Errore – Hans Magnus Enzensberger

Hans Magnus Enzensberger – Photo Isolde Ohlbaum

 

Dai vicini un bimbo suona Per Elisa.
Sempre da capo, sempre quell’errore.
Il dogma dell’infallibilità
è stato un passo falso. È un fatale capitombolo
del parassita quello di uccidere l’ospite.
Detto altrimenti globalizzazione.

Pudico si occulta l’errore decisivo
in una duna di sbagli di poco conto
e ci sprofonda. Mai finora sono mancate
voci che avvertivano:
il mondo è l’Incorreggibile.

Patetici sforzi per riparare, rammendare,
otturare, riformare, migliorare
con inchiostro rosso e pentimenti
portano a nuovi errori ancor piú grossi.

Certo, difetti congeniti e aborti
sono due paia di maniche.
Però anche l’esecuzione fallisce,
il colore, l’invito, l’avvio,
l’accensione e il passo.

Una via lattea di confusioni
che c’è da stupirsi. Considerando il complesso
ne risulta un miracolo.

Evitare errori a ogni costo
sarebbe un errore.
Si confessa, si ammette
che si è sbagliato il gesto,
la direzione di marcia e anche a scrivere.

Certe poesie per esempio
sarebbero perfette
se non le avesse preservate da questa sorte
un errorino da nulla.

È per svista che si è felici,
talvolta, per un momento,
per svista. Ma qualcosa non va.

Hans Magnus Enzensberger

(Traduzione di Anna Maria Carpi)

da “Piú leggeri dell’aria”, Einaudi, Torino, 2001

∗∗∗

Fehler

Nebenan spielt ein Kind Pour Elise.
Man hört den Fehler, immer wieder von vorn.
Das Dogma von der Unfehlbarkeit
war ein Fauxpas. Es ist ein fataler Patzer
des Parasiten, den Wirt zu töten.
Man nennt das auch Globalisierung.

Schamhaft verbirgt sich der entscheidende Fehler
in einer Düne von geringfügigen Irrtümern
und geht darin unter. An warnenden Stimmen
hat es noch nie gefehlt, die sagen:
Die Welt ist das Unkorrigierbare.

Rührende Reparaturversuche, Flicken,
Plomben, Reformen, Verbesserungen
mit roter Tinte und Pentimenti
führen zu vollkommen neuen Schnitzern.

Gewiß, Geburtsfehler und Fehlgeburten,
das sind zwei Paar Stiefel.
Doch auch die Leistung geht fehl,
die Farbe, die Bitte, der Start,
der Tritt und die Zündung.

Eine Milchstraße von Verirrungen,
die wundernimmt. Aufs Ganze gesehen,
entsteht daraus ein Mirakel.

Fehler um jeden Preis zu vermeiden,
das wäre verfehlt.
Man gesteht ja, räumt ein,
daß man sich vertan hat,
verschrieben, verrannt.

Manche Gedichte zum Beispiel
wären vollkommen,
hätte sie vor diesem Los
nicht ein winziger Fehler bewahrt.

Aus Versehen ist man glücklich,
zuweilen, einen Moment lang,
aus Versehen. Aber etwas felt.

Hans Magnus Enzensberger

da “Leichter als Luft. Moralische Gedichte”, Suhrkamp Verlag, Frankfurt am Main, 1999

«Mi sono sentito morire senza capire» – Franco Loi

Foto di André Kertés

 

Mi sono sentito morire senza capire
che noi si muore e nasce senza saperlo…
Ma c’era una finestra dove sembra buio
e ci si arriva adagio per la piazza
con sopra un fazzoletto di stelle e muri
che parlano di uomini antichi e di miseria…
Mi sono sentito morire quando ho saputo
che c’era una finestra nella sera,
ed era bianca, e aperta come il sole…
Ma quando ho camminato per la piazza
mi sono perso tra i passi, e la finestra
era lontana e io ero nel buio.

Franco Loi

da “Bach”, in “Aria de la memoria”, Torino, Einaudi, 2005

∗∗∗

Me sun sentî de mör sensa capí
che nüm se mör e nàss sensa savè…
Ma gh’era ’na fenestra due par scür
e ghe se riva adasi per la piassa
cun sura un fassulètt de stèll e mür
che pàrlen d’òmm antígh e de miseria…
Me sun sentî de mör quand û savü
che gh’era ’na fenestra ne la sera,
e bianca l’era, e ’vèrta cume ’l sû…
Ma quand û camenâ per quèla piassa
mí me sun pèrs tra i pass, e la fenestra
l’era luntana e mí seri nel scür.

Coro dei superstiti – Nelly Sachs

 

Noi superstiti
dalle cui ossa la morte ha già intagliato i suoi flauti,
sui cui tendini ha già passato il suo archetto –
I nostri corpi ancora si lamentano
col loro canto mozzato.
Noi superstiti
davanti a noi, nell’aria azzurra,
pendono ancora i lacci attorti per i nostri colli –
le clessidre si riempiono ancora con il nostro sangue.
Noi superstiti,
ancora divorati dai vermi dell’angoscia –
la nostra stella è sepolta nella polvere.
Noi superstiti
vi preghiamo:
mostrateci lentamente il vostro sole.
Guidateci piano di stella in stella.
Fateci di nuovo imparare la vita.
Altrimenti il canto di un uccello,
il secchio che si colma alla fontana
potrebbero far prorompere il dolore
a stento sigillato
e farci schiumar via –
Vi preghiamo:
non mostrateci ancora un cane che morde
potrebbe darsi, potrebbe darsi
che ci disfiamo in polvere
davanti ai vostri occhi.
Ma cosa tiene unita la nostra trama?
Noi, ormai senza respiro,
la nostra anima è volata a Lui alla mezzanotte
molto prima che il nostro corpo si salvasse
nell’arca dell’istante –
Noi superstiti,
stringiamo la vostra mano,
riconosciamo i vostri occhi –
ma solo l’addio ci tiene ancora uniti,
l’addio nella polvere
ci tiene uniti a voi –

Nelly Sachs

(Traduzione di Ida Porena)

da “Nelle dimore della morte”, in “Al di là della polvere”, Einaudi, Torino, 1966

***

Chor der Geretteten

Wir Geretteten,
Aus deren hohlem Gebein der Tod schon seine Flöten schnitt,
An deren Sehnen der Tod schon seinen Bogen strich –
Unsere Leiber klagen noch nach
Mit ihrer verstümmelten Musik.
Wir Geretteten,
Immer noch hängen die Schlingen für unsere Hälse gedreht
Vor uns in der blauen Luft –
Immer noch füllen sich die Stundenuhren mit unserem tropfenden Blut.
Wir Geretteten,
Immer noch essen an uns die Würmer der Angst.
Unser Gestirn ist vergraben im Staub.
Wir Geretteten
Bitten euch:
Zeigt uns langsam eure Sonne.
Führt uns von Stern zu Stern im Schritt.
Laßt uns das Leben leise wieder lernen.
Es könnte sonst eines Vogels Lied,
Das Füllen des Eimers am Brunnen
Unseren schlecht versiegelten Schmerz aufbrechen lassen
Und uns wegschäumen –
Wir bitten euch:
Zeigt uns noch nicht einen beißenden Hund –
Es könnte sein, es könnte sein
Daß wir zu Staub zerfallen –
Vor euren Augen zerfallen in Staub.
Was hält denn unsere Webe zusammen?
Wir odemlos gewordene,
Deren Seele zu Ihm floh aus der Mitternacht
Lange bevor man unseren Leib rettete
In die Arche des Augenblicks.
Wir Geretteten,
Wir drücken eure Hand,
Wir erkennen euer Auge –
Aber zusammen hält uns nur noch der Abschied,
Der Abschied im Staub
Hält uns mit euch zusammen.

Nelly Sachs

da “In den Wohnungen des Todes”, Berlin, AufbauVerlag, 1947

Incontro – Eugenio Montale

Foto di Gerard Laurenceau

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tu non m’abbandonare mia tristezza
sulla strada
che urta il vento forano
co’ suoi vortici caldi, e spare; cara
tristezza al soffio che si estenua: e a questo,
sospinta sulla rada
dove l’ultime voci il giorno esala
viaggia una nebbia, alta si flette un’ala
di cormorano.

La foce è allato del torrente, sterile
d’acque, vivo di pietre e di calcine;
ma più foce di umani atti consunti,
d’impallidite vite tramontanti
oltre il confine
che a cerchio ci rinchiude: visi emunti,
mani scarne, cavalli in fila, ruote
stridule: vite no: vegetazioni
dell’altro mare che sovrasta il flutto.

Si va sulla carraia di rappresa
mota senza uno scarto,
simili ad incappati di corteo,
sotto la volta infranta ch’è discesa
quasi a specchio delle vetrine,
in un’aura che avvolge i nostri passi
fitta e uguaglia i sargassi
umani fluttuanti alle cortine
dei bambù mormoranti.

Se mi lasci anche tu, tristezza, solo
presagio vivo in questo nembo, sembra
che attorno mi si effonda
un ronzio qual di sfere quando un’ora
sta per scoccare;
e cado inerte nell’attesa spenta
di chi non sa temere
su questa proda che ha sorpresa l’onda
lenta, che non appare.

Forse riavrò un aspetto: nella luce
radente un moto mi conduce accanto
a una misera fronda che in un vaso
s’alleva s’una porta di osteria.
A lei tendo la mano, e farsi mia
un’altra vita sento, ingombro d’una
forma che mi fu tolta; e quasi anelli
alle dita non foglie mi si attorcono
ma capelli.

Poi più nulla. Oh sommersa!: tu dispari
qual sei venuta, e nulla so di te.
La tua vita è ancor tua: tra i guizzi rari
dal giorno sparsa già. Prega per me
allora ch’io discenda altro cammino
che una via di città,
nell’aria persa, innanzi al brulichio
dei vivi; ch’io ti senta accanto; ch’io
scenda senza viltà.

Eugenio Montale

da “Meriggi e ombre”, in “Ossi di seppia”, Piero Gobetti Editore, Torino, 1925

Fiaba – Ted Hughes

Sylvia Plath and Ted Hughes

 

Il quarantanove era il tuo numero magico.
Quarantanove questo.
Quarantanove quello. Quarantotto
porte nel tuo alto palazzo potevano essere aperte.
Ogni notte, dopo che eri andata via,
potevo scegliere tra quarantotto stanze.
Ma la quarantanovesima – ne tenevi tu la chiave.
Quella l’avremmo aperta, un giorno, insieme.

Andavi via: una vampata di capelli e un tuffo
nell’abisso.
Ogni notte. Il tuo amante Orco
che per tutto il giorno ritemprava le forze
dentro la morte, aspettava nel baratro
sotto le stelle frementi.
E io avevo quarantotto chiavi, porte e stanze
con cui giocare. Il tuo Orco
era la somma, stipata in una sola carcassa vudù,
di tutti i tuoi amanti passati –
quanti, chi, dove, quando
non lo dicesti mai neppure al tuo diario segreto.
Solo uno splendeva come un vulcano
lontano nella notte.
Ma io non guardai mai, non vidi mai
la sua effigie laggiù, che bruciava nelle tue lacrime
come fosse di catrame.
Come il lume da notte di un bambino addormentato,
consolava il tuo cosmo.
Nel frattempo, quell’Orco era più che sufficiente,
come se ogni notte tu morissi per stargli vicino,
come se volassi via nella morte.
Queste le tue notti. Di giorno,
sorridente, mi ascoltavi
raccontare le sorprese di questa o quella
delle quarantotto stanze.
La tua felicità rendeva soffice il letto.
Una fiaba? Sì.

Fino al giorno in cui gridasti nel sonno
(no, non fui io, come credevi,
fosti tu). Gridasti
il tuo male d’amore per quell’Orco,
la tua supplica gemente.

Coi capelli di ghiaccio, lo sentii echeggiare
per tutti i corridoi del nostro palazzo –
alto lassù fra le aquile. Finché lo sentii
battere alla quarantanovesima porta
come il mio cuore batteva contro le costole.
Un suono spaventoso.
Batteva a quella porta come il mio cuore
che cercava di uscire dal corpo.

L’indomani notte – dopo il tuo tuffo
per ritrovare quelle braccia
che si inarcavano verso di te dalla morte –
trovai quella porta. Col cuore che mi feriva le costole
aprii la quarantanovesima porta
con un filo d’erba. Tu non hai mai saputo
quale passe-partout avessi trovato
in un semplice filo d’erba. Ed entrai.

La quarantanovesima stanza si contorse tutta
al ruggito dell’Orco
che, sfondata la parete, si tuffò
nel suo abisso. Lo intravidi
mentre inciampavo
nel tuo cadavere e cadevo con lui
dentro il suo abisso.

Ted Hughes

(Traduzione di Anna Ravano)

da “Lettere di compleanno”, Mondadori, Milano, 1999

***

Fairy Tale

Forty-nine was your magic number.
Forty-nine this.
Forty-nine that. Forty-eight
Doors in your high palace could be opened.
Once you were gone off every night
I had forty-eight chambers to choose from.
But the forty-ninth – you kept the key.
We would open that, some day, together.

You went off, a flare of hair and a plunge
Into the abyss.
Every night. Your Ogre lover
Who recuperated all day
Inside death, waited in the chasm
Under the tingling stars.
And I had forty-eight keys, doors, chambers,
To play with. Your Ogre
Was the sum, crammed in one voodoo carcase,
Of all your earlier lovers –
You never told even your secret journal
How many, who, where, when.
Only one glowed like a volcano
Off in the night.
But I never looked, I never saw
His effigy there, burning in your tears
Like a thing of tar.
Like a sleeping child’s night-light,
It consoled your cosmos.
Meanwhile, that Ogre was more than enough,
As if you died each night to be with him,
As if you flew off into death.
So your nights. Your days
With your smile you listened to me
Recounting the surprises of one or other
Of the forty-eight chambers.
Your happiness made the bed soft.
A fairy tale? Yes.

Till the day you cried out in your sleep
(No, it was not me, as you thought.
It was you.) You cried out
Your love-sickness for that Ogre,
Your groaning appeal.

Icy-haired, I heard it echoing
Through all the corridors of our palace –
High there among eagles. Till I heard it
Beating on the forty-ninth door
Like my own heart on my own ribs.
A terrifying sound.
It beat on that door like my own heart
Trying to get out of my body.

The first next night – after your plunge
To find again those arms
Arching towards you out of death –
I found that door. My heart hurting my ribs
I unlocked the forty-ninth door
With a blade of grass. You never knew
What a skeleton key I had found
In a single blade of grass. And I entered.

The forty-ninth chamber convulsed
With the Ogre’s roar
As he burst through the wall and plunged
Into his abyss. I glimpsed him
As I tripped
Over your corpse and fell with him
Into his abyss.

Ted Hughes

da “Birthday Letters”, Faber & Faber Publication, 1998