Versi scritti sul muro – Gesualdo Bufalino

Stephanie Ludwig, Kätzchen (Kitten), 1901

 

Piú lontano mi sei, piú Ti risento
farmiti dentro il cuore
sangue, grido, tumore,
e crescermi sul petto.

Piú sei lontano e piú Ti porto addosso,
fra l’abito e la carne,
contrabbando cattivo,
volpe rubata che mi mangia il petto.

Gesualdo Bufalino

da “Annali del malanno”, in “Gesualdo Bufalino, Opere: 1 [1981, 1988]”, Bompiani, 2006

In un altro meridiano – Eugenio Montejo

Foto di René Groebli

 

Non raggiungo il tempo del tuo corpo,
sono nato lontano, in un paese che è aria, nuvola, notte,
anche se mi ascolti da vicino.
Sono nato fuori dal tempo del tuo sorriso, dei tuoi occhi,
in un altro meridiano.
Ci amiamo da mare a mare,
da un astro a un altro,
non importa che oggi tu mi senta accanto a te.

Sebbene ti risvegli nuda qui con me,
il tuo tempo va avanti,
il tempo delle tue mani, del tuo volto;
sono accanto alla tua ombra e non ti afferro.

Sono lontane da me le ore del tuo amore,
sotto una luce di neve,
in qualche città che non conosco.
Le nostre vite si raggiungono, si confondono,
si scambiano singhiozzi, baci, sogni,
ma siamo lontani mille miglia l’uno dall’altro,
forse in secoli diversi,
su due pianeti che si cercano
stanchi di non trovarsi.

Eugenio Montejo

(Traduzione di Luca Rosi)

da “Papiri amorosi” (2002), in “La lenta luce del tropico”, Le Lettere, Firenze, 2006

***

En otro meridiano 

No alcanzo el tiempo de tu cuerpo,
nací lejos, en un país que es aire, nube, noche,
aunque me oigas tan cerca.
Nací a destiempo de tu risa, de tus ojos,
en otro meridiano.
Nos amamos de mar a mar,
de un astro a otro
no importa que hoy me sientas a tu lado.

Aunque despiertes desnuda aquí conmigo,
tu tiempo va delante,
el tiempo de tus manos, de tu rostro;
estoy junto a tu sombra y no te alcanzo.

Las horas de tu amor me quedan lejos,
bajo una luz de nieve,
en alguna ciudad que desconozco.
Nuestras vidas se alcanzan, se confunden,
intercambian sollozos, besos, sueños,
pero andamos a leguas uno de otro,
tal vez en siglos diferentes,
en dos planetas errantes que se buscan
cansados de no verse.

Eugenio Montejo

da “Papiros amorosos”, Fundación Bigott, 2003

Abbandoni – Maurizio Cucchi

Josef Sudek, Forgotten Hat, 1955

 

Un cappello chiaro, un panama
elegante appeso su una giacca
stropicciata di lino beige
è il primo avvio, l’immagine
primaria di un felice abbandono.

Felice?
Segue, poi, nel giardino dei gatti,
la sedia a dondolo di vimini
consunta, scolorita, sbucciata,
in mezzo all’erba e alle lumache.
Sedile solitario e appoggio
rapido per merli e tortore.

È bene che ogni cosa venga a noi
nella pienezza fisica della sua natura
come lenta conquista frugale.
Come conquista frugale.

∗∗∗

Eppure Jarl,  discendente di eroi e di re, era un marinaio solitario e senza amici, fedele alle sue origini soltanto per quella sua vita marinara. Ma così è, e sarà  sempre così. […] Abbiamo  tutti come antenati monarchi e saggi, anzi, angeli e arcangeli come cugini, perché nei giorni antidiluviani i figli di  Dio si sono uniti con le nostre madri, le affascinanti figlie di Eva. Così tutte le generazioni si fondono.
Herman Melville

(Sono talmente infisso nel passato che la mia ansia arretra fino al buio senza memoria. Risalgo così a quel flusso ininterrotto di moltitudini, e di invisibili emergenze catalogate poi nell’enfasi della storia. Scavo a ritroso, sono una talpa, io stesso l’esito di un’alchimia infinita e di infinite sequenze di informazioni secolari. Scendo a vite come nel legno, piano piano e paziente, ma regolarmente.)

Il mondo aveva muri
corrosi, sudici e sfrisati,
sbucciati in graffi dalle mani
e dai panni dell’uomo, percorsi,
verso una lentissima estinzione,
da minimi abitatori,
metamateria muta,
come i bellissimi poggioli,
i fregi e i tabernacoli.

Niente era asettico, traslucido
di vacuità, inodore e vanamente
laccato, leccato, come qui.

E io mi infilo,
mi insinuo zampettando
per leggere e indagare, eterna,
l’umiltà dei secoli.

∗∗∗

   Manitou Group

Noi animali amiamo
spargere tracce del nostro
irrilevante passaggio, imprimere
il nostro odore, marcare, appunto,
il territorio di gestione. Carrelli
elevatori e telescopici, taniche
gialle, assi e lamiere, ganci, attrezzi
di metallo, lattine, stracci
in mostra sotto la tettoia, sotto
le arcate della biblioteca
e d’improvviso, come una beffa,
la scritta rossa sulla macchina,
nome del grande spirito,
nostra invenzione manichea,
patetica ed eroica.

∗∗∗

Il y eut un temps, un long temps, où les hommes et les femmes ne laissaient sur la terre que des excréments, du gaz carbonique, un peu d’eau, quelques images et l’empreinte de leurs pieds.
                                          Pascal Quignard

Tracce sensibili sparse
di lavoro dell’umana specie
così nobilmente anonimo,
così indifeso e polveroso.

Noi animali amiamo poi
concederci un riposo, godere
momenti di ricreazione sospesa,
momenti di serenità contemplativa,
così, in abbandono negligente,
prima che torni a masticarci l’ombra
di un già avvenuto distacco.

∗∗∗

Oltre la rete e il gelsomino,
sterpaglie nere e sassi sparsi,
ciuffi d’erbaccia e un grande vaso
vuoto, nell’incuria domestica
e nel disordine pacifico, ordinario,
nell’abbandono degli assenti.
Il tavolino sporco, le sedie
da cucina, i resti della tortora
sbranata viva, le sue piume.

Così era stato il giorno
di vacanza, prima dell’insinuarsi
improvviso come un richiamo
che ti dà i brividi nella schiena di notte,
e ti risveglia, un richiamo che è
memoria della morte.

∗∗∗

Non so perché rimango fermo,
attratto da queste placide immagini
multiple di micromondi in abbandono,
senza presenza umana, dove ogni cosa,
ogni dettaglio è oggetto, è specchio,
specchio di noi, del nostro
esserci, del nostro transito ignoto,
gioioso sforzo o lamento. Intanto

mando a memoria tra armonia e disagio
queste parole del cosmologo lucente
tra buio e spazio: «Noi siamo solo
una varietà evoluta di scimmie
su un pianeta secondario di una stella
insignificante. Ma siamo in grado
di capire l’universo, e questo
ci rende molto, molto speciali».

Maurizio Cucchi

da “Malaspina”, “Lo Specchio” Mondadori, 2013

Dovunque andiamo – Henrik Nordbrandt

Foto di Hengki Koentijoro

 

Dovunque andiamo, arriviamo sempre troppo tardi
a ciò che un tempo siamo partiti per trovare.
E in qualsiasi città ci fermiamo
sono le case cui è troppo tardi per tornare
i giardini in cui è troppo tardi per trascorrere una notte di luna
e le donne che è troppo tardi per amare
a tormentarci con la loro impalpabile presenza.

E qualsiasi strada ci sembri di conoscere
ci porta lontano dai giardini fioriti che cerchiamo
e che diffondono il loro pesante odore nel quartiere.
E a qualsiasi casa torniamo
arriviamo a notte troppo tarda per essere riconosciuti.
E in qualsiasi fiume ci specchiamo
vediamo noi stessi solo dopo aver voltato le spalle.

Henrik Nordbrandt

(Traduzione di Bruno Berni)

da “Partenze e arrivi”, in “Il nostro amore è come Bisanzio”, Donzelli Poesia, 2000

∗∗∗

Hvor vi end rejser hen

Hvor vi end rejser hen, kommer vi altid for sent
til det vi engang tog af sted for at finde.
Og i hvilke byer vi end opholder
os er det de huse, det er for sent at vende tilbage til
de haver, det er for sent at tilbringe en måneskinsnat i
og de kvinder, det er for sent at elske
som plager os med deres uhåndgribelige nærvær.

Og hvilke gader vi end synes at kende
fører de os uden om de blomsterhavcr, vi leder efter
og som spreder deres tunge duft i kvarteret.
Og hvilke huse vi end vender tilbage til
ankommer vi for sent om natten til at blive genkendt.
Og hvilke floder vi end spejler os i
ser vi først os selv når vi har vendt ryggen til.

Henrik Nordbrandt

da “Opbrud og ankomster”, Copenhagen: Gylandal, 1974

Nero di re – Paul Celan

 

Lascia solo la notte parlare avanti agli occhi:
solo la foglia che ascolta dove è ancora vento;
solo la voce nella voliera.

Esse, esse sole.
Tu però calpéstati e di’ a te stesso: abbi coraggio,
merita la pietra che ti ricopre,
rimani amico delle barbe dei morti,
giungi fiore a verme,
issa la vela sulle casse da morto
prendi a bordo gli scarabei dai suoli piú fondi,
dài notizia ai turbati.

Dài loro annunzio duplice:
di te e di te,

dei due piatti della bilancia,
del buio, che chiede di entrare,
del buio, che consente di entrare.

Dài annunzio agli scarabei,
dài annunzio ai turbati,
giungi fiore a verme,
issa la tua vela sulle casse da morto,
poni a capo del letto il tuo cuore.

Paul Celan

(1948, probabilmente dopo il mese di luglio)

(Traduzione di Michele Ranchetti e Jutta Leskien)

da “Conseguito silenzio”, Einaudi, Torino, 1998

∗∗∗

Königsschwarz

Nur die Nacht vor den Augen laß reden:
nur das Blatt, das hört, wo noch Wind ist;
nur die Stimme im Vogelbauer.

Nur sie, nur sie allein.
Dich aber tritt mit dem Fuß und sprich zu dir selber: Sei tapfer,
sei würdig des Steins über dir,
bleib Freund mit den Bärten der Toten,
füg Blume zu Wurm,
hiß dein Segel auf Särgen,
nimm die Käfer der unteren Fluren an Bord,
gib Kunde den Trüben.

Gib ihnen zwiefache Kunde:
von dir und von dir,
von beiden Tellern der Waage,
vom Dunkel, das Einlaß begehrt,
vom Dunkel, das Einlaß gewährt.

Gib Kunde den Käfern,
gib Kunde den Trüben,

füg Blume zu Wurm,
hiß dein Segel auf Särgen,
bette dein Herz dir zu Häupten.

Paul Celan

da “Die Gedichte aus dem Nachlaß”, Suhrkamp, Frankfurt am Main, 1997