke

VII

Era una viva attesa che raggiava
in te paura e tremito ed in me
sensibile delizia d’inoltrarmi
fra gli alberi, di bere alle fontane.
Il barbaglio delle acque vaghe, il cielo,
le ombre quiete nell’aria animata,
anche il vento moveva in me il sorriso.

Era la stessa febbre che ci estrania
rapidamente dai morti e ci svia
mentre restano soli fra le torce
nell’immane fatica di scavarsi
la strada fra le rocce d’ombra, stanchi
e intenti a penetrare fino al fondo.
Ne vedesti il profilo aguzzo, accanto
riposano le mani estenuate.

Mario Luzi 

da “Avvento notturno”, Vallecchi, Firenze, 1940